domenica 26 febbraio 2012



QUANDO L'OTTIMISMO NON È PIÙ UN VALORE POSITIVO 
Fiducia cieca nel progresso scientifico 

Il 15 novembre, José Bové è stato condannato a quattro mesi di prigione senza condizionale per aver falciato alcune piante di mais transgenico. Ma i «falciatori» non sono forse portatori di un ragionevole dubbio, rispetto a un'attività dalle conseguenze poco conosciute? Una sorta di «fede» nel progresso scientifico impedisce un qualsiasi dibattito pubblico sugli orientamenti della ricerca. È scontro tra ragione e dogmatismo. JACQUES TESTART Le religioni hanno fortemente segnato la storia delle scienze, rifiutando quei progressi della ragione che contraddicevano i dogmi stabiliti. Il fenomeno riguarda soprattutto la religione cattolica, poiché essa trionfava al momento della comparsa della scienza moderna. Infatti, quale altro potere, se non la Santa Inquisizione, avrebbe avuto i mezzi per imbavagliare Galileo e bruciare Giordano Bruno (1)? Per fortuna, nei paesi industrializzati lo sviluppo scientifico si è accompagnato a quello della democrazia, e Charles Darwin è stato risparmiato. Tuttavia, anche se le religioni non hanno più il potere di eliminare gli scienziati blasfemi e le teorie sacrileghe, spesso si rifugiano nel divieto imposto al loro gregge o addirittura a intere popolazioni. Così, in molti stati degli Stati uniti, la Chiesa riformata esige ancora che l'insegnamento della teoria dell'evoluzione non sia privilegiato rispetto al racconto biblico. Così l'insegnamento della fisica è privo dalla teoria del Big-Bang in molti paesi dove la religione ufficiale è quella musulmana. Così la Chiesa cattolica continua ad opporsi ovunque alla contraccezione o alla procreazione assistita. Né si può trascurare il fatto che l'islam o il giudaismo continuano a proclamare norme obbligatorie, in particolare alimentari, le cui motivazioni non hanno alcuna giustificazione razionale. Ma la storia del lysenkismo e della pseudo-ereditarietà dei caratteri acquisiti in Urss (2) dimostra che le religioni non sono gli unici poteri che rivendicano il controllo della scienza e di ciò che essa produce. Di fatto, ogni potere costituito cerca di negare o di strumentalizzare la scienza, perché questa influenza la vita spirituale e materiale dei cittadini. È così per il «socialismo scientifico» come per le «commissioni scientifiche» di cui si fa bella la maggior parte dei partiti politici. I poteri politici europei hanno scelto di riconoscere nella scienza la fonte privilegiata della verità e della ricchezza. Ma questo non comporta automaticamente che la scienza sia diventata neutra e universale. Lo testimonia la rigidità di cui danno prova, in questi ultimi anni, i notabili dell'istituzione scientifica nei confronti delle rare idee rivoluzionarie proposte dai ricercatori. Come, ad esempio, per la teoria ancor oggi non dimostrata di Jacques Benveniste sulla «memoria dell'acqua» (3) o per quella, poi coronata da un premio Nobel, di Stanley B. Prusiner sui prioni. Non è forse tipico di un'ideologia, meglio di un'ideologia religiosa, istituzionalizzare le verità del momento come immutabili, farle difendere da preti intoccabili, guardiani del grande libro della scienza, e respingere violentemente ogni nuova idea, se costringe a correggere i dogmi su cui si fondano gli antichi paradigmi? L'economista Serge Latouche dimostra che il progresso è una rappresentazione «auto-evidente» e che quindi «il suo emergere non può essere raccontato che come il trionfo di una luminosa verità eterna, già presente, ma nascosta e bloccata dalle tenebre (4)». È un dato di fatto che lo stato della scienza non è in grado, momento per momento, di spiegare situazioni complesse e prevedere il loro epilogo. L'incertezza delle previsioni appare evidente, visto che le conclusioni degli esperti sono considerate «ottimistiche» o «pessimistiche» invece che «vere» o «false». Il ritorno del dato soggettivo viene così a chiudere la proclamata obiettività del metodo scientifico. Gli ottimisti hanno dalla loro un argomento inoppugnabile: il peggio non è dimostrato finché non si verifica. Ma l'opzione ottimistica non dovrebbe autorizzare, per esempio, a negare l'effetto delle attività umane sui cambiamenti climatici o sperare, al massimo, che la temperatura media aumenti di due gradi piuttosto che di cinque o sei nel corso di questo secolo, una situazione che comunque obbligherebbe alle stesse misure precauzionali dell'opzione pessimistica. Ugualmente per la disseminazione dei transgeni nella natura o l'inquinamento radioattivo dovuto all'industria nucleare: non si dovrebbe discutere dei fenomeni in sé, ragionevolmente ineluttabili, ma semmai del tempo necessario perché diventino insopportabili. In conclusione, ciò che fa la differenza tra ottimismo e pessimismo è la fede. Quella fede che fa credere agli ottimisti che il peggio non può succedere, perché si troverà una soluzione non ancora immaginata. Qui lo scienziato, sottoposto al catechismo della tecnoscienza (si veda l'articolo di Olivier Oullier a pagina 3), spesso sceglie la profezia al posto del rigore. La più alta istanza francese in materia, l'Académie des sciences, da vent'anni continua a sbagliare per ottimismo su tutti i rischi relativi alla salute, che siano amianto, diossina o mucca pazza, senza parlare delle piante geneticamente modificate (Ogm). Ogni volta, l'Accademia ha lodato l'innovazione e condannato l'oscurantismo dichiarando che non si può fermare il «progresso scientifico». Il genoma, da informazione a programma Ma il progresso scientifico non è necessariamente quello umano, a meno che non si accetti che il nostro destino debba essere regolato dagli interessi dell'industria e della Borsa. Dopo lo scandaloso rapporto sugli Ogm (5), l'associazione Attac ha chiesto inutilmente un dibattito parlamentare sugli eventuali conflitti d'interesse nell'Accademia, ma gli esorcismi degli accademici contro «l'oscurantismo» (perfino in mancanza di veri argomenti scientifici), dimostrano che i conflitti sono anche ideologici. È l'inserimento sul mercato della scienza che ha provocato il suo dogmatismo missionario, o è il contrario? Quando la tecnoscienza diventa, nella più completa impunità, la sorgente di trovate potenzialmente pericolose, quando la sua capacità di fare rivela e consolida la dimensione ideologica dell'attività scientifica, allora il credo viene innalzato a conoscenza esatta e approfondita. Non è quindi esagerato ritenere che alcuni aspetti della scienza rimandino ad un'attitudine religiosa che mal si accorda con la razionalità rivendicata (6). Secondo il credo della scienza ufficiale, che si può definire magico o addirittura mistico, tutto, prima o poi, troverà una risposta, e questa risposta chiarirà la realtà nella sua interezza, perché le zone d'ombra e le contraddizioni sono tutte spiegabili. Da questo punto di vista, si noterà quale posto privilegiato occupino, nella fede verso una scienza onnipotente, gli scienziati che credono in Dio. Costoro sono tra i più devoti dello scientismo, come per farsi perdonare la loro intimità con l'irrazionale. Oppure è la loro granitica impostazione di credenti che li spinge ad adorare l'aspetto religioso che scorgono nella scienza ritenuta onnipotente? Lo scientismo può anche venire in aiuto della religione, come quando il futuro papa Benedetto XVI, nel 2000, per «scientizzare» la sua concezione dell'uomo, dichiarava: «Secondo le mie conoscenze di biologia, un individuo porta in sé, fin dall'inizio, il programma completo dell'essere umano, che poi si sviluppa (7)...». Considerando il genoma un programma, invece che un'informazione, il cardinale Ratzinger avalla la scienza genetica più ortodossa, senza preoccuparsi del posto della libertà... o dell'anima. Mentre «la casa brucia (8)», si può insistere nel peggiorare le cose continuando a stigmatizzare gli «oscurantisti», coloro che in nome di un principio di precauzione «eccessivamente cauto» desiderano controllare lo sviluppo della tecnoscienza. Eppure, il controllo politico di un preteso predominio tecnico trova la sua giustificazione nel fatto che, come dice Paul Virilio, la tecnoscienza è un'importante deviazione del sapere. Nel mondo sempre più incerto che costruiamo, l'ottimismo non dovrebbe essere considerato un valore positivo, ma piuttosto un riflesso puerile della fede che ci consente di giustificare la politica dello struzzo per mascherare un comportamento suicida. Ogni volta che si fanno osservare i rischi indotti dalla tecnoscienza, un'affermazione chiude qualsiasi velleità di approfondimento: «Non c'è scelta»... Il che fa supporre che l'umanità non sarebbe libera di scegliere il suo destino. Quando, in nome degli «interessi propri della scienza», i più alti responsabili della ricerca si dichiarano ostili al principio di precauzione, lasciano pensare che esistano attività prodotte dall'uomo il cui interesse sarebbe superiore a quello degli stessi esseri umani: A quanti ritengono che il reattore nucleare Iter o gli Ogm dimostrano che la nostra è l'epoca del «dominio», si può opporre che, al contrario, tali artifizi, le cui promesse sono ancora da verificare, fanno parte della vecchia utopia (9). Ed è certamente la mistica del progresso e il credere in una «provvidenza laica» che permettono a chi ne ha interesse di intestardirsi con la coscienza pulita, e agli altri di non opporsi seriamente. Una tale disposizione alla fede non vale solo per la scienza, tragica negazione dell'atteso trionfo del rigore grazie alla conoscenza scientifica! Accanto alla criminale preoccupazione di sostenere la competitività (di imprese, laboratori, regioni, stati...) correndo più veloce del vicino verso il precipizio comune, un motivo meno triviale, ma altrettanto miserabile, spiega la passività delle popolazioni: l'umanità non può perdere proprio quando conquista il progresso tecnologico. Siamo di fronte ad una concezione magica dell'evoluzione, secondo la quale, tra le specie animali, la nostra sarebbe la sola capace non solo di cambiare il mondo (il che è un fatto reale), ma anche di controllare i cambiamenti che induce (il che resta da dimostrare). L'uomo è in grado di risolvere tutti i problemi che si pone? È all'altezza delle proprie ambizioni di controllo? Rispondere affermativamente, significa riconoscere una volontà creatrice sovrumana, ipotesi che, in genere, gli scienziati respingono. Rispondere negativamente, o anche accettando il dubbio, vuol dire darsi qualche possibilità di agire con precauzione, con umiltà. È forse nel campo della genetica che questo credo è particolarmente evidente. Secondo due sociologhe americane, «così come la nozione di anima nel cristianesimo ha fornito il concetto archetipo che permette di capire la persona e la persistenza dell'io, nella cultura di massa il Dna ha assunto i caratteri di un'entità simile all'anima, o meglio di un oggetto da adorare, santo e immortale, o ancora di un universo proibito (10)». Così, Téléthon può raccogliere in un giorno 100 milioni di euro (l'equivalente del bilancio annuale per il funzionamento della ricerca medica in Francia) lasciando credere che guarire le miopatie sia solo una questione finanziaria. Quanto alle colture di Ogm, che pure presentano dei rischi ancora mal analizzati per l'ambiente, la salute pubblica e l'economia, e che fino ad oggi non hanno apportato alcun vantaggio ai consumatori, sono imposte alle popolazioni con il pretesto che i vantaggi arriveranno, inevitabilmente. Questa scommessa secondo cui «andrà bene, per forza» è la testimonianza di un atteggiamento in cui la conclusione, necessariamente ottimistica, precede la dimostrazione, evidenzia, cioè, un atteggiamento non scientifico. Nel 2000, il primo ministro francese, il socialista Lionel Jospin dichiarava, a proposito delle cellule staminali embrionali: «Grazie alle cellule della speranza (...) i bambini immobilizzati potranno finalmente camminare, uomini e donne menomati potranno alzarsi (11)». E perché no la moltiplicazione dei pani? Credere in simili miracoli permetterebbe perfino di saltare la dimostrazione preliminare di fattibilità e innocuità grazie alla sperimentazione animale. Si potrebbe dimostrare che gli sviluppi dell'industria nucleare o delle nano-tecnologie, ad esempio, sfuggono anch'essi al rigore scientifico, come alla democratizzazione delle scelte sociali. Fascinazione tecnofila Come giustificare che in bioetica non esistano «princìpi» (o anche semplici riferimenti nelle aspirazioni o nei valori), contrariamente a quanto è successo, per esempio, per i diritti umani? Perché la proibizione assoluta della schiavitù, e invece solo misure provvisorie (oppure niente) contro la trasformazione artificiale dell'umano, o contro l'eugenetica consensuale? Se si accetta che ogni regola bioetica sia rivista alla luce della realizzazione tecnica, l'etica non sarà altro che una morale del destino. Poiché magnifica il credo di progressi miracolosi e illimitati, l'etica utilitarista finisce sempre col vincere le reticenze. Michel Onfray, filosofo auto-nominatosi portavoce dell'ateismo, intende sostenere «tutto ciò che, poco o tanto, contribuisca alla messa a punto delle tecniche indispensabili all'avvio della medicina postmoderna: ectogenesi, clonazione, selezione sessuale, transgenesi (12)» Per questo si oppone «all'opzione tecnofoba», argomentando che «la scienza in quanto tale è neutra». Per arrivare a questa certezza, è però costretto ad affermare alcune contro-verità («l'energia nucleare non ha mai ammazzato nessuno...» salvo Hiroshima e altre sbandate attribuibili solo a «delirio militare») e a prendere lucciole per lanterne, come nella successione delle due seguenti proposizioni in cui l'ipotesi si trasforma in certezza: «La rivoluzione transgenica permette di prevedere nuovi metodi di cura: questi eviteranno, grazie alle medicine predittive, l'instaurarsi delle malattie». La fascinazione tecnofila può fornire facili sostituti ai miti che si crede di combattere. Allora, sempre più spesso, una bioetica d'ispirazione scientista cortocircuita la fase di elaborazione di princìpi, che rischierebbero di paralizzare una situazione contraria alla dinamica competitiva. Di conseguenza, la bioetica diventa solubile nel tempo, come lo è già nello spazio (da cui il «turismo medico») e nella casistica (si cede progressivamente, a partire da una concessione motivata fino alla generalizzazione di una pratica). È la convinzione che un mondo migliore sta per realizzarsi, grazie alla scienza, che impedisce di interrogarsi per definire quell'umanesimo laico che manca alla bioetica. Dire che «la scienza va più veloce dell'etica» vuol dire in realtà che la tecnoscienza precede e domina le scelte sociali. La scienza non è quella costruzione solo razionale che abbiamo idealizzato, iconografia che la protegge dalle incursioni della critica. Strumento forgiato dall'uomo, la tecnoscienza testimonia il suo saper fare e le sue carenze, e contribuisce alla liberazione della specie solo in quanto se ne sappiano contenere gli eccessi. Nel gennaio 1982, nel corso delle Assisi nazionali della ricerca, il ministro della ricerca, Jean-Pierre Chevènement, propose di «bloccare certi pregiudizi contro la scienza e la tecnologia, emarginare i movimenti antiscientifici». Termine in cui includeva tanto le cartomanti, quanto gli ecologisti. Ora, a vent'anni di distanza, le preoccupazioni degli ecologisti trovano conferma e sono oggetto di rapporti allarmanti da parte della scienza ufficiale. Tuttavia, lo scientismo resiste: durante il Vertice di Rio (1992) sullo «sviluppo duraturo», scienziati eminenti, tra cui molti premi Nobel, hanno lanciato l'appello di Heidelberg contro «l'emergere di un'ideologia irrazionale che si oppone al progresso scientifico e industriale e nuoce allo sviluppo economico e sociale». L'interesse degli industriali e di molti ricercatori è di mettere a punto e diffondere innovazioni in grado di occupare porzioni di mercato. Una motivazione così competitiva spiega ampiamente il trasformarsi della scienza in tecnoscienza. Ma ci si poteva attendere una qualche opposizione da parte dei cittadini, quando la scienza, forza di emancipazione, devia invece verso la produzione di invenzioni, molte delle quali pongono problemi più seri di quelli che risolvono. Come ha detto lo storico e sociologo Jacques Ellul, «le leggi della scienza e della tecnica stanno al di sopra di quelle dello stato, per cui il popolo e i suoi rappresentanti vedono largamente diminuito il proprio potere (13)». In realtà, lo scientismo non è appannaggio degli scienziati; è un'ideologia ampiamente condivisa nella società, soprattutto da quando la ricerca di un credo non ha più trovato proposte accettabili nella religione o nella politica. La promessa mistica del paradiso e quella militante di un domani migliore hanno perso colpi, mentre avanzava il Progresso avvolto nel nuovo manto della razionalità. Non avendo altri santi cui votarsi, i cittadini moderni si sono messi in attesa dei prodotti della tecnoscienza, senza nemmeno immaginare che potrebbero pretendere di essere loro, a scegliere quello che i ricercatori stanno preparando in loro nome. È questo il primo passo da fare: visto che la tecnoscienza esiste, bisogna osare pensare che la si può inserire nella democrazia, come tutte le attività umane (trasparenza, dibattito pubblico, contro perizie, razionalità delle scelte, ecc.) (14). Come dice il fisico Jean-Marc Levy-Leblond, «un tempo la Chiesa condannò Galileo, ma ora dai suoi successori ha da temere solo una certa concorrenza. Riconosciamo che una nuova laicizzazione del nostro rapporto col sapere dovrebbe permettere di prendere una certa distanza da tutti gli attuali dogmatismi (15)». La laicità è il «principio di separazione della società civile e della società religiosa, dal momento che lo stato non esercita alcun potere religioso e le Chiese alcun potere politico» (È divertente costatare che il dizionario Robert spiega questa definizione con una citazione di Ernest Renan, un aspirante prete diventato scientista estremo). Se ci si accorda nell'identificare nella scienza un «sistema di convinzioni e di pratiche, che implicano delle relazioni con un principio superiore, e proprio ad un gruppo sociale» (definizione, nel Robert, del termine «religione») si comprende meglio la frase di Levy-Leblond relativa alla «laicizzazione del nostro rapporto con il sapere». Recentemente, Bertrand Hervieu, ex presidente dell'Institut national de la recherche agronomique (Inra), ha dichiarato che «il processo di dissacrazione, la fine delle trascendenze assolute e il cammino per la ricostruzione della scienza in una società democratica e laica non sono completati (16)». In questa direzione, si può pretendere dai ricercatori un atteggiamento più umile e rispettoso del bene pubblico. È quanto avevamo proposto con il manifesto «Dominare la scienza» (Le Monde, 19 marzo 1988) ed è anche il senso del «Giuramento degli scienziati» proposto da Michel Serres nel 1997. Infatti, qui come altrove, la parola chiave è democrazia. Ellul ricordava il totalitarismo della tecnica, che ci fa entrare in una logica «tecnofagocitante» da cui non si può più uscire, e esprimeva il timore che alla fine una dittatura mondiale rischiasse di essere «il solo mezzo per permettere alla tecnica di svilupparsi appieno e risolvere le enormi difficoltà che va accumulando». Di recente sono state aperti dei canali perché le scelte scientifiche non sfuggano più ai cittadini e gli sviluppi tecnologici siano rispondenti alle necessità espresse dalla società (17). Rimane da aiutare la società a superare il mito del progresso ereditato dal secolo dei Lumi, il quale le impedisce di pensare che, anche nei confronti della scienza e dei suoi prodotti, gli uomini possono essere liberi e uguali. note: * Biologo della procreazione, direttore di ricerca presso l'Insitut national de la santé et de la recherche médicale (Inserm). Autore (con Christian Godin) di Au bazar du vivant, Seuil, coll. «Point - Virgule», Parigi, 2001. Questo teso è un estratto della conferenza tenuta nel corso del seminario «Laïcité» organizzato dalla Lega dell'insegnamento (Valence, aprile 2005). (1) Giordano Bruno è un prete che si scontra con la gerarchia sulle questioni del dogma della Trinità. Nel 1576, mentre è in corso un'istruttoria per dichiararlo eretico, abbandona il saio domenicano. (2) Trofim Lyssenko (1898-1976), biologo sovietico, attacca ripetutamente la genetica classica e contrappone la «scienza borghese» (che sarebbe legata alle pratiche del capitalismo) alla «scienza proletaria» (che si baserebbe sul materialismo dialettico). (3) Michel Schiff, Un cas de censure dans la science, Albin Michel, Parigi, 1994. (4) Serge Latouche, La Méga-Machine, La Découverte, Parigi, 2004. (5) Si legga Bernard Cassen, «Ogm, gli accademici al servizio dell'industria», Le Monde diplomatique/il manifesto, febbraio 2003. (6) Si legga André Bellon, «Des savants parfois schizophrènes», Le Monde diplomatique, giugno 2002. (7) «Le cardinal et l'athée», Le Monde, 2 maggio 2005. (8) «La casa brucia e noi guardiamo altrove...», discorso di Jacques Chirac al Vertice sullo sviluppo duraturo, Johannesburg, 2002. (9) «Les utopies technologiques: alibi politique, infantilisation du citoyen ou lendemains qui chantent», Global Chance, n. 20, Suresnes, febbraio 2005. (10) Dorothy Nelkin e Susan Lindee, La mystique de l'Adn, Belin, Parigi, 1998. (11) Giornata annuale organizzata a Parigi dal Comité consultatif national d'éthique pour les sciences de la vie et de la santé, 29 novembre 2000. (12) Michel Onfray, Fééries anatomiques, Grasset, Parigi, 2003. (13) Jacques Ellul, Le Système technicien, Calmann-Levy, Parigi, 1977. (14) Nota n° 2 della Fondation sciences citoyennes, Parigi, ottobre 2004 (http: //sciencescitoyennes.org) (15) Jean-Marc Lévy-Leblond, La Pierre de touche, Gallimard, coll. «Folio-essais», Parigi, 1996. (16) Agrobiosciences, Castanet Tolosan, settembre 2004. (17) Nota della Fondation sciences citoyennes, ottobre 2004: (http://sciencescitoyennes.org). (Traduzione di G. P.)


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mercoledì 15 febbraio 2012


Vittime dei pesticidi: una sentenza storica condanna Monsanto a pagare

Non solo Ogm, ma anche additivi chimici come diserbanti e insetticidi: per Aiab la condanna di Monsanto punta i riflettori sulla minacce dell’agroindustria, aprendo la strada a modelli di "agricoltura agro-ecologica" sostenibili.


Il modello agroindustriale e agrochimico è fallimentare perché propone una via allo sviluppo che non rispetta né l'ambiente, né il benessere degli animali, né tanto meno quello dei lavoratori. Questo il succo del commento di Aiab in merito alla condanna di Monsanto a risarcire i danni perintossicazione di un agricoltore francese.

Ma rivediamo brevemente la vicenda con l’aiuto dell’Associazione italiana per l’agricoltura biologica: il 27 aprile 2004 Paul Francis, cerealicoltore di Bernac, aprendo il serbatoio di un nebulizzatore, inala l’erbicida Lasso e immediatamente accusa nausea e svenimenti, più una serie di disturbi di salute, tra cui balbuzie, vertigini, cefalea, disturbi muscolari, che lo hanno costringono a sospendere il lavoro per quasi un anno. Nel maggio del 2005, un anno dopo aver inalato i vapori, le analisi trovano nel corpo di Paul Francis tracce dimonoclorobenzene, un solvente presente in quantità nel Lasso. Tre anni dopo, l’agricoltore, divenuto ormai il portavoce delle vittime dei pesticidi, si vede riconoscere i suoi problemi di salute come malattia professionale da parte dell'Agenzia delle assicurazioni sociali per l'agricoltura e decide di avviare un procedimento per risarcimento danni nei confronti Monsanto.
 
Durante l'udienza del 12 dicembre 2011, dinanzi al Tribunale Distrettuale della Quarta Divisione Civile di Lione, l'avvocato di Paul Francis, Francesco Lafforgue, accusa Monsanto di fare di tutto pur di lasciare il Lasso sul mercato, e di non informare neanche in etichetta circa l'esatta composizione dell’erbicida, senza premurarsi di mettere in guardia gli utilizzatori rispetto al rischio di inalazione, fenomeno che, per esempio, potrebbe essere ridotto prevedendo per il prodotto l'obbligo di indossare una maschera protettiva.
 
Un'accusa più che fondata: la pericolosità di questo erbicida è stata riconosciuta dal 1980 in Canada, anno dal quale la commercializzazionedi questo erbicida è vietata in Canada, Inghilterra e Belgio, mentre si è dovuto attendere fino al 2007 perché venisse rimosso dal mercato francese.
 
Ecco perché la storica sentenza di condanna viene accolta così favorevolmente da Aiab, che attraverso le parole del presidente nazionale Alessandro Triantafyllidis commenta: «Una sentenza importante, che in Francia è una prima assoluta, e che apre la strada alla richiesta di danni (…).Oltre che dagli OGM, che minacciano la biodiversità delle colture, infatti, i pericoli per la nostra terra e per gli agricoltori stessi arrivano dagli additivi chimici, come diserbanti e insetticidi, prodotti da giganti dell'agrochimica e delle biotecnologie vegetali quali Monsanto».
 
«Per tutelare l'ambiente e la salute degli agricoltori – conclude Triantafyllidis – bisogna investire nei modelli di agricoltura agro-ecologica sostenibili, biologico in primis. Solamente il bio, infatti, ha nel suo DNA il bando delle dannose e pericolose sostanze chimiche di sintesi».
 
http://gogreen.virgilio.it/


Multinazionali

Erbicidi, Monsanto condannata in Francia per intossicazione


La multinazionale dell'agrochimica giudicata responsabile per l'intossicazione da erbicida di un agricoltore francese dal Tribunal de grande instance di Lyon. Una sentenza importante che, secondo il presidente dell'Associazione italiana agricoltura biologica, mette in discussione un intero modello agro-industriale.

Il gigante americano dell'agrochimica è stato giudicato responsabile per l'intossicazione di Paul Francois, cerealicoltore 47enne di Bernac (Charentes), che ha inalato l'erbicida Lasso nel 2004. Il tribunale di Lione ha inoltre condannato Monsanto a risarcire interamente Paul Francis per i danni subiti. 

La ricostruzione dei fatti diffusa dall'Associazione italiana agricoltura biologica ricorda che, aprendo il serbatoio di un nebulizzatore, Paul Francis fu travolto dai vapori di Lasso accusando immediatamente nausea e svenimenti, più una serie di disturbi di salute - balbuzie, vertigini, cefalea, disturbi muscolari - che lo hanno costretto a sospendere il lavoro per quasi un anno.

Nel maggio del 2005, un anno dopo aver inalato i vapori, da alcune analisi effettuate risultò che Paul Francis aveva in corpo tracce di monoclorobenzene, un solvente presente in quantità nel Lasso
Tre anni dopo, Paul Francis, che divenne il portavoce delle vittime dei pesticidi, si è visto riconoscere i suoi problemi di salute come malattia professionale da parte dell'Agenzia delle assicurazioni sociali per l'agricoltura e ha, quindi, avviato un procedimento per risarcimento danni nei confronti Monsanto. 
Durante l'udienza del 12 dicembre 2011, dinanzi al Tribunale Distrettuale della Quarta Divisione Civile di Lione, il suo avvocato, Francesco Lafforgue, ha accusato Monsanto di fare di tutto pur di lasciare il Lasso sul mercato. E di non informare neanche in etichetta circa l'esatta composizione del Lasso e circa il rischio di inalazione, che dovrebbe prevedere l'obbligo di indossare una maschera protettiva. La pericolosità di questo erbicida è stata riconosciuta dal 1980 in Canada, anno dal quale la sua commercializzazione è vietata in Canada, Inghilterra e Belgio. Mentre si è dovuto attendere fino al 2007 perché venisse rimosso dal mercato francese. 

Questo il commento di Alessandro Triantafyllidis, presidente nazionale diAiab: «Apprendiamo con soddisfazione la notizia, arrivata ieri, circa la condanna della Monsanto per l'intossicazione di un agricoltore francese provocata dall'inalazione dei vapori dell'erbicida Lasso. Una sentenza importante, che in Francia è una prima assoluta, e che apre la strada alla richiesta di danni. Vicende giudiziarie a parte, il caso è l'ennesima tragica dimostrazione di come il modello agroindustriale e agrochimico sia fallimentare. Perché propone un modello di sviluppo che non rispetta né l'ambiente, né il benessere degli animali, né tanto meno quello dei lavoratori. Oltre che dagli OGM, che minacciano la biodiversità delle colture, infatti, i pericoli per la nostra terra e per gli agricoltori stessi arrivano dagli additivi chimici, come diserbanti e insetticidi, prodotti da giganti dell'agrochimica e delle biotecnologie vegetali quali Monsanto».

http://valori.it/

Aiab, condanna Monsanto mostra fallimento dell'agrochimico



Roma, 14 feb. (Adnkronos) - "Una sentenza importante, che in Francia è una prima assoluta, e che apre la strada alla richiesta di danni. Vicende giudiziarie a parte, il caso è l'ennesima tragica dimostrazione di come il modello agroindustriale e agrochimico sia fallimentare, perché propone un modello di sviluppo che non rispetta nè l'ambiente, nè il benessere degli animali, nè quello dei lavoratori", così Alessandro Triantafyllidis, presidente nazionale di Aiab, commenta la notizia della condanna della Monsanto, riconosciuta responsabile per l'intossicazione da erbicida di un agricoltore francese dal Tribunal de grande instance di Lyon. Notizia che solleva la questione degli erbicidi, responsabili secondo l'Aiab di non pochi problemi. Problemi che "per la nostra terra e per gli agricoltori stessi arrivano dagli additivi chimici, come diserbanti e insetticidi, prodotti da giganti dell'agrochimica e delle biotecnologie vegetali quali Monsanto - sottolinea Triantafyllidis - Solamente il bio, infatti, ha nel suo Dna il bando delle dannose e pericolose sostanze chimiche di sintesi''. Monsanto è stata giudicata responsabile per l'intossicazione di Paul Francis, cerealicoltore 47enne di Bernac che ha inalato l'erbicida Lasso nel 2004. Il tribunale di Lione ha inoltre condannato Monsanto a risarcire interamente Paul Francis per i danni subiti. Il 27 aprile 2004, aprendo il serbatoio di un nebulizzatore, Paul Francis, è stato travolto dai vapori di Lasso e ha immediatamente accusato nausea e svenimenti, più una serie di disturbi di salute (balbuzie, vertigini, cefalea, disturbi muscolari) che lo hanno costretto a sospendere il lavoro per quasi un anno. Un anno dopo, nel maggio del 2005, le analisi evidenziano tracce di monoclorobenzene, un solvente presente in quantità nel Lasso, nel corpo di Francis che tre anni dopo, oltre a essere diventato il portavoce delle vittime dei pesticidi, si è visto riconoscere i suoi problemi di salute come malattia professionale da parte dell'Agenzia delle assicurazioni sociali per l'agricoltura e ha, quindi, avviato un procedimento per risarcimento danni nei confronti Monsanto. Il suo avvocato, Francesco Lafforgue, ha accusato Monsanto di fare di tutto pur di lasciare il Lasso sul mercato e di non informare in etichetta circa l'esatta composizione del prodotto e circa il rischio di inalazione, che dovrebbe prevedere l'obbligo di indossare una maschera protettiva. Già nel 1980, in Canada, Inghilterra e Belgio la commercializzazione di questo erbicida è stata vietata.



Ogm: da Monsanto a Du Pont,
sfida alla crisi a colpi di utili

di Andrea Franceschi
Tecnologia innovativa in grado di risolvere il problema della fame del mondo, o potenziale minaccia per l'ambiente e la salute dell'uomo? Negli ultimi dieci anni il dibattito sugli Organismi geneticamente modificatinon ha smesso di alimentare polemiche. Tra i politici, gli ambientalisti, e all'interno della comunità scientifica. Una valutazione condivisa sul reale impatto delle tecnologie biotech nell'industria alimentare ancora non c'è. Ma una cosa è certa: il business dell'agricoltura geneticamente modificata continua a crescere a ritmi sostenuti in tutto il mondo. Ormai quasi un decimo delle superfici coltivate in tutto il mondo è seminata a Ogm.

Con ogni probabilità, nei prossimi anni, le sementi biotech sbarcheranno anche nell'Unione Europea. Bruxelles, tra le proteste degli ambientalisti, punta ad eliminare i divieti attualmente in vigore nella maggior parte degli Stati. Anche per evitare una controversia in seno al Wto con gli Stati Uniti, che considerano le barriere delle violazioni degli accordi internazionali sul libero commercio. La Ue deve però vincere diffidenza di diversi Stati, in cui c'è una forte opposizione all'ingresso del biotech. Francia ha vietato l'unica varietà di semi Ogm oggi ammessa nell'Ue: il mais Mon 810 dell'americana Monsanto, dando il via ad una controversia con le autorità comunitarie tutt'ora in corso.

In attesa di saper come andrà a finire la partita europea, l'industria degli Ogm e dei pesticidi per l'agricoltura continua a macinare utili, a dispetto della recessione. Il giro d'affari del settore (che, nel 2008, è stato di 7,5 miliardi di dollari secondo una stima del centro studi Cropnosis) è previsito in crescita e i bilanci di colossi del settore registrano vendite in netta crescita nel 2008 e prevedono stime positive per tutto il 2009.

Monsanto, il numero uno del mercato globale (la sua quota è del 23% secondo una stima del centro studi canadese Etc Group), prevede per l'anno in corso una crescita dei ricavi del 20%. Il che significa una maggior disponibilità di cassa di circa 1,8 miliardi di dollari. Da oggi al 2012 stima una crescita del 60% del business delle sementi geneticamente modificate. Stesse ottimistiche previsioni anche per il secondo player globale: Du Pont. La multinazionale americana, attiva in diversi comparti industriali (dall'energia ai trasporti, dalle costruzioni alla plastica) ha in mano quasi un sesto del mercato mondiale e prevede che i guadagni del comparto Agriculture e Nutrition crescano, nei prossimi cinque anni, ad un un tasso medio del 15%. Il terzo operatore è una società svizzera: la Syngenta. Il gruppo ha fatto registrare utili record nel 2008 e Credit Suisse ha recentemente confermato il suo giudizio sul titolo a «outperform» alzando il target price a 300 franchi svizzeri per azione. «L'ultimo trimestre del 2008 - si legge nel report del 9 febbraio - la crescita è rimasta robusta nonostante la stretta creditizia. E, stando i primi dati sulle vendite, il business di sementi e pesticidi non risentirà di alcuna contrazione nel 2009. Questo significa che per Syngenta ci sarà un forte cash flow e un probabile aumento del dividendo per gli azionisti di circa il 25%».


La recessione globale prevista per il 2009, toccherà solo marginalmente il business delle grandi multinazionali degli Ogm. Certo, rispetto al 2008, i margini saranno minori. Ma in questo rallentamento la crisi gioca un ruolo secondario. Lo scorso anno infatti è stato un anno eccezionalmente positivo per il settore dell'agribusiness (Monsanto ha avuto un aumento degli utili del 104%). Un dato in gran parte dovuto all'impennata del greggio nella prima parte del 2008, che ha dato un forte impulso alla produzione di biocarburanti. Le quotazioni di commodities agricole, come grano e mais, sono schizzate all'insù dando una forte spinta alla domanda di sementi Ogm. E questo, nonostante poi il loro prezzo si sia sgonfiato insieme a quello del greggio, ha portato a risultati record per tutto il settore Agrochemical. E non solo per i big. Tra gli esempi più eclatanti ci sono la tedesca K plus S e la israeliana Israeli Chemicals (che hanno una capitalizzazione doltre 9 miliardi di dollari), che nel 2008 hanno visto salire gli utili per azione rispettivamente del 478,3%. del 365,1%. Mentre la russa Silvinit (che capitalizza quasi 1,7 miliardi di dollari) ha fatto segnare un +431,4%.



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sabato 11 febbraio 2012





L'influenza delle lobby sul mondo dalla ricerca
di Andrea Franceschi



Il business dell'agricoltura geneticamente modificata procede a passi spediti. E allo stesso ritmo cresce la schiera dei suoi oppositori in tutto il mondo. In mezzo il mondo scientifico, chiamata a dare un parere il più indipendente possibile sulla salute dell'uomo e sull'impatto ambientale di un così massiccio utilizzo delle biotecnologie nell'agricoltura. Sul primo punto i ricercatori sono in maggioranza concordi nel considerarli innocui. Il dibattito invece è ancora aperto per quanto riguarda l'impatto ambientale. L'utilizzo su scala globale di semi Ogm, secondo diversi esperti ed associazioni ambientaliste, mette seriamente a rischio il patrimonio della biodiversità (ossia l'insieme di tutte le forme, animali o vegetali, geneticamente dissimili presenti sulla terra).

Sul tema i pareri degli esperti sono i più diversi. Le multinazionali e se ne servono per promuovere la propria tesi, accusandosi rispettivamente di scarsa obiettività. Giganti del calibro della Monsanto, da parte loro, hanno però un fortissimo potere economico e una maggiore capacità di influenzare le scelte politiche. Nel 2008, secondo una stima del sito Opensecrets.org, l'industria delle sementi (in cui la componente Ogm è una fetta importante) ha sborsato oltre 17 milioni di dollari per finanziare esponenti del Congresso Usa ed entrambi i candidati alla Presidenza.

Forte poi l'azione di lobbying sul mondo della ricerca. Specialmente negli Stati Uniti dove larga parte dei finanziamenti all'università sono privati. Ha fatto scalpore a questo proposito la lettera inviata alla Epa (l'agenzia per la sicurezza ambientale Usa) in cui un gruppo di 26 ricercatori accusa le multinazionali di ostacolare il loro lavoro. Il fatto poi che la segnalazione fosse anonima la dice lunga sul potere che i big degli Ogm hanno sul settore della ricerca.


Cosa contestano questi universitari (che, sottolinea il New York Times, non sono certo etichettabili come fanatici ambientalisti)? In sostanza il fatto che le multinazionali facciano resistenza nel dare il permesso di utilizzare i propri semi a scopi di ricerca. Le autorizzazioni sono concesse con il contagocce. E quando vengono accordate, spesso prevedono, per la Società, il diritto di prendere visione (ed eventualmente revisionare) i documenti finali.



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venerdì 10 febbraio 2012



Un terreno su dieci coltivato con semi transgenici

di Andrea Franceschi

27 febbraio 2009

La popolazione mondiale continua a crescere e la domanda di derrate alimentari sarà sostenuta ancora per molto. Sulla base di questa constatazione si basano le previsioni di crescita dell'agribusiness. Un mercato che continua a crescere a ritmi sostenuti e che fa registrare utili a due cifre alle multinazionali delle sementi Ogm, che non sembrano risentire, per ora, dei colpi della recessione globale. Nel 2008 le superfici coltivate a Ogm in tutto il mondo sono aumentate del 9,4% arrivando a circa 125 milioni di ettari in tutto il mondo (dai 114,3 del 2007). Quasi un decimo di tutti i terreni coltivati in tutto il mondo sono seminati con Ogm. Il numero di nazioni che hanno adottato colture biotech è salito alla soglia storica di 25 (nel 1996, primo anno della loro commercializzazione, erano appena 6). In questi 25 stati vive oltre il 50% della popolazione globale. E più della metà degli 1,5 miliardi di ettari di terreni agricoli presenti in tutto il mondo sono in queste 25 nazioni.

Rispetto al 1996 la superficie coltivata a sementi Ogm è 74 volte tanto. Nel 2008 si è raggiunta la soglia dei 2 miliardi di acri coltivati complessivamente nel periodo tra il 1996 e il 2008. La soglia del primo miliardo di acri era stata toccata solo qualche anno fa, nel 2005, fa notare l'Isaa, associazione internazionale che studia lo sviluppo dell'agricoltura Ogm, nel suo ultimo rapporto. Lo studio, che è stato finanziato in parte dall'italiana Fondazione Bussolera Branca (un fatto curioso, dal momento che nel nostro Paese sono vietate le coltivazioni transgeniche) prevede che nel 2011, si raggiungerà la soglia di 3 miliardi di acri e, nel 2015 dei 4 miliardi.

Il valore del mercato delle sementi Ogm, nel solo 2008, è stato valutato circa 7,5 miliardi di dollari secondo una stima di Cropnosis, organismo internazionale che studia il mercato delle sementi transgeniche. Questo significa che il 22% del mercato globale delle sementi è rappresentato da Ogm. E la quota è destinata a salire: nel 2009si stima un giro d'affari di circa 8,3 miliardi di dollari. Dal 1996 il commercio di sementi Ogm ha fruttato 49,8 miliardi di dollari. E tutto fa pensare che presto sarà superata la storica soglia dei 50 miliardi. Le previsioni, nel 2011 si raggiungerà la soglia di 3 miliardi di acri e, nel 2015 dei 4 miliardi.

È nei paesi in via di sviluppo che l'agricoltura biotech sta prendendo piede. Nel continente nero soprattutto. Fino all'anno scorso solo il Sud Africa aveva adottato colture biotech. Quest'anno alla lista si sono aggiunti Burkina Faso ed Egitto, dove si è iniziato a coltivare soia transgenica. L'anno scorso poi anche la Bolivia si è affiancata ad Argentina, Cile, Paraguay, Uruguay, Messico, Colombia, Honduras e Brasile dando il via libera all'utilizzo di semi di soia Ogm.




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lunedì 6 febbraio 2012





Tecnologia innovativa in grado di risolvere il problema della fame del mondo, o potenziale minaccia per l'ambiente e la salute dell'uomo? Negli ultimi dieci anni il dibattito sugli Ogm non ha smesso di alimentare polemiche. Tra i politici, gli ambientalisti e all'interno della comunità scientifica. Una valutazione condivisa sul reale impatto delle tecnologie biotech nell'industria alimentare ancora non c'è. Ma una cosa certa: il business dell'egricoltura geneticamente modificata continua a crescere a ritmi sostenuti in tutto il mondo. E, a dispetto della recessione globale, l'industria degli Ogm e dei pesticidi per l'agricoltura continua a macinare utili. Basta guardare ai bilanci di colossi del settore come Monsanto, Du Pont, Syngenta e Limagrain, che hanno registrato vendite in netta crescita nel 2008 e che prevedono risultati positivi per tutto il 2009 e per gli anni a venire. 

Monsanto, il numero uno del mercato (la sua quota del mercato globale è del 23% secondo una stima del centro studi canadese Etc Group), prevede per l'anno in corso una crescita dei ricavi del 20%. Il che significa una maggior disponibilità di cassa di circa 1,8 miliardi di dollari. Da oggi al 2012 si prevede una crescita del 60% del business delle sementi geneticamente modificate. Stesse ottimistiche previsioni anche per il secondo player globale del settore: Du Pont. La multinazionale americana, attiva in diversi comparti industriali (dall'energia ai trasporti, dalle costruzioni alla plastica) ha in mano quasi un sesto del mercato mondiale. L'azienda prevede che la sezione Agriculture e Nutrition cresca, nei prossimi cinque anni ad un un tasso medio del 15%. Il terzo operatore nel mercato è una società svizzera: la Syngenta. Credit Suisse ha recentemente confermato il suo giudizio sul titolo a "outperform" alzando il target price. «L'ultimo trimestre del 2008 - si legge nel report del 9 febbraio -la crescita è rimasta robusta nonostante la stretta creditizia. E, stando i primi dati sulle vendite, il business di sementi e pesticidi non risentirà di alcuna contrazione nel 2009. Questo significa che per Syngenta ci sarà un forte cash flow e un probabile aumento del dividendo per gli azionisti di circa il 25%.

Il 2009, che secondo tutte le previsioni sarà l'anno in cui la recessione globale si farà sentire in tutta la sua violenza, sarà un altro anno positivo per i big degli Ogm. Certo, rispetto al 2008, i margini saranno minori. Ma in questo rallentamento la crisi gioca un ruolo secondario. Lo scorso anno infatti è stato un anno eccezionalmente positivo per il settore dell'agribusiness. Basti pensare che il numero uno del mercato, Monsanto ha fatto registrare un aumento degli utili del 104%.1 Un dato in gran parte dovuto all'impennata del greggio nella prima parte del 2008, che ha dato un forte impulso alla produzione di biocarburanti. Per questo motivo le quotazioni di commodities agricole, come grano e mais, sono schizzate all'insù dando una forte spinta alla domanda di sementi Ogm. E questo, nonostante poi il prezzo delle commodities si sia sgonfiato insieme al greggio, ha fatto significato risultati da record per tutti il settore Agrochemical. E non solo per i big. La tedesca K plus S e la israeliana Israeli Chemicals (che hanno una capitalizzazione doltre 9 miliardi di dollari), nel 2008 hanno visto salire gli ultimi per azione rispettivamente del 478,3%. del 365,1%. Mentre la russa Silvinit (che capitalizza quasi 1,7 miliardi di dollari) ha fatto segnare un +431,4%.

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GM Roundup Ready Soy



Soy is produced in South-America for export. Large parts of Argentina, Brazil, Paraguay and Bolivia are covered by extensive soy fields. The soy is shipped to Europe and China to be used as animal feed in the meat and dairy industry. The Netherlands are the second largest soy importer in the world.

Most of this soy (90%) is genetically engineered. The company Monsanto has designed soy varieties to be resistant to their own herbicide RoundUp (glyphosate). Roundup kills all other plants, except the soy.


This enables easy weed control. One only has to spray the field before sowing and kill everything that grows on it, without ploughing. This is repeated various times during the growing season, spraying Roundup mixed with various surfactants, insecticides and fungicides. This form of Soy production requires intense and repeated use of agri-toxics. Both seeds and agri-chemicals are produced by Monsanto and similar companies.


Naam: Soja, soy


Variaty GM Roundup Ready

sabato 4 febbraio 2012


INCHIESTA SU UNA STRATEGIA DI COMUNICAZIONE

Come Monsanto vende gli Ogm


Abituate a dettare legge ai governi, le società transnazionali devono oggi fare i conti con un risveglio civico che rischia di ostacolare i loro progetti. Il che spiega il proliferare di «codici comportamentali» e «carte etiche» di cui si dotano per nascondere il loro unico, vero obiettivo: conservare una totale libertà d'azione a livello planetario per continuare a creare «valore» per gli azionisti. È nel settore agrochimico che incontrano le maggiori difficoltà: gli Organismi geneticamente modificati (Ogm) non «passano» a livello di opinione pubblica, soprattutto in Europa, dato che nessuno studio scientifico ha potuto dimostrare che sono innocui, o che la biodiversità sia esente dai rischi connessi alla disseminazione accidentale, così come nessuno ha potuto pronunciarsi sui loro presunti effetti benefici. Le grandi industrie del settore, prima fra tutte la Monsanto, hanno dunque studiato una strategia di aggiramento. Non cercano di provare che i loro prodotti non presentano pericoli, ma li pubblicizzano come soluzione ai problemi di malnutrizione e di salute pubblica del terzo mondo e, soprattutto, come soluzione di ricambio per un pericolo sicuramente reale, e cioè i pesticidi. Sperano così di «conquistare» i diffidenti, grazie a campagne pubblicitarie elaborate minuziosamente e finanziate in modo massiccio
di AGNÈS SINAI*
Stato di allerta alla Monsanto: dopo l'allarme per una bomba nel suo insediamento francese di Peyrehorade, nel dipartimento delle Landes, il secondo colosso mondiale di semi agricoli lancia sulla sua rete Intranet un protocollo di sicurezza in caso di attacco cibernetico o fisico diretto ai suoi dipendenti. Questi ultimi sono tenuti a segnalare comportamenti sospetti, chiamate telefoniche non identificate e persone sconosciute, come pure a chiudere a chiave tutte le porte, a usare password per bloccare l'accesso al monitor dei computer e a non utilizzare modem connessi con l'esterno. Quanto ai colloqui con i giornalisti, sono proibiti a tutti, tranne che alle persone appositamente incaricate. La cultura del segreto, del resto, non è poi così estranea all'attuale direttrice delle comunicazioni di Monsanto-Francia, Armelle de Kerros, la quale ha lavorato per la Compagnie générale des matières atomiques (Cogema). Il che non impedisce alla Monsanto di ostentare la sua volontà di «trasparenza»...
Dopo lo scandalo Terminator, prima pianta assassina nella storia dell'agricoltura (1), l'azienda si dibatte tra paranoia difensiva e aggressività strategica. I problemi erano iniziati con l'acquisto, per la somma di 1,8 miliardi di dollari, dell'impresa Delta & Pine Land. La Monsanto entrava così in possesso di un brevetto che, grazie ad una tecnica di ingegneria genetica, permetteva di «bloccare» i semi inibendone la ricrescita da un anno all'altro, il che valse a questa tecnica di sterilizzazione il soprannome di «Terminator» da parte della Rafi (The Rural Advancement Foundation International).
Di fronte alla levata di scudi provocata a livello internazionale, il presidente della Monsanto, Bob Shapiro, annunciò il ritiro del prodotto, prima di dare le dimissioni.
Da allora, la multinazionale ha abbandonato lo slogan di un tempo - «Cibo, salute, futuro» - e cerca di rifarsi un nome. Produrre Ogm (si parla pudicamente di biotecnologie) è, infatti, un'impresa ad alto rischio, sia in termini di immagine che di investimenti. Senza parlare di possibili incidenti biologici: minacce alla biodiversità e comparsa di insetti mutanti, resistenti agli insetticidi incorporati nelle piante transgeniche (2). Negli Stati uniti, l'Agenzia per la protezione dell'ambiente (Epa) ha già incoraggiato gli agricoltori a destinare almeno il 20% delle loro terre a coltivazioni convenzionali per permettere lo sviluppo di insetti non resistenti al transgene Bacillus thuringiensis.
Organismi geneticamente «migliorati» Sono rischi sufficienti a spiegare come mai, nel valzer delle fusioni-acquisti e delle ristrutturazioni, l'agrochimica, che comprende le biotecnologie vegetali (cioè gli Ogm), sia sistematicamente isolata dagli altri settori, in modo da compartimentare il rischio transgenico. È in questa logica che Aventis cerca di svincolarsi da CropScience, la sua branca agrochimica. L'azienda aveva infatti commercializzato il mais transgenico Starlink, capace di provocare allergie nell'uomo.
Benché destinato esclusivamente all'alimentazione animale, il mais è stato ritrovato in notevoli quantità nelle patatine e nei corn-flakes dei consumatori americani, come pure nei dolci della ditta Homemade Baking venduti in Giappone. È sempre in questo contesto che nasce, nell'ottobre 2000, il primo gruppo mondiale di agrochimica, Syngenta, - risultato della fusione della svizzera Novartis con l'anglo-svedese Astra-Zeneca - che realizzerà un giro d'affari di circa otto miliardi di euro.
Monsanto, dopo la fusione con Pharmacia & Upjohn, una grande ditta farmaceutica, si occupa ormai solo di agricoltura, con un giro d'affari che nel 2000 ha raggiunto i 5,49 miliardi di dollari. Ha ceduto a Pharmacia il suo medicinale di punta antiartrite, il Celebrex, per specializzarsi nella produzione di prodotti fitosanitari, di semi agricoli e, in particolare, di semi geneticamente modificati. Monsanto è ora, a livello mondiale, la seconda casa produttrice di semi (dopo Pionneer) e di fitosemi dopo Syngenta ed è il numero uno degli erbicidi grazie al Roundup, l'erbicida più venduto al mondo (il suo giro d'affari nel 2000 è stato di 2,6 miliardi di dollari, quasi la metà di quello del gruppo). Il suo obiettivo è quello di fare accettare i prodotti transgenici convincendo l'opinione pubblica che è meglio nutrirsi con una pianta transgenica piuttosto che con una irrorata di pesticidi (3). Strategia che si agghinda di fronzoli filantropici ed ecologici per superare gli ultimi ostacoli.
Senza lesinare in fatto di «etica», Monsanto ha così adottato, nel gennaio 2001, un nuovo codice comportamentale che contiene cinque impegni: «dialogo», «trasparenza», «rispetto», «condivisione» e «benefici».
Secondo il direttore generale di Monsanto-Francia, Jean-Pierre Princen, i consumatori europei - i più restii agli Ogm - devono capire che un organismo geneticamente modificato non è altro che un organismo geneticamente migliorato. Da qui la nascita di una nuova Monsanto, indicata all'interno dell'azienda come «progetto M2»: i suoi semi sono ecologici e ottimi per la salute. Coloro che ne dubitano sono semplicemente male informati. Del resto è bene fare tabula rasa del passato: chi ricorda che Monsanto produceva il defoliante, detto «agente arancio», utilizzato dai bombardieri americani durante la guerra del Vietnam?
Oggi, le équipe della multinazionale si riuniscono a Ho-Chi-Minh-City per vendervi i loro erbicidi e per stringere relazioni privilegiate con i media, gli scienziati e i membri del governo vietnamita. Dalle Filippine all'Argentina, si vuole disporre di una totale libertà d'azione: «Free to operate» («carta bianca») nel gergo della casa.
All'esterno, dunque, sarà opportuno mettere in risalto le qualità ecologiche degli Ogm, di cui il gruppo commercializza due varietà.
Il primo, il gene Bt, nato dal batterio Bacillus thuringiensis, diffonde le proprie tossine insetticide, il che permette di diminuire la vaporizzazione di pesticidi supplementari: un raccolto di cotone detto «Bt» ne subirà due invece di sei o otto. Seconda varietà: il Roundup Ready, concepito per resistere all'erbicida Roundup. Così, l'agricoltore compra in kit sia il seme che l'erbicida! Il Roundup è presentato dalla ditta come un prodotto biodegradabile, e questo le è valso un processo per pubblicità menzognera, intentato dalla Direction générale de la concurrence, de la consommation et de la répression des fraudes (Dgccrf) di Lione (Direzione generale per la concorrenza, il consumo e la repressione delle frodi).
Rischi di sterilità Negli Stati uniti, l'Epa calcola tra i 20 e i 24 milioni di chilogrammi il volume annuo di glifosato utilizzato (4). Il prodotto è presente in modo massiccio soprattutto nella produzione di soia, grano, fieno, nei pascoli e nelle maggesi. Dal 1998, la sua utilizzazione è aumentata di quasi il 20% all'anno. Contenuto nel Roundup, è l'erbicida più venduto al mondo e rende ogni anno alla Monsanto circa 1,5 miliardi di dollari. Il brevetto è scaduto nel 2000, ma la ditta conserverà una parte del monopolio grazie alle piante geneticamente modificate, concepite per essere tolleranti al glifosato. In Bretagna, questo pesticida figura tra gli inquinanti pericolosi e regolari: nell'ottobre 1999 superava di 172 volte la norma nell'Elorn, che fornisce acqua potabile ad un terzo del Finistère, «il che prova che la dichiarata biodegradabilità del Roundup è una impostura» spiega la dottoressa Lylian Le Goff, membro della missione Biotecnologie dell'associazione France Nature Environnement (Francia Natura Ambiente). L'inquinamento da pesticidi del suolo, dell'acqua e dell'acqua piovana, dell'insieme della catena alimentare e dell'aria è diventato un serio problema di salute pubblica che l'amministrazione francese ha tardato a prendere in considerazione. Ne consegue, per la dottoressa Le Goff, «l'assoluta necessità di applicare il principio di precauzione riconsiderando la sollecitazione ad utilizzare pesticidi, soprattutto se incoraggiata da una pubblicità falsa, che vanta l'innocuità e la biodegradabilità dei prodotti a base di glifosato».
L'ingestione di pesticidi da parte del consumatore sarebbe nettamente più alta se le piante geneticamente modificate dovessero diffondersi, visto che queste ne sono impregnate. Come le diossine, anche i pesticidi - tra cui il glifosato - non sono biodegradabili nel corpo umano e costituiscono un vero e proprio inquinamento invisibile (5). Le loro molecole cumulano effetti allergizzanti, neurotossici, cancerogeni, mutageni e ormonali alterando la fertilità maschile. Hanno proprietà simili a quelle degli ormoni femminili, gli estrogeni: globalmente, queste azioni ormonali sarebbero responsabili di una diminuzione del 50% del tasso di produzione spermatica registrato negli ultimi cinquant'anni. Se il declino spermatico dovesse proseguire, la clonazione si imporrebbe alla specie umana intorno al 2060! Oltre che biodegradabili, i semi transgenici compatibili con il Roundup sono presentati dalla Monsanto come «amici del clima» (climate friendly), dato che il loro impiego permetterebbe agli agricoltori di ridurre, o addirittura eliminare l'aratura, permettendo lo stoccaggio nella terra di dosi massicce di gas carbonico e di metano, con la conseguenza di ridurre del 30% le emissioni di gas carbonico degli Stati uniti.
Resta da spiegare in cosa una coltivazione non transgenica sarebbe meno efficace... Una sola certezza: i profitti sarebbero minori, in particolare perché una coltura ordinaria farebbe a meno dell'erbicida Roundup. L'improvvisa vocazione ecologica della Monsanto e lo zelo del suo «presidente per lo sviluppo sostenibile», Robert B. Horsch, convergono con gli interessi di chi vende i diritti ad inquinare, come quei proprietari terrieri del Montana, già riuniti in una Coalizione per la vendita di diritti di emissione di gas carbonico (6).
Se la fraseologia ad uso esterno della Nuova Monsanto è centrata su «tolleranza», «rispetto» e «dialogo», il vocabolario strategico si fa nettamente più crudo all'interno. La «filosofia» dell'azienda, come è stata esposta da Ted Crosbie, direttore del programma di sviluppo vegetale, ad un'assemblea di dirigenti della Monsanto-America latina nel gennaio 2001, non usa sfumature: «consegniamo insieme il pipeline e il futuro». Detto più chiaramente, si tratta di inondare di Ogm le superfici agricole disponibili per occupare terreno - e in modo irreversibile. L'America latina è, da questo punto di vista, «un ambiente vincente»: Monsanto valuta che nel solo Brasile restano ancora 100 milioni di ettari di superfici da «sviluppare». Purtroppo, questo paese continua ad essere restio agli Ogm, lamentano Nha Hoang e i suoi colleghi del gruppo Monsanto incaricati della strategia «free to operate» in America latina: «È già il secondo produttore mondiale di soia transgenica dopo gli Stati uniti, e probabilmente sarà presto il primo. È la più grande potenza economica dell'America latina, ma è la sola in cui le coltivazioni transgeniche non hanno ancora ricevuto il permesso. I giudici hanno ritenuto viziato il processo di autorizzazione della soia transgenica Roundup Ready, perché non erano stati condotti appropriati studi d'impatto ambientale; sono arrivati a sostenere che l'attuale agenzia di regolazione delle biotecnologie sia stata costituita in modo illegale». La regolarizzazione dello statuto dell'agenzia in questione, CtnBio, attende la ratifica da parte del Congresso brasiliano... Obiettivo: ottenere il «pipeline» per la soia transgenica per aprire la strada ad altre autorizzazioni che consentano di immettere sul mercato: mais Yieldgard, cotone Bollgard e cotone Roundup Ready nel 2002; mais Roundup Ready nel 2003; soia insetticida Bt nel 2005. Intanto, Monsanto investe 550 milioni di dollari nella costruzione di una fabbrica che produrrà il suo erbicida Roundup nel nord-est dello Stato di Bahia.
La strategia della multinazionale è centrata sulla biotech acceptance: fare accettare gli Ogmdalla società, poi - o in concomitanza - inondare i mercati. Allo scopo vengono lanciate massicce campagne di aggressione pubblicitaria. Negli Stati uniti, gli spot televisivi sono comprati direttamente dall'organo di propaganda delle imprese del settore, il Council for Biotechnology Information. La Monsanto è cofondatrice di questo organismo, che centralizza le informazioni relative ai «benefici dei biotech»: «La televisione è uno strumento importante per fare accettare i biotech. Perciò fate attenzione agli spot pubblicitari e fateli vedere alla vostra famiglia e agli amici», è l'invito di Tom Helscher, direttore dei programmi di biotechnology acceptance nella sede di Monsanto, a Crève-Coeur (Missouri). Soprattutto, si devono rassicurare gli agricoltori americani che, spaventati in particolare per i loro mercati esteri, esitano a comprare semi geneticamente modificati.
Anche se Aventis Crop Science, Basf, Dow Chemical, DuPont, Monsanto, Novartis, Zeneca Ag Products hanno lanciato massicce campagne di propaganda negli Stati uniti, esitano ancora a fare altrettanto in Europa... In Gran Bretagna, l'équipe commerciale della Monsanto si dichiara soddisfatta dei risultati del proprio programma di «perorazione in favore delle biotecnologie» che permette ai dipendenti del settore commerciale, dopo una formazione garantita dall'impresa, di autoproclamarsi «esperti» nella materia ed andare quindi a vantare i meriti dei prodotti transgenici tra i contadini e nelle scuole. «Non c'è niente di meglio che un eccesso di comunicazione», sostiene Stephen Wilridge, direttore della Monsanto-Europa del Nord.
Il sistema scolastico costituisce evidentemente un elemento strategico nella conquista dell'opinione pubblica. Il programma Biotechnology Challenge 2000, parzialmente finanziato dalla Monsanto, ha visto il 33% degli studenti liceali irlandesi produrre ricerche sul ruolo delle biotecnologie nella produzione alimentare. Mobilitato per distribuire premi e trofei, il commissario europeo incaricato della protezione della salute dei consumatori, David Byrne in persona, non ha «alcun dubbio sul fatto che esiste un legame tra la riluttanza dei consumatori nei confronti delle biotecnologie e la mancanza di una seria informazione sull'argomento». Per il 2001, il direttore della Monsanto-Irlanda, Patrick O'Reilly spera in una più ampia partecipazione, perché «questi studenti sono consumatori consapevoli e decideranno del futuro».
La multinazionale impara a decodificare, ma anche a riciclare i messaggi e le attese della società. Da alcuni mesi, Monsanto oscilla tra velleità di dialogo e rifiuto viscerale nei confronti delle più importanti organizzazioni non governative che contestano le presunte qualità degliOgm. A cominciare da Greenpeace, definita un «criminale contro l'umanità» dall'inventore svizzero del riso dorato, Ingo Potrykus, che lavora alla Syngenta. Il riso dorato è un riso transgenico arricchito di beta-carotene (vitamina A), dunque un Ogm di seconda generazione, detto «alicament» per le sue pretese curative, oltre che alimentari.
Primo riso terapeutico nella storia dell'agricoltura, è molto atteso dalle grandi industrie biotecnologiche: con lui gli ultimi scettici non avranno più dubbi sul carattere fondamentalmente virtuoso del progetto Ogm. La vitamina A, integrata per transgenesi, sarà, alla fine, il promotore morale dell'alimentazione transgenica mondiale: chi si azzarderà ancora a criticarne i meriti, quando tanti bambini del terzo mondo sono colpiti da cecità per carenza di beta-carotene?
Chi oserà più dubitare che la vocazione di fondo del commercio di semi transgenici sia nutritiva, ecologica ed umanitaria?
Una contestazione demoniaca Rimane il fatto che l'efficacia del riso dorato per le popolazioni interessate è poco credibile: Greenpeace e altri lo dimostrano per assurdo, chiarendo in particolare, con l'aiuto dei microgrammi, che per ingerire ogni giorno una dose sufficiente di vitamina A, un bambino del terzo mondo dovrebbe compiere un'impresa eroica: ingerire 3,7 chilogrammi di riso dorato bollito al giorno, invece di due carote, un mango e una ciotola di riso. Ed ecco la reazione pubblica di Potrykus, durante una conferenza stampa a Biodivision, il «Davos» delle biotecnologie, tenuta a Lione nel febbraio 2001: «Se avete intenzione di distruggere le coltivazioni sperimentali a scopo umanitario di riso dorato, sarete accusati di contribuire ad un crimine contro l'umanità. Le vostre azioni saranno scrupolosamente registrate in tribunale e avrete, spero, modo di rispondere dei vostri atti illegali e immorali davanti ad una corte internazionale».
Criminali contro l'umanità, dunque, tutti coloro che dubitano e contestano, sono addirittura definiti «demoni della terra» (Fiends of the Earth), gioco di parole che richiama sia il nome inglese degli Amici della terra (Friends of the Earth) che un sito web molto apprezzato dal personale della Monsanto. Se la contestazione politica è per sua natura «demoniaca», il «dialogo» non può proseguire. Eppure, la nuova Monsanto s'impegna, nella sua carta deontologica, «a instaurare un dialogo permanente con tutti i soggetti interessati, per comprendere meglio problematiche e preoccupazioni suscitate dalle biotecnologie».
Dietro questa apparente sollecitudine si mette in moto una vera e propria strategia commerciale, quella della doppia conformità: conformità a posteriori, dell'immagine dei prodotti Ogm con le attese dei consumatori; conformità delle menti, attraverso propaganda pubblicitaria e comunicazione intensiva. Perché, se il solo e unico scopo della Monsanto è far passare il suo progetto biopolitico mondiale, la nuova Monsanto ha bisogno di mostrare un'etica, necessariamente a geometria variabile, visto che è la multinazionale stessa a dettarne le regole. A tal fine, la società ha affidato ad una specialista mondiale delle comunicazioni d'impresa, Wirthlin Worldwide, il compito di «trovare meccanismi e strumenti che aiutino la Monsanto a persuadere i consumatori con la ragione e a motivarli con l'emozione».
Questo sondaggio degli atteggiamenti mentali - battezzato «progetto Vista» - è basato sulla «rilevazione dei sistemi di valori dei consumatori».
Si tratta, a partire dalla raccolta di dati, di elaborare «una cartografia a quattro livelli dei modi di pensare (...): i preconcetti, i fatti, i sentimenti e i valori. Negli Stati uniti, i risultati dello studio hanno permesso di elaborare messaggi che colpiscono il grande pubblico, di individuare cioè l'importanza dell'argomento a sostegno dei biotech: meno pesticidi nei vostri piatti». In Francia, i dipendenti della Monsanto sono stati sottoposti a questa indagine durante un colloquio confidenziale ove si presumeva potessero esprimere liberamente il loro pensiero sulle biotecnologie, «nel bene o nel male», dato che l'obiettivo era formare dei «portavoce che utilizzeranno i messaggi studiati per il grande pubblico».
Inquinamento genetico L'accesso al materiale genetico, e ai mercati, col beneficio di una totale libertà di manovra, è la duplice priorità definita dal concetto «free to operate». La messa a punto di un Ogm costa tra i 200 e i 400 milioni di dollari e richiede dai sette ai dieci anni. Come contropartita per un tale investimento, la multinazionale deve necessariamente ottenere una rendita, garantita dalla dipendenza rispetto al brevetto depositato sulla pianta. Per potere riseminare da un anno all'altro, bisognerà ogni volta pagare royalties all'impresa. Ogni varietà che comporti un organismo geneticamente modificato sarà protetta dal brevetto, il che implica, per l'agricoltore, l'acquisto di una licenza.
Il rischio, a (breve) termine, è quello di dare ai grandi produttori di semi la possibilità di bloccare tutto il sistema, monopolizzando il patrimonio genetico mondiale e creando una situazione irreversibile: l'agricoltore non potrebbe più recuperare questo patrimonio per tornare a selezionare lui stesso.
Questo poteva porre un problema alla Monsanto anche in base al suo stesso codice comportamentale che l'impegna a «far sì che gli agricoltori senza risorse del terzo mondo possano beneficiare della conoscenza e dei vantaggi di tutte le forme di agricoltura, per contribuire a migliorare la sicurezza alimentare e la protezione dell'ambiente».
Ed ecco allora la generosa concessione al Sudafrica del brevetto sulla patata dolce transgenica, nella speranza di un più ampio insediamento sul continente nero. «In Africa, potremmo con pazienza ampliare le nostre posizioni con lo Yield Gard, e anche con il mais Roundup Ready.
Parallelamente, dovremmo pensare a diminuire o a eliminare i diritti sulle nostre tecnologie adattate alle culture locali, come la patata dolce o la manioca».
Strategia a due facce, dove si mostrano intenzioni generose per prendere piede in mercati poco disponibili, o meno solvibili, ma potenzialmente dipendenti. Un procedimento simile a quello che ha portato a impiantare il riso dorato della Syngenta in Thailandia (per metterlo a disposizione gratuitamente è stato necessario togliere 70 brevetti) o ad usare la vacca da latte indiana dopata al Polisac della Monsanto (ormone proibito nell'Unione europea), per arrivare a conquistare mercati locali poco attratti dalle biotecnologie.
D'altro canto poi, la Monsanto ha recentemente fatto condannare Percy Schmeiser, agricoltore canadese, ad una multa di circa 22 milioni di lire per «pirateria» di colza transgenica. L'interessato ha contrattaccato accusando la Monsanto di avere accidentalmente inquinato i suoi campi di colza tradizionale con colza transgenica tollerante al Roundup.
Ma la giustizia è in grado di stabilire l'origine di un inquinamento genetico? Questo caso, che rischia di ripresentarsi, mostra la difficoltà di contenere le disseminazioni accidentali di Ogm. In Francia, queste sono sottoposte alla legge del silenzio. Nel marzo del 2000, diversi lotti di semi convenzionali di colza primaverile della società Advanta, contaminati da semi Ogm di un'altra società, sono stati seminati in Europa. Le piante sono state distrutte. Nell'agosto 2000, alcune varietà di colza invernale, controllate dalla Dgccrf, hanno rivelato contaminazioni da semi Ogm. Ma nessun Ogm di colza è ancora autorizzato per la coltivazione o il consumo in Francia.
Già da ora, la tracciabilità mostra le sue crepe. Le contaminazioni fortuite sono sempre più frequenti. Un responsabile sanitario della Lombardia ha recentemente denunciato la presenza di Ogm in lotti di semi di soia e di mais della Monsanto. Ogm sono stati rilevati in stock di semi di mais depositati a Lodi, vicino a Milano. La pressione in Europa salirà, visto che la soia importata - ormai massicciamente transgenica - sostituirà le farine animali oggi proibite.
Ma l'obiettivo delle industrie che producono semi transgenici non è forse quello di vedere sparire la filiera senza Ogm, contando sugli alti costi di controllo che essa comporta? È probabile che nei prossimi anni gli agricoltori trovino sempre maggiori difficoltà a procurarsi semi provenienti da questa filiera. La ricerca mondiale si orienta verso i semi transgenici, e dunque non è impensabile che le varietà non-Ogm
Si può dunque dubitare della «trasparenza» mostrata dalla Monsanto.
Il consumatore dipende delle informazioni fornite dall'impresa. Ogni costruzione genetica è considerata un brevetto e non esiste alcun obbligo legale, per una società, di fornire il test a laboratori privati per eseguire analisi di controllo. In Francia, la descrizione di una costruzione genetica è depositata presso la Dgccrf che è la sola a poter effettuare analisi. Non essendo però abilitata a farlo a titolo commerciale, non può essere utilizzata a questo scopo da consumatori o industriali.
Il consumatore dovrà dunque accontentarsi di sapere che l'industria commercializza i semi solo dopo che questi hanno ricevuto l'autorizzazione a essere utilizzati per l'alimentazione umana e dopo essersi impegnata a «rispettare le preoccupazioni d'ordine religioso, culturale ed etico nel mondo non utilizzando geni provenienti dall'uomo o da animali nei [suoi] prodotti agricoli destinati all'alimentazione umana o animale». La recente nomina alla direzione dell'Epa americana di una ex dirigente della Monsanto, Linda Fischer, fa pensare che non solo la nuova Monsanto non è fuori legge, ma mira a fare la legge. finiscano con l'essere inadatte all'evoluzione delle tecniche agricole, se non completamente obsolete.
note:
* Ricercatrice.
(1) Leggere Jean-Pierre Berlan e Richard C. Lewontin, «Un racket confisca la materia vivente», Le Monde diplomatique/il manifesto, dicembre 1998.
(2) Il rischio di disseminazione incontrollata è stato uno dei motivi invocati da Josè Bové e da altri due contadini per giustificare la distruzione di piante di riso transgenico nelle serre del Centro di cooperazione internazionale e ricerca agronomica per lo sviluppo (Cirad), avvenuta a Montpellier nel 1999. I tre militanti, condannati il 15 marzo scorso a pene detentive con la condizionale, hanno presentato ricorso.
(3) I tipi delle Editions de l'Institut national de la recherche agronomique (Inra) hanno pubblicato un fumetto (La Reine rouge, testi e illustrazioni di Violette Le Quéré Cady, Parigi, 1999) la cui lettura e utilizzazione sarebbe, diciamo, raccomandata al personale della Monsanto. Si tratta di un panegirico a favore degli Ogm, in nome della pericolosità degli insetticidi.
(4) Cifre citate da Caroline Cox, «Glyphosate», Journal of Pesticide Reform, autunno 1998, vol. 18, n° 3, pubblicato dalla Northwest Coalition for Alternatives to Pesticides.
(5) Leggere a questo proposito il lavoro di Mohammed Larbi Bouguerra, La Pollution invisible, Puf, Parigi, 1997.
(6) http://www.carbonoffset.org.
(Traduzione di G. P.)
www.monde-diplomatique.it

venerdì 3 febbraio 2012


L'introduzione del cotone transgenico provoca l'ira dei contadini africani

Monsanto all'assalto del Burkina Faso


La crisi alimentare del 2008 ha rilanciato il dibattito sulle biotecnologie, che dovrebbero accrescere la produttività dell'agricoltura africana. Ma, come i loro omologhi altermondialisti occidentali, i contadini del continente nero temono le conseguenze sanitarie e sociali degli organismi geneticamente modificati. Il produttore americano di sementi Monsanto ha perciò deciso d'investire mezzi ingenti per imporli, con l'aiuto del presidente burkinabé Blaise Compaoré. La resistenza si organizza.


di Françoise Gérard *

Il Burkina Faso, piccolo stato tra i più poveri del mondo, si è discretamente lanciato nella coltivazione di organismi geneticamente modificati (Ogm), in particolare del cotone Bt (1). La collaborazione di Ouagadougou con il produttore di sementi americano Monsanto, nota al grande pubblico dal 2003, suscita un dibattito sempre più aspro tra i contadini e le associazioni locali in quanto esso rappresenta un test per lo sviluppo degli Ogm in tutta l'Africa occidentale. Com'è potuto succedere che il Burkina Faso abbia finito per lavorare con un'azienda famosa per il suo erbicida Roundup e il suo «agente arancio» (2)? La sacrosanta «lotta contro la povertà» alla quale gli Ogm contribuirebbero rilanciando l'agricoltura burkinabé è un ottimo pretesto, e le motivazioni reali delle parti cominciano solo adesso a essere chiare sotto la pressione delle associazioni...
Con la massima segretezza, nel 2001 sono iniziati i primi test sul cotone Bt in Burkina Faso, in violazione della convenzione sulla biodiversità del 1992 e del protocollo di Cartagena sulla biosicurezza del 2000. Tali trattati internazionali stabiliscono che i paesi interessati debbano munirsi di un quadro legislativo e prendere tutte le precauzioni possibili prima di cominciare la coltivazione di Ogm. Inoltre, i firmatari s'impegnano ad informare la popolazione dei pericoli e a non prendere alcuna decisione senza un'ampia consultazione pubblica.
Tuttavia, solo nel 2003, durante un seminario sulla biosicurezza a Ouagadougou, la Lega dei consumatori apprende l'esistenza di questi test e rivela ciò che l'Istituto dell'ambiente e della ricerca agricola (Inera) aveva nascosto. Monsanto sostenne che i test venivano effettuati in «zone confinate». In realtà, si trattava di appezzamenti di terreno recintati da reti strappate.
Dunque è a cose fatte che il Burkina Faso si mette in regola facendo ratificare dal Parlamento, nell'aprile 2006, il regime di sicurezza in tema di biotecnologia. I settantacinque articoli di questa legge avrebbero potuto rassicurare gli oppositori degli Ogm, se non vi fosse stabilito che il suo obiettivo è «garantire la sicurezza umana, animale e vegetale, e la protezione della diversità biologica e dell'ambiente» (art.22), incaricando della valutazione dei rischi l'Agenzia nazionale per la biosicurezza (Anb). Ebbene, secondo i loro oppositori, le colture Ogmvengono contestate proprio perché i rischi sono incontrollabili (3)...
Se Monsanto ha scelto il Burkina Faso, è innanzitutto perché è il maggior produttore di cotone dell'Africa occidentale, davanti a Mali, Benin e Costa d'Avorio. Inoltre, la sua situazione geografica ne fa il cavallo di Troia delle biotecnologie nella regione. Le frontiere sono permeabili: è noto che gli stabilimenti di sgranatura favoriscono gli scambi involontari. La contaminazione «accidentale» delle piante da parte degli Ogm conviene alle imprese «conquistatrici», poiché una pianta contaminata non può tornare allo stato precedente e non si può distinguere ad occhio nudo una pianta geneticamente modificata da un'altra.
Inoltre, i controlli tecnici sono molto costosi, e non sono alla portata delle comunità rurali. Gradualmente, gli Ogm si stanno dunque diffondendo all'insaputa degli abitanti. Mentre il Benin ha rinnovato per cinque anni la moratoria sugli Ogm, il Mali ha appena ceduto alle pressioni ed ha autorizzato i test sul cotone Bt.
Il Burkina Faso era l'anello debole dell'area: il suo presidente Blaise Compaoré cercava di riconciliarsi con la «comunità internazionale» dopo aver sostenuto attivamente l'ex-presidente della Liberia, Charles Taylor (4), durante la sanguinosa guerra civile negli anni '90. Su di lui, pesavano i sospetti di avere alimentato il traffico d'armi e di diamanti nella regione. In pochi anni, il suo paese è diventato un allievo-modello delle istituzioni finanziarie internazionali e dell'Organizzazione mondiale del commercio (Wto). La collaborazione con Monsanto ha anche rappresentato un gesto politico verso gli Stati uniti, molto irritati dall'atteggiamento di Compaoré.
A partire dal 2003, il ministro dell'agricoltura Salif Diallo fece del cotone Ogm il suo cavallo di battaglia. L'Unione nazionale dei produttori di cotone del Burkina (Unpcb), diretta da François Traoré, dopo aver manifestato le sue preoccupazioni, modificò le sue posizioni in cambio del 30% delle azioni della Società di fibre tessili (Sofitex), la principale società del cotone burkinabé privatizzata su richiesta della Banca Mondiale. Alcuni contadini dissidenti crearono, nel 2003, il Sindacato nazionale dei lavoratori dell'agricoltura e dell'allevamento (Syntap), ferocemente contrario agli Ogm. E cìè la dichiarazione di un leader contadino, Ousmane Tiendrébéogo: «Da noi c'è solo l'agricoltura; non hanno il diritto di giocare alla roulette russa con il nostro futuro».
Di fronte all'Unpcb ci sono tre società produttrici di cotone: la Sofitex, nella regione occidentale, la Società cotoniera di Gourma (Socoma, ex-Dagris), nella regione orientale, e Faso Cotone, nella regione centrale. Esse fissano con l'Unpcb il prezzo annuale: 165 franchi Cfa (0,25 euro) al chilo per cotone di «prima scelta» nel 2008. Esse forniscono - a credito - i semi, gli insetticidi e gli erbicidi necessari e poi, quando il cotone è maturo, vengono a raccoglierlo nei campi per portarlo allo stabilimento di sgranatura.
Questo «incarico» ereditato dal sistema coloniale è a doppio taglio, perché non lascia affatto autonomia al produttore. Proprietario della sua parcella, egli può teoricamente abbandonare il cotone se ritiene il raccolto insignificante, e adottare un'altra coltura più redditizia, come il sesamo (5). Ma in realtà, il suo indebitamento, il suo basso livello d'istruzione e i prodotti forniti dalle società cotoniere lo rendono molto dipendente del sistema. Yezuma Do, produttore, racconta: «Sono venuti con le autorità e le guardie per dirci che l'anno prossimo noi faremo tutti del Bt, perché è meglio per noi. Ma non ci dicono il prezzo dei semi. E se noi rifiutiamo, l'Unpcb ci avverte che non potremo sgranare il nostro cotone convenzionale nella regione». Stanco di lottare, Do prevede, con molti suoi vicini, di rinunciare alla coltivazione del cotone.
L'Uncpb e le società cotoniere si sono costituite in Associazione interprofessionale del cotone in Burkina (Aicb). In accordo con i ricercatori dell'Inera e della Monsanto, l'Aicb dirige la formazione dei tecnici e dei produttori. È lei che fisserà il prezzo delle sementi Bt per il 2009, e il cerchio si chiude. Nel 2008, dodicimila ettari di cotone Bt, tipo Bollgard II, sono stati coltivati per procurare semi per trecentomila o quattrocentomila ettari, dopo che l'Anb ha autorizzato la produzione commerciale del cotone Bt per il 2009.
Che succederà realmente? Mentre il seme del cotone convenzionale prelevato sul raccolto costa solo 900 franchi Cfa (1,37 euro) l'ettaro, i diritti di proprietà intellettuale (Dpi) dovuti alla Monsanto rischiano invece di superare i 30.000 franchi Cfa (45 euro) all'ettaro (6).
Ci si accontenta di rassicurare i contadini promettendogli che il prezzo non supererà i loro mezzi.
Si è costituito un fronte anti-Ogm, che unisce diverse associazioni: è la Coalizione per la conservazione del patrimonio genetico africano (Copagen). Ne fanno parte anche gruppi appartenenti ai paesi vicini (Benin, Mali, Costa d'Avorio, Niger, Togo e Senegal). Benché le sue capacità finanziarie siano ridotte, la Copagen ha organizzato nel febbraio 2007 una carovana attraverso la regione per sensibilizzare e informare le popolazioni sul pericolo. La manifestazione si è conclusa con una marcia di protesta nelle strade di Ouagadougou. Sui cartelli dei manifestanti si leggeva: «No al diktat delle multinazionali»; «Coltivare bio significa proteggere davvero l'ambiente»; «Gli accordi di partenariato economico (7) e gli Ogm non sono soluzioni per l'Africa, essi sono contro di noi: fermati-pensa-resisti».
Un partecipante riassumeva così il problema: «Se questi sono gli Ogm, non li vogliamo! I politici lavorano davvero per il nostro bene?
Bisogna diffondere subito e ovunque l'informazione e la sensibilizzazione sugli Ogm; non passeranno mai in Africa...» E anche preoccuparsi degli effetti della «propaganda» dei sostenitori del cotone transgenico.
La verità è che il fronte pro-Ogm non lesina spese grazie al sostegno del governo: conferenze stampa, viaggi-studio interamente pagati, eventi pubblici, film d'«informazione»... I depliant in carta patinata della Monsanto descrivono un mondo idilliaco con l'aiuto delle statistiche dell'Inera. Sostengono che i semi Ogm Bollgard II genereranno un aumento medio del rendimento del 45%, una riduzione dei pesticidi da sei a due passaggi, una riduzione dei costi del 62%, da cui deriverà un risparmio di 12.525 franchi Cfa per ettaro (cioè 20 euro) e, di conseguenza, un beneficio per la salute dei coltivatori e per l'ambiente.
Niente pare tanto aleatorio quanto il «rendimento medio», in un paese soggetto a una pluviometria capricciosa. Se non piove, capita che i contadini siano obbligati a fare due o tre semine successive. Finché il prezzo dei semi è trascurabile, si tratta «solo» di un sovraccarico di lavoro. Ma, se si devono acquistare i diritti di proprietà intellettuale, quanto costerà un ettaro di cotone? Inoltre, pare che il gene miracoloso rimanga vulnerabile alla siccità e che degeneri man mano che la pianta cresce. Ultimo inconveniente: durante un seminario organizzato dall'Unione europea a cui partecipava Traoré, è stato imposto ai produttori di cotone di tenere uno stock di sicurezza di pesticidi «nel caso in cui». Ciò significa che il ricorso ai prodotti chimici non necessariamente diminuisce.
Infatti, si possono verificare due fenomeni: la comparsa di insetti resistenti al gene (in quattro o cinque anni) e di infestanti secondari immuni dal gene. Gli Stati uniti e l'India hanno dovuti affrontare questo problema. Curiosamente, mentre il Comitato consultivo internazionale del cotone (Ccic) (8), riunito a Ouagadougou dal 17 al 21 novembre 2008, ha vantato i clamorosi successi del cotone Bt indiano (sei anni consecutivi di aumenti nel rendimento), non è stato fatto alcun cenno all'ondata di suicidi tra i piccoli produttori rovinati da una produzione ben inferiore a quella che era stata fatta intravedere loro.
Quanto alla riduzione dei costi, è difficile indicare una cifra, poiché Monsanto mantiene gelosamente il segreto sul prezzo dei Dpi, che si aggiungerà a quello dei fertilizzanti e degli erbicidi. Supponendo che i rendimenti siano migliorati (9), la differenza non permetterà altro che di annullare il sovrapprezzo dei Dpi.
L'argomento a cui i coltivatori sono più sensibili resta la diminuzione dei pesticidi sbandierata da Monsanto. In effetti, durante i giorni di spargimento dei pesticidi, capita che gli agricoltori dormano nei loro campi con tutta la famiglia, esponendosi così alla notevole tossicità di tali prodotti. Tuttavia, si può utilizzare un insetticida naturale estratto dal neem, un albero che cresce nell'Africa occidentale.
Basta un inquadramento tecnico, come dimostrano le esperienze fatte in Mali sul 10% delle superfici coltivate a cotone dalla Compagnia maliana per lo sviluppo dei tessili (Cmdt). Nel 2001, l'Organizzazione delle nazioni unite per l'alimentazione e l'agricoltura (Fao) ha, da parte sua, lanciato un progetto di gestione integrata della produzione e degli infestanti (Gipd) con l'obiettivo di ridurre, fino ad eliminarlo, l'uso dei pesticidi. Tuttavia, nulla è stato fatto affinché questo programma del Gipd superi lo stadio di test-pilota. In più, «l'Unpcb si comporta con i contadini come una milizia, rafforzando la politica della Sofitex che ci impone fertilizzanti ed insetticidi, senza darci la possibilità di rifiutarli», protesta Do.
Fra le soluzioni di ricambio agli Ogm, esiste il cotone biologico ed equo che l'associazione Helvetas ha lanciato in Mali nel 2002 e in Burkina Faso nel 2004: nessun prodotto chimico, concimazione organica (gratuita), raccolto di prima qualità... Il suolo si rigenera invece di degradarsi. Il chilo di cotone è pagato 328 franchi Cfa (0,50 euro) al produttore, contro i 165 franchi Cfa (0,25 euro) per il cotone convenzionale. La filiera già riunisce cinquemila piccoli produttori su circa settemila ettari nelle tre regioni, (Ovest, Centro ed Est) del Burkina. Ma parecchi ostacoli sembrano frenare la sua espansione: oltre agli interventi rumorosi e scorretti di Monsanto, alleata delle istituzioni finanziarie internazionali, il trasporto del concime organico ha bisogno di un asino e di un carretto. Sono pochi i contadini che dispongono di tali mezzi.
Secondo Abdoulaye Ouédraogo, responsabile della filiera del cotone all'Helvetas Burkina, «qui non c'è futuro per gli Ogm. Innanzitutto per ragioni climatiche. Inoltre, perché i piccoli produttori non applicheranno mai le regole. Essi si preoccupano prima di riempire i granai per nutrire la famiglia: il cotone viene dopo. Non è come negli Stati uniti, dove si pratica la monocultura a perdita d'occhio...».
L'accanimento pro-Ogm si spiega quindi non solo con la volontà delle multinazionali, ma anche con l'arricchimento che ne trae una classe privilegiata ai danni dell'interesse del paese.


note:
* Giornalista, Ouagadougou.

(1) Il cotone Bt è una varietà locale a cui si è aggiunto un gene estratto da un batterio del suolo, Bacillus thuringiensis, mortale per alcuni agenti infestanti del cotone. 
(2) Soprannome dato all'erbicida - estremamente tossico per l'essere umano - più usato dall'esercito degli Stati uniti in Vietnam per distruggere i raccolti e defogliare le foreste. Si legga Francis Gendreau, «Vietnam, l'agente arancio uccide ancora», Le monde diplomatique/il manifesto, gennaio 2006. 
(3) Si legga Aurélien Bernier, «L'avanzata degli Ogm oltre l'ingannevole controllo», Le monde diplomatique/il manifesto, novembre 2006. 
(4) Taylor è attualmente giudicato dal Tribunale speciale per la Sierra Leone, per aver sostenuto in questo paese, il Fronte rivoluzionario unito (Ruf), il movimento ribelle responsabile dei crimini contro l'umanità. 
(5) Un'associazione italiana aveva lanciato un programma per l'esportazione molto vantaggiosa per i produttori. Temendo la concorrenza per il cotone, le autorità l'hanno fatta fallire. 
(6) Si veda il sito dell'associazione Grain, che dispone di una documentazione molto completa: www.grain.org 
(7) Gli accordi di partenariato economico (Ape) sono accordi commerciali con i quali l'Unione europea tenta di sviluppare il libero scambio con i paesi del Sud. Tenuto conto dell'opposizione manifestata dalla popolazione e da numerose associazioni, le negoziazioni, iniziate nel 2000, non hanno potuto concludersi con tutti i paesi. Cfr. La pagina «Stop Ape» sul sito dell'Associazione per la tassazione delle transazioni finanziarie per l'aiuto ai cittadini (Attac): www.france.attac.org/spip.
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(8) Il Ccic riunisce tutti gli anni i più grandi produttori del mondo e i loro partner. Le sue previsioni per il 2009 sono pessimiste.

(9) Diallo, il ministro dell'agricoltura, prometteva dei rendimenti di tre tonnellate, tre tonnellate e mezzo per ettaro... I migliori test con gli Ogm hanno dato una media di solo 1,3 tonnellate per ettaro. (Traduzione di A. D'A.)
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febbraio 2009