lunedì 3 giugno 2013

Ogm, la Monsanto rinuncia all'Europa e dagli Usa allarme frumento contaminato


 

La multinazionale delle biotecnologie non farà più attività di lobbying sui Paesi Ue per le sue sementi. Allarme dagli Stati Uniti: in Oregon un agricoltore ha scoperto nei suoi campi la presenza di frumento ogm mai autorizzato. Greenpeace: "Fare più controlli"


È UNA VITTORIA per le associazioni ambientaliste e per chi dice no all'utilizzo degli ogm (organismi geneticamente modificati) in agricoltura. La Monsanto, la multinazionale Usa delle biotecnologie con 20mila dipendenti in tutto il mondo, rinuncia alle sue speranze di distribuire anche sul territorio dell'Unione Europea le sue sementi transgeniche. Lo ha annunciato Brandon Mitchener, capo dell'azienda in Europa, in un'intervista al giornale tedesco Tageszeitung.


"Non faremo più lobby per nuove coltivazioni in Europa", ha dichiarato Mitchener, aggiungendo che, "al momento non pensiamo di presentare nuove richieste. La ragione, tra le altre, è la scarsa domanda degli agricoltori". Del resto in Europa 8 nazioni, Austria, Bulgaria, Francia, Grecia, Ungheria, Lussemburgo, Polonia e da aprile l'Italia, vietano la coltivazione di campi con semi Ogm.

Mentre dalla Germania rimbalzava la sua intervista, l'account Twitter della filiale europea sottolineava come la Monsanto sia comunque uno dei leader europei nelle sementi 'convenzionali', non modificate. Come dire, sugli Ogm abbiamo persom, ma sul mercato ci siamo ancora.

E in questi giorni la Monsanto è al centro di nuove preoccupazioni, negli Usa ma anche in Europa. In Oregon un agricoltore ha scoperto la presenza di frumento ogm mai autorizzato nei suoi campi. Dalle informazioni parziali diffuse dal dipartimento dell'agricoltura statunitense si tratterebbe di una varietà della Monsanto, la cui sperimentazione in campo si è conclusa nel 2005 e che non aveva ottenuto autorizzazione alla coltivazione e al consumo.

Considerando che l'import di frumento statunitense in Italia ammonta a oltre 360mila tonnellate (dati 2012), Greenpeace ha lanciato l'allarme: "Vista la grave situazione e il rischio di una contaminazione diffusa e incontrollata è necessario testare ogni nuovo import dagli Stati Uniti per scongiurare la possibilità che ai cittadini italiani si somministrino prodotti (farine e derivati) con ogm non autorizzati".


"Questa contaminazione - continua Greenpeace - conferma quanto sosteniamo da tempo: gli ogm non possono essere controllati una volta immessi in ambiente. Dopo un decennio, la contaminazione è sempre li, e i consumatori rischiano di mangiare un prodotto mai autorizzato". Anche la Commissione Europea ha invitato i paesi membri ad alzare la guardia.

Solo una settimana fa, una grande marcia mondiale contro la Monsanto ha mobilitato due milioni di persone, secondo gli organizzatori, in 436 città e 52 paesi. La "March against Monsanto" è stata indetta proprio per richiamare l'attenzione sui rischi dell'utilizzo di materie prime ogm.

http://www.repubblica.it

domenica 26 febbraio 2012



QUANDO L'OTTIMISMO NON È PIÙ UN VALORE POSITIVO 
Fiducia cieca nel progresso scientifico 

Il 15 novembre, José Bové è stato condannato a quattro mesi di prigione senza condizionale per aver falciato alcune piante di mais transgenico. Ma i «falciatori» non sono forse portatori di un ragionevole dubbio, rispetto a un'attività dalle conseguenze poco conosciute? Una sorta di «fede» nel progresso scientifico impedisce un qualsiasi dibattito pubblico sugli orientamenti della ricerca. È scontro tra ragione e dogmatismo. JACQUES TESTART Le religioni hanno fortemente segnato la storia delle scienze, rifiutando quei progressi della ragione che contraddicevano i dogmi stabiliti. Il fenomeno riguarda soprattutto la religione cattolica, poiché essa trionfava al momento della comparsa della scienza moderna. Infatti, quale altro potere, se non la Santa Inquisizione, avrebbe avuto i mezzi per imbavagliare Galileo e bruciare Giordano Bruno (1)? Per fortuna, nei paesi industrializzati lo sviluppo scientifico si è accompagnato a quello della democrazia, e Charles Darwin è stato risparmiato. Tuttavia, anche se le religioni non hanno più il potere di eliminare gli scienziati blasfemi e le teorie sacrileghe, spesso si rifugiano nel divieto imposto al loro gregge o addirittura a intere popolazioni. Così, in molti stati degli Stati uniti, la Chiesa riformata esige ancora che l'insegnamento della teoria dell'evoluzione non sia privilegiato rispetto al racconto biblico. Così l'insegnamento della fisica è privo dalla teoria del Big-Bang in molti paesi dove la religione ufficiale è quella musulmana. Così la Chiesa cattolica continua ad opporsi ovunque alla contraccezione o alla procreazione assistita. Né si può trascurare il fatto che l'islam o il giudaismo continuano a proclamare norme obbligatorie, in particolare alimentari, le cui motivazioni non hanno alcuna giustificazione razionale. Ma la storia del lysenkismo e della pseudo-ereditarietà dei caratteri acquisiti in Urss (2) dimostra che le religioni non sono gli unici poteri che rivendicano il controllo della scienza e di ciò che essa produce. Di fatto, ogni potere costituito cerca di negare o di strumentalizzare la scienza, perché questa influenza la vita spirituale e materiale dei cittadini. È così per il «socialismo scientifico» come per le «commissioni scientifiche» di cui si fa bella la maggior parte dei partiti politici. I poteri politici europei hanno scelto di riconoscere nella scienza la fonte privilegiata della verità e della ricchezza. Ma questo non comporta automaticamente che la scienza sia diventata neutra e universale. Lo testimonia la rigidità di cui danno prova, in questi ultimi anni, i notabili dell'istituzione scientifica nei confronti delle rare idee rivoluzionarie proposte dai ricercatori. Come, ad esempio, per la teoria ancor oggi non dimostrata di Jacques Benveniste sulla «memoria dell'acqua» (3) o per quella, poi coronata da un premio Nobel, di Stanley B. Prusiner sui prioni. Non è forse tipico di un'ideologia, meglio di un'ideologia religiosa, istituzionalizzare le verità del momento come immutabili, farle difendere da preti intoccabili, guardiani del grande libro della scienza, e respingere violentemente ogni nuova idea, se costringe a correggere i dogmi su cui si fondano gli antichi paradigmi? L'economista Serge Latouche dimostra che il progresso è una rappresentazione «auto-evidente» e che quindi «il suo emergere non può essere raccontato che come il trionfo di una luminosa verità eterna, già presente, ma nascosta e bloccata dalle tenebre (4)». È un dato di fatto che lo stato della scienza non è in grado, momento per momento, di spiegare situazioni complesse e prevedere il loro epilogo. L'incertezza delle previsioni appare evidente, visto che le conclusioni degli esperti sono considerate «ottimistiche» o «pessimistiche» invece che «vere» o «false». Il ritorno del dato soggettivo viene così a chiudere la proclamata obiettività del metodo scientifico. Gli ottimisti hanno dalla loro un argomento inoppugnabile: il peggio non è dimostrato finché non si verifica. Ma l'opzione ottimistica non dovrebbe autorizzare, per esempio, a negare l'effetto delle attività umane sui cambiamenti climatici o sperare, al massimo, che la temperatura media aumenti di due gradi piuttosto che di cinque o sei nel corso di questo secolo, una situazione che comunque obbligherebbe alle stesse misure precauzionali dell'opzione pessimistica. Ugualmente per la disseminazione dei transgeni nella natura o l'inquinamento radioattivo dovuto all'industria nucleare: non si dovrebbe discutere dei fenomeni in sé, ragionevolmente ineluttabili, ma semmai del tempo necessario perché diventino insopportabili. In conclusione, ciò che fa la differenza tra ottimismo e pessimismo è la fede. Quella fede che fa credere agli ottimisti che il peggio non può succedere, perché si troverà una soluzione non ancora immaginata. Qui lo scienziato, sottoposto al catechismo della tecnoscienza (si veda l'articolo di Olivier Oullier a pagina 3), spesso sceglie la profezia al posto del rigore. La più alta istanza francese in materia, l'Académie des sciences, da vent'anni continua a sbagliare per ottimismo su tutti i rischi relativi alla salute, che siano amianto, diossina o mucca pazza, senza parlare delle piante geneticamente modificate (Ogm). Ogni volta, l'Accademia ha lodato l'innovazione e condannato l'oscurantismo dichiarando che non si può fermare il «progresso scientifico». Il genoma, da informazione a programma Ma il progresso scientifico non è necessariamente quello umano, a meno che non si accetti che il nostro destino debba essere regolato dagli interessi dell'industria e della Borsa. Dopo lo scandaloso rapporto sugli Ogm (5), l'associazione Attac ha chiesto inutilmente un dibattito parlamentare sugli eventuali conflitti d'interesse nell'Accademia, ma gli esorcismi degli accademici contro «l'oscurantismo» (perfino in mancanza di veri argomenti scientifici), dimostrano che i conflitti sono anche ideologici. È l'inserimento sul mercato della scienza che ha provocato il suo dogmatismo missionario, o è il contrario? Quando la tecnoscienza diventa, nella più completa impunità, la sorgente di trovate potenzialmente pericolose, quando la sua capacità di fare rivela e consolida la dimensione ideologica dell'attività scientifica, allora il credo viene innalzato a conoscenza esatta e approfondita. Non è quindi esagerato ritenere che alcuni aspetti della scienza rimandino ad un'attitudine religiosa che mal si accorda con la razionalità rivendicata (6). Secondo il credo della scienza ufficiale, che si può definire magico o addirittura mistico, tutto, prima o poi, troverà una risposta, e questa risposta chiarirà la realtà nella sua interezza, perché le zone d'ombra e le contraddizioni sono tutte spiegabili. Da questo punto di vista, si noterà quale posto privilegiato occupino, nella fede verso una scienza onnipotente, gli scienziati che credono in Dio. Costoro sono tra i più devoti dello scientismo, come per farsi perdonare la loro intimità con l'irrazionale. Oppure è la loro granitica impostazione di credenti che li spinge ad adorare l'aspetto religioso che scorgono nella scienza ritenuta onnipotente? Lo scientismo può anche venire in aiuto della religione, come quando il futuro papa Benedetto XVI, nel 2000, per «scientizzare» la sua concezione dell'uomo, dichiarava: «Secondo le mie conoscenze di biologia, un individuo porta in sé, fin dall'inizio, il programma completo dell'essere umano, che poi si sviluppa (7)...». Considerando il genoma un programma, invece che un'informazione, il cardinale Ratzinger avalla la scienza genetica più ortodossa, senza preoccuparsi del posto della libertà... o dell'anima. Mentre «la casa brucia (8)», si può insistere nel peggiorare le cose continuando a stigmatizzare gli «oscurantisti», coloro che in nome di un principio di precauzione «eccessivamente cauto» desiderano controllare lo sviluppo della tecnoscienza. Eppure, il controllo politico di un preteso predominio tecnico trova la sua giustificazione nel fatto che, come dice Paul Virilio, la tecnoscienza è un'importante deviazione del sapere. Nel mondo sempre più incerto che costruiamo, l'ottimismo non dovrebbe essere considerato un valore positivo, ma piuttosto un riflesso puerile della fede che ci consente di giustificare la politica dello struzzo per mascherare un comportamento suicida. Ogni volta che si fanno osservare i rischi indotti dalla tecnoscienza, un'affermazione chiude qualsiasi velleità di approfondimento: «Non c'è scelta»... Il che fa supporre che l'umanità non sarebbe libera di scegliere il suo destino. Quando, in nome degli «interessi propri della scienza», i più alti responsabili della ricerca si dichiarano ostili al principio di precauzione, lasciano pensare che esistano attività prodotte dall'uomo il cui interesse sarebbe superiore a quello degli stessi esseri umani: A quanti ritengono che il reattore nucleare Iter o gli Ogm dimostrano che la nostra è l'epoca del «dominio», si può opporre che, al contrario, tali artifizi, le cui promesse sono ancora da verificare, fanno parte della vecchia utopia (9). Ed è certamente la mistica del progresso e il credere in una «provvidenza laica» che permettono a chi ne ha interesse di intestardirsi con la coscienza pulita, e agli altri di non opporsi seriamente. Una tale disposizione alla fede non vale solo per la scienza, tragica negazione dell'atteso trionfo del rigore grazie alla conoscenza scientifica! Accanto alla criminale preoccupazione di sostenere la competitività (di imprese, laboratori, regioni, stati...) correndo più veloce del vicino verso il precipizio comune, un motivo meno triviale, ma altrettanto miserabile, spiega la passività delle popolazioni: l'umanità non può perdere proprio quando conquista il progresso tecnologico. Siamo di fronte ad una concezione magica dell'evoluzione, secondo la quale, tra le specie animali, la nostra sarebbe la sola capace non solo di cambiare il mondo (il che è un fatto reale), ma anche di controllare i cambiamenti che induce (il che resta da dimostrare). L'uomo è in grado di risolvere tutti i problemi che si pone? È all'altezza delle proprie ambizioni di controllo? Rispondere affermativamente, significa riconoscere una volontà creatrice sovrumana, ipotesi che, in genere, gli scienziati respingono. Rispondere negativamente, o anche accettando il dubbio, vuol dire darsi qualche possibilità di agire con precauzione, con umiltà. È forse nel campo della genetica che questo credo è particolarmente evidente. Secondo due sociologhe americane, «così come la nozione di anima nel cristianesimo ha fornito il concetto archetipo che permette di capire la persona e la persistenza dell'io, nella cultura di massa il Dna ha assunto i caratteri di un'entità simile all'anima, o meglio di un oggetto da adorare, santo e immortale, o ancora di un universo proibito (10)». Così, Téléthon può raccogliere in un giorno 100 milioni di euro (l'equivalente del bilancio annuale per il funzionamento della ricerca medica in Francia) lasciando credere che guarire le miopatie sia solo una questione finanziaria. Quanto alle colture di Ogm, che pure presentano dei rischi ancora mal analizzati per l'ambiente, la salute pubblica e l'economia, e che fino ad oggi non hanno apportato alcun vantaggio ai consumatori, sono imposte alle popolazioni con il pretesto che i vantaggi arriveranno, inevitabilmente. Questa scommessa secondo cui «andrà bene, per forza» è la testimonianza di un atteggiamento in cui la conclusione, necessariamente ottimistica, precede la dimostrazione, evidenzia, cioè, un atteggiamento non scientifico. Nel 2000, il primo ministro francese, il socialista Lionel Jospin dichiarava, a proposito delle cellule staminali embrionali: «Grazie alle cellule della speranza (...) i bambini immobilizzati potranno finalmente camminare, uomini e donne menomati potranno alzarsi (11)». E perché no la moltiplicazione dei pani? Credere in simili miracoli permetterebbe perfino di saltare la dimostrazione preliminare di fattibilità e innocuità grazie alla sperimentazione animale. Si potrebbe dimostrare che gli sviluppi dell'industria nucleare o delle nano-tecnologie, ad esempio, sfuggono anch'essi al rigore scientifico, come alla democratizzazione delle scelte sociali. Fascinazione tecnofila Come giustificare che in bioetica non esistano «princìpi» (o anche semplici riferimenti nelle aspirazioni o nei valori), contrariamente a quanto è successo, per esempio, per i diritti umani? Perché la proibizione assoluta della schiavitù, e invece solo misure provvisorie (oppure niente) contro la trasformazione artificiale dell'umano, o contro l'eugenetica consensuale? Se si accetta che ogni regola bioetica sia rivista alla luce della realizzazione tecnica, l'etica non sarà altro che una morale del destino. Poiché magnifica il credo di progressi miracolosi e illimitati, l'etica utilitarista finisce sempre col vincere le reticenze. Michel Onfray, filosofo auto-nominatosi portavoce dell'ateismo, intende sostenere «tutto ciò che, poco o tanto, contribuisca alla messa a punto delle tecniche indispensabili all'avvio della medicina postmoderna: ectogenesi, clonazione, selezione sessuale, transgenesi (12)» Per questo si oppone «all'opzione tecnofoba», argomentando che «la scienza in quanto tale è neutra». Per arrivare a questa certezza, è però costretto ad affermare alcune contro-verità («l'energia nucleare non ha mai ammazzato nessuno...» salvo Hiroshima e altre sbandate attribuibili solo a «delirio militare») e a prendere lucciole per lanterne, come nella successione delle due seguenti proposizioni in cui l'ipotesi si trasforma in certezza: «La rivoluzione transgenica permette di prevedere nuovi metodi di cura: questi eviteranno, grazie alle medicine predittive, l'instaurarsi delle malattie». La fascinazione tecnofila può fornire facili sostituti ai miti che si crede di combattere. Allora, sempre più spesso, una bioetica d'ispirazione scientista cortocircuita la fase di elaborazione di princìpi, che rischierebbero di paralizzare una situazione contraria alla dinamica competitiva. Di conseguenza, la bioetica diventa solubile nel tempo, come lo è già nello spazio (da cui il «turismo medico») e nella casistica (si cede progressivamente, a partire da una concessione motivata fino alla generalizzazione di una pratica). È la convinzione che un mondo migliore sta per realizzarsi, grazie alla scienza, che impedisce di interrogarsi per definire quell'umanesimo laico che manca alla bioetica. Dire che «la scienza va più veloce dell'etica» vuol dire in realtà che la tecnoscienza precede e domina le scelte sociali. La scienza non è quella costruzione solo razionale che abbiamo idealizzato, iconografia che la protegge dalle incursioni della critica. Strumento forgiato dall'uomo, la tecnoscienza testimonia il suo saper fare e le sue carenze, e contribuisce alla liberazione della specie solo in quanto se ne sappiano contenere gli eccessi. Nel gennaio 1982, nel corso delle Assisi nazionali della ricerca, il ministro della ricerca, Jean-Pierre Chevènement, propose di «bloccare certi pregiudizi contro la scienza e la tecnologia, emarginare i movimenti antiscientifici». Termine in cui includeva tanto le cartomanti, quanto gli ecologisti. Ora, a vent'anni di distanza, le preoccupazioni degli ecologisti trovano conferma e sono oggetto di rapporti allarmanti da parte della scienza ufficiale. Tuttavia, lo scientismo resiste: durante il Vertice di Rio (1992) sullo «sviluppo duraturo», scienziati eminenti, tra cui molti premi Nobel, hanno lanciato l'appello di Heidelberg contro «l'emergere di un'ideologia irrazionale che si oppone al progresso scientifico e industriale e nuoce allo sviluppo economico e sociale». L'interesse degli industriali e di molti ricercatori è di mettere a punto e diffondere innovazioni in grado di occupare porzioni di mercato. Una motivazione così competitiva spiega ampiamente il trasformarsi della scienza in tecnoscienza. Ma ci si poteva attendere una qualche opposizione da parte dei cittadini, quando la scienza, forza di emancipazione, devia invece verso la produzione di invenzioni, molte delle quali pongono problemi più seri di quelli che risolvono. Come ha detto lo storico e sociologo Jacques Ellul, «le leggi della scienza e della tecnica stanno al di sopra di quelle dello stato, per cui il popolo e i suoi rappresentanti vedono largamente diminuito il proprio potere (13)». In realtà, lo scientismo non è appannaggio degli scienziati; è un'ideologia ampiamente condivisa nella società, soprattutto da quando la ricerca di un credo non ha più trovato proposte accettabili nella religione o nella politica. La promessa mistica del paradiso e quella militante di un domani migliore hanno perso colpi, mentre avanzava il Progresso avvolto nel nuovo manto della razionalità. Non avendo altri santi cui votarsi, i cittadini moderni si sono messi in attesa dei prodotti della tecnoscienza, senza nemmeno immaginare che potrebbero pretendere di essere loro, a scegliere quello che i ricercatori stanno preparando in loro nome. È questo il primo passo da fare: visto che la tecnoscienza esiste, bisogna osare pensare che la si può inserire nella democrazia, come tutte le attività umane (trasparenza, dibattito pubblico, contro perizie, razionalità delle scelte, ecc.) (14). Come dice il fisico Jean-Marc Levy-Leblond, «un tempo la Chiesa condannò Galileo, ma ora dai suoi successori ha da temere solo una certa concorrenza. Riconosciamo che una nuova laicizzazione del nostro rapporto col sapere dovrebbe permettere di prendere una certa distanza da tutti gli attuali dogmatismi (15)». La laicità è il «principio di separazione della società civile e della società religiosa, dal momento che lo stato non esercita alcun potere religioso e le Chiese alcun potere politico» (È divertente costatare che il dizionario Robert spiega questa definizione con una citazione di Ernest Renan, un aspirante prete diventato scientista estremo). Se ci si accorda nell'identificare nella scienza un «sistema di convinzioni e di pratiche, che implicano delle relazioni con un principio superiore, e proprio ad un gruppo sociale» (definizione, nel Robert, del termine «religione») si comprende meglio la frase di Levy-Leblond relativa alla «laicizzazione del nostro rapporto con il sapere». Recentemente, Bertrand Hervieu, ex presidente dell'Institut national de la recherche agronomique (Inra), ha dichiarato che «il processo di dissacrazione, la fine delle trascendenze assolute e il cammino per la ricostruzione della scienza in una società democratica e laica non sono completati (16)». In questa direzione, si può pretendere dai ricercatori un atteggiamento più umile e rispettoso del bene pubblico. È quanto avevamo proposto con il manifesto «Dominare la scienza» (Le Monde, 19 marzo 1988) ed è anche il senso del «Giuramento degli scienziati» proposto da Michel Serres nel 1997. Infatti, qui come altrove, la parola chiave è democrazia. Ellul ricordava il totalitarismo della tecnica, che ci fa entrare in una logica «tecnofagocitante» da cui non si può più uscire, e esprimeva il timore che alla fine una dittatura mondiale rischiasse di essere «il solo mezzo per permettere alla tecnica di svilupparsi appieno e risolvere le enormi difficoltà che va accumulando». Di recente sono state aperti dei canali perché le scelte scientifiche non sfuggano più ai cittadini e gli sviluppi tecnologici siano rispondenti alle necessità espresse dalla società (17). Rimane da aiutare la società a superare il mito del progresso ereditato dal secolo dei Lumi, il quale le impedisce di pensare che, anche nei confronti della scienza e dei suoi prodotti, gli uomini possono essere liberi e uguali. note: * Biologo della procreazione, direttore di ricerca presso l'Insitut national de la santé et de la recherche médicale (Inserm). Autore (con Christian Godin) di Au bazar du vivant, Seuil, coll. «Point - Virgule», Parigi, 2001. Questo teso è un estratto della conferenza tenuta nel corso del seminario «Laïcité» organizzato dalla Lega dell'insegnamento (Valence, aprile 2005). (1) Giordano Bruno è un prete che si scontra con la gerarchia sulle questioni del dogma della Trinità. Nel 1576, mentre è in corso un'istruttoria per dichiararlo eretico, abbandona il saio domenicano. (2) Trofim Lyssenko (1898-1976), biologo sovietico, attacca ripetutamente la genetica classica e contrappone la «scienza borghese» (che sarebbe legata alle pratiche del capitalismo) alla «scienza proletaria» (che si baserebbe sul materialismo dialettico). (3) Michel Schiff, Un cas de censure dans la science, Albin Michel, Parigi, 1994. (4) Serge Latouche, La Méga-Machine, La Découverte, Parigi, 2004. (5) Si legga Bernard Cassen, «Ogm, gli accademici al servizio dell'industria», Le Monde diplomatique/il manifesto, febbraio 2003. (6) Si legga André Bellon, «Des savants parfois schizophrènes», Le Monde diplomatique, giugno 2002. (7) «Le cardinal et l'athée», Le Monde, 2 maggio 2005. (8) «La casa brucia e noi guardiamo altrove...», discorso di Jacques Chirac al Vertice sullo sviluppo duraturo, Johannesburg, 2002. (9) «Les utopies technologiques: alibi politique, infantilisation du citoyen ou lendemains qui chantent», Global Chance, n. 20, Suresnes, febbraio 2005. (10) Dorothy Nelkin e Susan Lindee, La mystique de l'Adn, Belin, Parigi, 1998. (11) Giornata annuale organizzata a Parigi dal Comité consultatif national d'éthique pour les sciences de la vie et de la santé, 29 novembre 2000. (12) Michel Onfray, Fééries anatomiques, Grasset, Parigi, 2003. (13) Jacques Ellul, Le Système technicien, Calmann-Levy, Parigi, 1977. (14) Nota n° 2 della Fondation sciences citoyennes, Parigi, ottobre 2004 (http: //sciencescitoyennes.org) (15) Jean-Marc Lévy-Leblond, La Pierre de touche, Gallimard, coll. «Folio-essais», Parigi, 1996. (16) Agrobiosciences, Castanet Tolosan, settembre 2004. (17) Nota della Fondation sciences citoyennes, ottobre 2004: (http://sciencescitoyennes.org). (Traduzione di G. P.)


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mercoledì 15 febbraio 2012


Vittime dei pesticidi: una sentenza storica condanna Monsanto a pagare

Non solo Ogm, ma anche additivi chimici come diserbanti e insetticidi: per Aiab la condanna di Monsanto punta i riflettori sulla minacce dell’agroindustria, aprendo la strada a modelli di "agricoltura agro-ecologica" sostenibili.


Il modello agroindustriale e agrochimico è fallimentare perché propone una via allo sviluppo che non rispetta né l'ambiente, né il benessere degli animali, né tanto meno quello dei lavoratori. Questo il succo del commento di Aiab in merito alla condanna di Monsanto a risarcire i danni perintossicazione di un agricoltore francese.

Ma rivediamo brevemente la vicenda con l’aiuto dell’Associazione italiana per l’agricoltura biologica: il 27 aprile 2004 Paul Francis, cerealicoltore di Bernac, aprendo il serbatoio di un nebulizzatore, inala l’erbicida Lasso e immediatamente accusa nausea e svenimenti, più una serie di disturbi di salute, tra cui balbuzie, vertigini, cefalea, disturbi muscolari, che lo hanno costringono a sospendere il lavoro per quasi un anno. Nel maggio del 2005, un anno dopo aver inalato i vapori, le analisi trovano nel corpo di Paul Francis tracce dimonoclorobenzene, un solvente presente in quantità nel Lasso. Tre anni dopo, l’agricoltore, divenuto ormai il portavoce delle vittime dei pesticidi, si vede riconoscere i suoi problemi di salute come malattia professionale da parte dell'Agenzia delle assicurazioni sociali per l'agricoltura e decide di avviare un procedimento per risarcimento danni nei confronti Monsanto.
 
Durante l'udienza del 12 dicembre 2011, dinanzi al Tribunale Distrettuale della Quarta Divisione Civile di Lione, l'avvocato di Paul Francis, Francesco Lafforgue, accusa Monsanto di fare di tutto pur di lasciare il Lasso sul mercato, e di non informare neanche in etichetta circa l'esatta composizione dell’erbicida, senza premurarsi di mettere in guardia gli utilizzatori rispetto al rischio di inalazione, fenomeno che, per esempio, potrebbe essere ridotto prevedendo per il prodotto l'obbligo di indossare una maschera protettiva.
 
Un'accusa più che fondata: la pericolosità di questo erbicida è stata riconosciuta dal 1980 in Canada, anno dal quale la commercializzazionedi questo erbicida è vietata in Canada, Inghilterra e Belgio, mentre si è dovuto attendere fino al 2007 perché venisse rimosso dal mercato francese.
 
Ecco perché la storica sentenza di condanna viene accolta così favorevolmente da Aiab, che attraverso le parole del presidente nazionale Alessandro Triantafyllidis commenta: «Una sentenza importante, che in Francia è una prima assoluta, e che apre la strada alla richiesta di danni (…).Oltre che dagli OGM, che minacciano la biodiversità delle colture, infatti, i pericoli per la nostra terra e per gli agricoltori stessi arrivano dagli additivi chimici, come diserbanti e insetticidi, prodotti da giganti dell'agrochimica e delle biotecnologie vegetali quali Monsanto».
 
«Per tutelare l'ambiente e la salute degli agricoltori – conclude Triantafyllidis – bisogna investire nei modelli di agricoltura agro-ecologica sostenibili, biologico in primis. Solamente il bio, infatti, ha nel suo DNA il bando delle dannose e pericolose sostanze chimiche di sintesi».
 
http://gogreen.virgilio.it/


Multinazionali

Erbicidi, Monsanto condannata in Francia per intossicazione


La multinazionale dell'agrochimica giudicata responsabile per l'intossicazione da erbicida di un agricoltore francese dal Tribunal de grande instance di Lyon. Una sentenza importante che, secondo il presidente dell'Associazione italiana agricoltura biologica, mette in discussione un intero modello agro-industriale.

Il gigante americano dell'agrochimica è stato giudicato responsabile per l'intossicazione di Paul Francois, cerealicoltore 47enne di Bernac (Charentes), che ha inalato l'erbicida Lasso nel 2004. Il tribunale di Lione ha inoltre condannato Monsanto a risarcire interamente Paul Francis per i danni subiti. 

La ricostruzione dei fatti diffusa dall'Associazione italiana agricoltura biologica ricorda che, aprendo il serbatoio di un nebulizzatore, Paul Francis fu travolto dai vapori di Lasso accusando immediatamente nausea e svenimenti, più una serie di disturbi di salute - balbuzie, vertigini, cefalea, disturbi muscolari - che lo hanno costretto a sospendere il lavoro per quasi un anno.

Nel maggio del 2005, un anno dopo aver inalato i vapori, da alcune analisi effettuate risultò che Paul Francis aveva in corpo tracce di monoclorobenzene, un solvente presente in quantità nel Lasso
Tre anni dopo, Paul Francis, che divenne il portavoce delle vittime dei pesticidi, si è visto riconoscere i suoi problemi di salute come malattia professionale da parte dell'Agenzia delle assicurazioni sociali per l'agricoltura e ha, quindi, avviato un procedimento per risarcimento danni nei confronti Monsanto. 
Durante l'udienza del 12 dicembre 2011, dinanzi al Tribunale Distrettuale della Quarta Divisione Civile di Lione, il suo avvocato, Francesco Lafforgue, ha accusato Monsanto di fare di tutto pur di lasciare il Lasso sul mercato. E di non informare neanche in etichetta circa l'esatta composizione del Lasso e circa il rischio di inalazione, che dovrebbe prevedere l'obbligo di indossare una maschera protettiva. La pericolosità di questo erbicida è stata riconosciuta dal 1980 in Canada, anno dal quale la sua commercializzazione è vietata in Canada, Inghilterra e Belgio. Mentre si è dovuto attendere fino al 2007 perché venisse rimosso dal mercato francese. 

Questo il commento di Alessandro Triantafyllidis, presidente nazionale diAiab: «Apprendiamo con soddisfazione la notizia, arrivata ieri, circa la condanna della Monsanto per l'intossicazione di un agricoltore francese provocata dall'inalazione dei vapori dell'erbicida Lasso. Una sentenza importante, che in Francia è una prima assoluta, e che apre la strada alla richiesta di danni. Vicende giudiziarie a parte, il caso è l'ennesima tragica dimostrazione di come il modello agroindustriale e agrochimico sia fallimentare. Perché propone un modello di sviluppo che non rispetta né l'ambiente, né il benessere degli animali, né tanto meno quello dei lavoratori. Oltre che dagli OGM, che minacciano la biodiversità delle colture, infatti, i pericoli per la nostra terra e per gli agricoltori stessi arrivano dagli additivi chimici, come diserbanti e insetticidi, prodotti da giganti dell'agrochimica e delle biotecnologie vegetali quali Monsanto».

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Aiab, condanna Monsanto mostra fallimento dell'agrochimico



Roma, 14 feb. (Adnkronos) - "Una sentenza importante, che in Francia è una prima assoluta, e che apre la strada alla richiesta di danni. Vicende giudiziarie a parte, il caso è l'ennesima tragica dimostrazione di come il modello agroindustriale e agrochimico sia fallimentare, perché propone un modello di sviluppo che non rispetta nè l'ambiente, nè il benessere degli animali, nè quello dei lavoratori", così Alessandro Triantafyllidis, presidente nazionale di Aiab, commenta la notizia della condanna della Monsanto, riconosciuta responsabile per l'intossicazione da erbicida di un agricoltore francese dal Tribunal de grande instance di Lyon. Notizia che solleva la questione degli erbicidi, responsabili secondo l'Aiab di non pochi problemi. Problemi che "per la nostra terra e per gli agricoltori stessi arrivano dagli additivi chimici, come diserbanti e insetticidi, prodotti da giganti dell'agrochimica e delle biotecnologie vegetali quali Monsanto - sottolinea Triantafyllidis - Solamente il bio, infatti, ha nel suo Dna il bando delle dannose e pericolose sostanze chimiche di sintesi''. Monsanto è stata giudicata responsabile per l'intossicazione di Paul Francis, cerealicoltore 47enne di Bernac che ha inalato l'erbicida Lasso nel 2004. Il tribunale di Lione ha inoltre condannato Monsanto a risarcire interamente Paul Francis per i danni subiti. Il 27 aprile 2004, aprendo il serbatoio di un nebulizzatore, Paul Francis, è stato travolto dai vapori di Lasso e ha immediatamente accusato nausea e svenimenti, più una serie di disturbi di salute (balbuzie, vertigini, cefalea, disturbi muscolari) che lo hanno costretto a sospendere il lavoro per quasi un anno. Un anno dopo, nel maggio del 2005, le analisi evidenziano tracce di monoclorobenzene, un solvente presente in quantità nel Lasso, nel corpo di Francis che tre anni dopo, oltre a essere diventato il portavoce delle vittime dei pesticidi, si è visto riconoscere i suoi problemi di salute come malattia professionale da parte dell'Agenzia delle assicurazioni sociali per l'agricoltura e ha, quindi, avviato un procedimento per risarcimento danni nei confronti Monsanto. Il suo avvocato, Francesco Lafforgue, ha accusato Monsanto di fare di tutto pur di lasciare il Lasso sul mercato e di non informare in etichetta circa l'esatta composizione del prodotto e circa il rischio di inalazione, che dovrebbe prevedere l'obbligo di indossare una maschera protettiva. Già nel 1980, in Canada, Inghilterra e Belgio la commercializzazione di questo erbicida è stata vietata.



Ogm: da Monsanto a Du Pont,
sfida alla crisi a colpi di utili

di Andrea Franceschi
Tecnologia innovativa in grado di risolvere il problema della fame del mondo, o potenziale minaccia per l'ambiente e la salute dell'uomo? Negli ultimi dieci anni il dibattito sugli Organismi geneticamente modificatinon ha smesso di alimentare polemiche. Tra i politici, gli ambientalisti, e all'interno della comunità scientifica. Una valutazione condivisa sul reale impatto delle tecnologie biotech nell'industria alimentare ancora non c'è. Ma una cosa è certa: il business dell'agricoltura geneticamente modificata continua a crescere a ritmi sostenuti in tutto il mondo. Ormai quasi un decimo delle superfici coltivate in tutto il mondo è seminata a Ogm.

Con ogni probabilità, nei prossimi anni, le sementi biotech sbarcheranno anche nell'Unione Europea. Bruxelles, tra le proteste degli ambientalisti, punta ad eliminare i divieti attualmente in vigore nella maggior parte degli Stati. Anche per evitare una controversia in seno al Wto con gli Stati Uniti, che considerano le barriere delle violazioni degli accordi internazionali sul libero commercio. La Ue deve però vincere diffidenza di diversi Stati, in cui c'è una forte opposizione all'ingresso del biotech. Francia ha vietato l'unica varietà di semi Ogm oggi ammessa nell'Ue: il mais Mon 810 dell'americana Monsanto, dando il via ad una controversia con le autorità comunitarie tutt'ora in corso.

In attesa di saper come andrà a finire la partita europea, l'industria degli Ogm e dei pesticidi per l'agricoltura continua a macinare utili, a dispetto della recessione. Il giro d'affari del settore (che, nel 2008, è stato di 7,5 miliardi di dollari secondo una stima del centro studi Cropnosis) è previsito in crescita e i bilanci di colossi del settore registrano vendite in netta crescita nel 2008 e prevedono stime positive per tutto il 2009.

Monsanto, il numero uno del mercato globale (la sua quota è del 23% secondo una stima del centro studi canadese Etc Group), prevede per l'anno in corso una crescita dei ricavi del 20%. Il che significa una maggior disponibilità di cassa di circa 1,8 miliardi di dollari. Da oggi al 2012 stima una crescita del 60% del business delle sementi geneticamente modificate. Stesse ottimistiche previsioni anche per il secondo player globale: Du Pont. La multinazionale americana, attiva in diversi comparti industriali (dall'energia ai trasporti, dalle costruzioni alla plastica) ha in mano quasi un sesto del mercato mondiale e prevede che i guadagni del comparto Agriculture e Nutrition crescano, nei prossimi cinque anni, ad un un tasso medio del 15%. Il terzo operatore è una società svizzera: la Syngenta. Il gruppo ha fatto registrare utili record nel 2008 e Credit Suisse ha recentemente confermato il suo giudizio sul titolo a «outperform» alzando il target price a 300 franchi svizzeri per azione. «L'ultimo trimestre del 2008 - si legge nel report del 9 febbraio - la crescita è rimasta robusta nonostante la stretta creditizia. E, stando i primi dati sulle vendite, il business di sementi e pesticidi non risentirà di alcuna contrazione nel 2009. Questo significa che per Syngenta ci sarà un forte cash flow e un probabile aumento del dividendo per gli azionisti di circa il 25%».


La recessione globale prevista per il 2009, toccherà solo marginalmente il business delle grandi multinazionali degli Ogm. Certo, rispetto al 2008, i margini saranno minori. Ma in questo rallentamento la crisi gioca un ruolo secondario. Lo scorso anno infatti è stato un anno eccezionalmente positivo per il settore dell'agribusiness (Monsanto ha avuto un aumento degli utili del 104%). Un dato in gran parte dovuto all'impennata del greggio nella prima parte del 2008, che ha dato un forte impulso alla produzione di biocarburanti. Le quotazioni di commodities agricole, come grano e mais, sono schizzate all'insù dando una forte spinta alla domanda di sementi Ogm. E questo, nonostante poi il loro prezzo si sia sgonfiato insieme a quello del greggio, ha portato a risultati record per tutto il settore Agrochemical. E non solo per i big. Tra gli esempi più eclatanti ci sono la tedesca K plus S e la israeliana Israeli Chemicals (che hanno una capitalizzazione doltre 9 miliardi di dollari), che nel 2008 hanno visto salire gli utili per azione rispettivamente del 478,3%. del 365,1%. Mentre la russa Silvinit (che capitalizza quasi 1,7 miliardi di dollari) ha fatto segnare un +431,4%.



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sabato 11 febbraio 2012





L'influenza delle lobby sul mondo dalla ricerca
di Andrea Franceschi



Il business dell'agricoltura geneticamente modificata procede a passi spediti. E allo stesso ritmo cresce la schiera dei suoi oppositori in tutto il mondo. In mezzo il mondo scientifico, chiamata a dare un parere il più indipendente possibile sulla salute dell'uomo e sull'impatto ambientale di un così massiccio utilizzo delle biotecnologie nell'agricoltura. Sul primo punto i ricercatori sono in maggioranza concordi nel considerarli innocui. Il dibattito invece è ancora aperto per quanto riguarda l'impatto ambientale. L'utilizzo su scala globale di semi Ogm, secondo diversi esperti ed associazioni ambientaliste, mette seriamente a rischio il patrimonio della biodiversità (ossia l'insieme di tutte le forme, animali o vegetali, geneticamente dissimili presenti sulla terra).

Sul tema i pareri degli esperti sono i più diversi. Le multinazionali e se ne servono per promuovere la propria tesi, accusandosi rispettivamente di scarsa obiettività. Giganti del calibro della Monsanto, da parte loro, hanno però un fortissimo potere economico e una maggiore capacità di influenzare le scelte politiche. Nel 2008, secondo una stima del sito Opensecrets.org, l'industria delle sementi (in cui la componente Ogm è una fetta importante) ha sborsato oltre 17 milioni di dollari per finanziare esponenti del Congresso Usa ed entrambi i candidati alla Presidenza.

Forte poi l'azione di lobbying sul mondo della ricerca. Specialmente negli Stati Uniti dove larga parte dei finanziamenti all'università sono privati. Ha fatto scalpore a questo proposito la lettera inviata alla Epa (l'agenzia per la sicurezza ambientale Usa) in cui un gruppo di 26 ricercatori accusa le multinazionali di ostacolare il loro lavoro. Il fatto poi che la segnalazione fosse anonima la dice lunga sul potere che i big degli Ogm hanno sul settore della ricerca.


Cosa contestano questi universitari (che, sottolinea il New York Times, non sono certo etichettabili come fanatici ambientalisti)? In sostanza il fatto che le multinazionali facciano resistenza nel dare il permesso di utilizzare i propri semi a scopi di ricerca. Le autorizzazioni sono concesse con il contagocce. E quando vengono accordate, spesso prevedono, per la Società, il diritto di prendere visione (ed eventualmente revisionare) i documenti finali.



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