LE MULTINAZIONALI DEPREDANO
SISTEMATICAMENTE IL VIVENTE
Argentina, un caso da manuale
Nel 1996, la multinazionale Monsanto introduceva in Argentina i semi di soia transgenica. A distanza di dieci anni, il paese può trarre il bilancio degli Ogm: boom economico da un parte, catastrofe sociale, sanitaria ed ecologica dall'altra.
di PIERRE-LUDOVIC VIOLLAT *
Gli abitanti di Puerto San Martín, in Argentina, vivono al ritmo dei raccolti di soia. Ormai ogni anno, da marzo a giugno è difficile circolare in alcune zone della città. Camion carichi del prezioso oleaginoso invadono le grandi arterie di questo porto situato sul fiume Paraná, da dove parte circa il 70% delle esportazioni di soia.
Nessuno se ne lamenta: l'attività garantisce lo sviluppo della regione e l'occupazione. Ed è per questo che la potente Cooperativa dei lavori portuali è sempre molto attenta agli investimenti necessari a sviluppare il servizio. Il suo presidente, Herme Juarez, sa cosa aspettarsi per il futuro: «Molto lavoro. Sempre più lavoro. È impressionante!».
La soia, è la success story di tutto il paese. O meglio, è bene precisare: la soia transgenica. Perché oggi, la quasi totalità della produzione argentina di soia è di questo tipo.
La storia è iniziata nel 1996, quando la multinazionale americana Monsanto ha introdotto in Argentina la famosa soia Roundup Ready (Rr). La sua caratteristica è quella di possedere un gene che le permette di resistere ad un potente erbicida, anch'esso prodotto da Monsanto, il Roundup. L'argomento vincente dei venditori è semplice: essendo necessarie meno polverizzazioni, diminuiscono le spese e aumenta il rendimento.
In pochi anni, la soia Rr ha aumentato le vendite in modo esponenziale, un successo pianificato dall'azienda americana. «Fin dall'inizio, l'Argentina è stata scelta da Monsanto per sperimentare in modo massiccio la produzione dei suoi semi transgenici - spiega Jorge Rulli, fondatore del Gruppo di riflessione rurale. La multinazionale non ha fatto brevettare i suoi semi nel nostro paese. In questo modo i contadini se li sono passati tra di loro e il perimetro della soia transgenica si è esteso rapidamente.» Il che ha costituito comunque un buon affare per il gigante americano, visto che i contadini dovevano comprare il suo erbicida. Ma l'azienda non si è limitata a questo per garantire il successo dei nuovi semi. «Qui ha venduto l'erbicida a un terzo del prezzo richiesto in altri paesi. Tanto che le associazioni di agricoltori americani hanno detto che Monsanto sovvenzionava gli argentini. Era la verità: eravamo sovvenzionati».
Altri fattori esterni hanno sostenuto il rapido sviluppo della soia geneticamente modificata (Gm). Prima di tutto, la preoccupante erosione del suolo osservata nella Pampa, la regione più fertile del paese.
La soia di Monsanto viene coltivata senza bisogno di arare il terreno, il che ha offerto, a breve termine, una soluzione all'erosione. Poi, la crisi della mucca pazza in Europa. La sostituzione delle farine animali con mangimi di soia ha fatto aumentare i corsi dell'oleaginosa, suscitando l'interesse degli agricoltori argentini. Infine, dal gennaio 2002, la svalutazione del peso del 70%, combinata con un'impennata dei corsi mondiali espressi in dollari - impennata dovuta in particolare alla crescente domanda cinese - , ha trasformato la soia nella gallina dalle uova d'oro.
Così, in pochi anni, l'agricoltura argentina ha completamente cambiato volto. La corsa all'«oro verde» ha fatto della soia la prima coltura del paese: mentre nel 1996, all'arrivo dei semi Gm, copriva circa sei milioni di ettari, oggi si estende su 15,2 milioni di ettari, ossia più della metà delle terre coltivabili (1). A dieci anni dall'introduzione della varietà transgenica nel paese, si può trarre un primo bilancio.
E non è certo così positivo come l'Argentina vorrebbe. C'è un primo problema fondamentale: la deforestazione. «La soia transgenica non è che un nuovo capitolo dell'espansione dell'agricoltura industriale, ma è il più potente e il più selvaggio - dichiara Emiliano Ezcurra, direttore di campagna di Greenpeace. L'attuale deforestazione è molto più rapida di quelle dovute alla "febbre del cotone" o alla "febbre della canna da zucchero". I bulldozer radono letteralmente al suolo i boschi.» La conseguenza più grave dell'arrivo della soia Gm, tuttavia, non è questa. Per coltivarla, gli agricoltori fanno ricorso a un solo e unico erbicida: il glifosato, commercializzato in particolare da Monsanto con il nome di Roundup. Nella scheda dedicata a questo prodotto, l'autorevole Agenzia americana di protezione dell'ambiente (Us Environmental Protection Acency, Epa) spiega in modo dettagliato gli effetti nocivi che l'esposizione a forti dosi potrebbe provocare alla salute: a breve termine «congestione polmonare, accelerazione del ritmo respiratorio», a lungo termine «danni ai reni, rischi per quanto riguarda la procreazione» (2).
Anche il dottor Jorge Kaczewer, un medico di Buenos Aires, ne ha individuato i pericoli. Da molti anni, cataloga accuratamente i lavori scientifici che studiano gli effetti negativi del glifosato sulla salute e ne ha fatto una lista che tiene a disposizione dei pazienti.
Tra i sintomi di avvelenamento dovuto all'erbicida vi si legge: «Irritazione della pelle e degli occhi, nausea e stato confusionale, edema polmonare, abbassamento della pressione sanguigna, reazioni allergiche, dolori addominali, perdita massiccia di liquido gastrointestinale, vomito, perdita di coscienza, distruzione dei globuli rossi, anomalie nell'elettrocardiogramma, danno o insufficienza renale» (3).
Piccolo particolare di grande importanza: il glifosato venduto agli agricoltori non è puro. «Nelle formule commerciali vengono aggiunte delle sostanze inerti affinché il prodotto penetri meglio nella pianta», precisa Kaczewer. Anche queste sostanze possono danneggiare la salute.
Ma ciò che preoccupa il medico è la loro combinazione con il glifosato.
«Si crea una sinergia che produce sintomi nuovi, non spiegabili con la sintomatologia di ciascun singolo prodotto.» All'inizio, si utilizzavano gli aerei per spargere gli erbicidi.
Con questa tecnica, la dispersione dei prodotti chimici non si limitava ai campi coltivati, ma toccava un perimetro di alcune decine, se non centinaia, di metri. Il che, oltre a distruggere altre colture vicine non resistenti al glifosato, colpiva soprattutto la popolazione, visto che i campi distano solo pochi metri dalle abitazioni. Se oggi gli aerei vengono progressivamente sostituiti da macchine al suolo, gli operai agricoli, invece, continuano a lavorare a piedi scalzi e senza guanti, per mancanza di mezzi. «Uno dei miei pazienti, in trattamento ormai da un mese, ancora non riesce a fare ricrescere la pelle dei piedi - racconta il dottor Dario Gianfelici, medico di Cerrito, una cittadina situata al centro di una vasta estensione coltivata a soia. Nessuno si protegge. La gente non capisce.» In effetti il messaggio è difficile da far passare. E forse è solo il suo status di ex primario ospedaliero che permette a questo medico di esporsi. I suoi colleghi, in ogni caso, non vogliono noie e si mostrano recalcitranti ad esprimersi sull'argomento. «Alcuni anni fa - sottolinea Gianfelici - il segretariato alla sanità della provincia mi ha chiamato più volte, minacciandomi: se avessi insistito a parlare sarei andato incontro a grossi problemi.» Tuttavia, il medico continua a prendere la parola nelle conferenze a cui viene invitato. Ma ora sa che a volte, dopo di lui, passa Monsanto. «Due o tre mesi dopo aver tenuto una conferenza in una città del sud della provincia, ho saputo che Monsanto aveva organizzato un altro meeting: un messaggio opposto al mio, elaborato da un grafico e un esperto di comunicazione, alla presenza di ingegneri venuti dall'Europa, con distribuzione di matite, tee-shirt e bandierine coi colori del marchio... Ecco contro cosa dobbiamo batterci.» Gli agricoltori, invece, hanno altre preoccupazioni. Assistono impotenti alla concentrazione delle terre, un fenomeno che si è fortemente accelerato con gli Ogm. «Mentre aumenta il volume di produzione della soia, ci ritroviamo con sempre meno aziende - osserva Alfredo Bel, ingegnere agronomo della Federazione agraria argentina (Faa). La soia esclude i piccoli e medi produttori». Il numero di aziende nel paese è sceso da 422.000 a 318.000 tra il 1988 e il 2002 - cioè una riduzione del 25%.
Inoltre l'erosione dei suoli si ripresenta in tutta la sua gravità.
Walter Pengue, ingegnere agronomo dell'università di Buenos Aires, e Miguel Altieri, dell'università di Berkeley, hanno descritto in un articolo il disastro provocato in America latina dalla coltura della soia transgenica. «In Argentina - osservano i due ricercatori - la sua coltura intensiva ha provocato un massiccio esaurimento degli elementi nutritivi del suolo. Si calcola che la produzione continuativa di soia abbia sottratto al terreno, nel 2003, circa un milione di tonnellate di azoto e 227.000 tonnellate di fosforo.
Compensare una tale perdita con concimi costerebbe, secondo alcune stime, 910 milioni di dollari (4).» I due ricercatori sconfessano anche la dichiarazione di Monsanto secondo cui la soia Gm richiede poche polverizzazioni del suo erbicida.
«Mentre i promotori delle biotecnologie sostengono che una sola applicazione di Roundup è sufficiente per controllare le erbe infestanti per un'intera stagione, alcuni studi dimostrano che nelle regioni di soia transgenica sono aumentati sia il volume totale che il numero di applicazioni dell'erbicida (5).» L'assenza di rotazione delle culture, che comporta, anno dopo anno, un regolare aumento di volume dell'erbicida usato, ha una conseguenza inevitabile: si crea una resistenza all'erbicida da parte delle erbe infestanti. Le ricerche di Walter Pingue dimostrano che «Nella Pampa, otto specie di erbe infestanti [...] mostrano già una resistenza al glifosato». Il circolo vizioso comincia qui. Perché, per combattere la capacità di adattamento della natura, bisognerà aumentare sempre più la quantità di erbicida usato... Fino a quando Monsanto o una compagnia concorrente immetterà sul mercato un nuovo prodotto, più potente, e probabilmente più pericoloso.
Senza misure radicali, la coltura di soia transgenica continuerà ad estendersi nel paese. Secondo le ultime cifre disponibili, nel 2006 la superficie seminata a soia è aumentata del 5,6% rispetto al 2005. In tutto il mondo, i sostenitori degli Ogmgioiscono. E infatti, Clive James, presidente dell'International Service for the Acquisition of Agri-Biotech Applications (Isaaa), un'organizzazione favorevole alle colture transgeniche, nel suo rapporto annuale si mostra entusiasta: «Il crescente impatto collettivo dei cinque paesi in via di sviluppo più importanti [Cina, India, Argentina, Brasile e Sudafrica] dimostra la continuità di una tendenza importante che influirà sulla futura adozione e accettazione delle colture biotecnologiche in tutto il mondo.» Il messaggio è chiaro: lo sviluppo delle colture transgeniche, là dove sono autorizzate, deve essere massiccio per rafforzare la pressione sui paesi che ancora dicono no agli Ogm.
Lo sviluppo delle nuove tecnologie agricole basate sulla genetica risponde ad un imperativo di profitto. La stessa Organizzazione delle nazioni unite per l'alimentazione e l'agricoltura (Fao), il cui obiettivo è quello di liberare il pianeta dal flagello della fame, lo sottolinea nei suoi lavori. Pur riconoscendo che gli Ogm potrebbero essere uno strumento utile nella lotta contro la fame, deplora fortemente il fatto che, a dieci anni dalla loro comparsa, non vengano utilizzati a questo scopo. Nel suo rapporto annuale 2003-2004, il cui tema centrale verte sulle biotecnologie agricole, la Fao disapprova lo sviluppo esclusivamente commerciale degli Ogm: «Le ricerche sulle colture transgeniche sono portate avanti per lo più da società private multinazionali.
Questa situazione crea pesanti conseguenze sia sul tipo di ricerche realmente effettuate che sui prodotti elaborati [...] Si trascurano piante e caratteristiche che possono essere utili ai poveri (6)».
Gli agricoltori argentini cominciano a toccare con mano questa logica commerciale. Oggi infatti iniziano a subire pressioni da parte della Monsanto. Ora che le colture transgeniche hanno invaso il paese, il gigante americano pretende dagli argentini il pagamento delle royalties sui suoi semi e ha già avviato azioni legali contro di loro presso alcuni tribunali stranieri. La trappola è scattata.
note:
* Giornalista.
(1) Cifre ufficiali della campagna agricola 2005/2006, Secretaría de agricultura, ganadería, pesca y alimentos della Repubblica Argentina, 16 gennaio 2006.
(2) www.cpa.gov/safewater/dwh/c-soc/glyphosa.html.
(3) Si riscontrano gli stessi sintomi nei contadini colombiani vittime degli spargimenti di glifosato sulle piantagioni di coca.
(4) Miguel A. Altieri e Walter A. Pengue, «Gm soya disaster in Latin America: Hunger, deforestation and socio-ecological devastation», Institute of Science in Society, Londra, 6 settembre 2005.
(5) Su questo argomento, si vedano i lavori statunitensi di Charles Benbrook, in particolare questo documento anticipatore: Charles M.
Benbrook, «Troubled times amid commercial success for Roundup Ready soybeans. Glyphosate efficacy is slipping and unstable transgene expression erodes plant defenses and yields», Northwest Science and Environmental Policy Center, Sandpoint (Idaho), 3 maggio 2001.
(6) Fao, «La Situation mondiale de l'alimentation et de l'agriculture.
Les biotechnologies agricoles: une réponse aux besoins des plus démunis?», Roma, 2004.
(Traduzione di G. P.)
Le Monde Diplomatique aprile 2006
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lunedì, 29 dicembre 2008
Diossina,"mucca pazza", ogm
Gli scienziati pazzi dell'agroalimentare
La fine del millennio vede crescere, inattesa, una"grande paura": quella dell'alimentazione quotidiana. Dalla"mucca pazza" al pollo alla diossina, passando per il bovino agli ormoni, la soia transgenica, le farine agli estratti di cadavere per gli animali da macello o i pesci d'allevamento, fino all'acqua minerale e alla Coca-Cola contaminate, la lista dei prodotti di consumo adulterati si allunga. Un filo rosso collega queste aberrazioni: la ricerca del massimo profitto da parte delle multinazionali dell'agroalimentare che stanno trasformando l'agricoltura in un'industria che non lascia più spazio al contadino. Il 25 giugno scorso, i ministri dell'ambiente dell'Unione europea, dopo accese discussioni, hanno deciso una moratoria parziale per i cibi transgenici. Il progetto di direttiva che dovrà essere approvato dal nuovo Parlamento europeo e dovrebbe entrare in vigore nel 2001 stabilisce che i nuovi Ogm (Orgamismi geneticamente modificati) non abbiano più autorizzazione illimitata, ma siano riesaminati con scadenza decennale. Decisa anche l'etichettatura dei cibi transgenici, con la ricostruzione dei"percorsi", dal prodotto agricolo fino a quello trasformato. Un piccolo passo nella giusta direzione, secondo alcuni. Un compromesso insufficiente, secondo chi ritiene che è l'intera logica di funzionamento del sistema agroalimentare che deve essere cambiata.
di FRANéOIS DUFOUR *
La crisi nell'industria agroalimentare belga, aggravata dal problema del pollo alla diossina, rimette in discussione gli orientamenti di una politica agricola comune (Pac) la cui sola ambizione sembra essere quella di adeguarsi alla globalizzazione.
Quando, negli anni '80, le lobby agroindustriali britanniche, decise ad abbassare in ogni modo i loro costi di produzione, liberalizzarono il settore della carne bovina, non si aspettavano conseguenze tanto disastrose sulla salute degli animali e degli uomini: nel 1996, l'individuazione dell'encefalopatia spongiforme bovina (Esb), detta della"mucca pazza", fece nascere dei sospetti su alcune pratiche agricole.
Ma il discredito ricadde sui contadini, i quali invece erano vittime dei produttori di alimenti per bestiame e dei loro alleati, le industrie di macellazione.
La responsabilità di questa situazione non è solo degli inglesi: va attribuita anche alle autorità comunitarie, visto l'orientamento che hanno dato alla Pac. Eppure erano state messe in guardia: fin dal 4 aprile 1996, la Confederazione contadina aveva richiesto alle autorità francesi e di Bruxelles di adottare con urgenza provvedimenti che proibissero l'uso delle farine animali negli alimenti di tutti gli animali domestici. La risposta data allora da Parigi fu che il marchio di identificazione"carne bovina francese" e una totale"tracciabilità" avrebbero dato tutte le garanzie. Ingenuità o ipocrisia? Mantenere l'autorizzazione a fare uso di farine negli alimenti per suini e pollame apriva la strada a tutti i traffici e a tutte le derive. E infatti, qualche mese più tardi, nel 1997, si scatenava nei Paesi Bassi un'epidemia di peste suina che provocava la distruzione di tutta una filiera: fu necessario abbattere milioni di capi di bestiame. Costo dell'operazione: 1 miliardo di ecu (circa 2.000 miliardi di lire), per metà a carico dei contribuenti europei.
Nessuna misura tampone risolverà problemi che nascono dall'imposizione di un modello produttivo, organizzato, tramite la Pac, a esclusivo beneficio delle lobby dell'agroalimentare e in particolare delle transnazionali che producono alimenti per animali, antibiotici e stimolatori di crescita. Secondo stime ufficiali, in un allevamento con meno di 100 suini i costi relativi agli antibiotici sono di 120.000 lire per animale. Ma quando la produzione si concentra in un solo luogo, le spese possono superare le 300.000 lire per capo di bestiame.
L'obiettivo non è più allora curare l'animale, ma ottenere un aumento di peso artificiale. Eppure i ricercatori microbiologi hanno da tempo dimostrato che, se si concentrano gli animali, l'industrializzazione dell'allevamento concentra anche elementi patogeni e rischi.
Si sa che le salmonelle, facilmente presenti nella filiera avicola, sono all'origine dell'80 % delle infezioni tossiche collettive di origine alimentare censite in Francia. D'altra parte, le batterie diventano sempre più resistenti agli antibiotici usati in quantità eccessiva, con i conseguenti, intuibili, inconvenienti nel trattamento delle malattie infettive. Il comitato direttivo scientifico dell'Unione europea (formato da 16 esperti indipendenti) ha, al riguardo, pubblicato un rapporto nel quale ne chiede la proibizione. Il comitato, fino ad oggi, non ha trovato udienza a Bruxelles, dove però sarà organizzata, su questo argomento, una conferenza scientifica internazionale il prossimo 20 luglio. E' bene ricordare che questo settore del mercato farmaceutico mondiale rappresenta circa 250 miliardi di dollari Quanto all'uso oggi messo sotto accusa con grande clamore delle farine animali incorporate come proteine nell'alimentazione del bestiame per equilibrare le razioni, non è cosa nuova. L'allevamento intensivo industriale ha costruito la sua potenza e la sua strategia di conquista dei mercati mondiali attingendo da una fonte inesauribile: i rifiuti riciclati dei mattatoi che diventano cibo per animali (1). La ricerca del minor costo per il maggior profitto ha portato i responsabili dei grandi gruppi di produttori di farine a rifiutare in modo sistematico le norme pubbliche di trasparenza (tracciabilità) e d'informazione agli allevatori sulle caratteristiche e la composizione dei prodotti forniti. Nel luglio 1996, la Confederazione contadina (2) ha presentato la prima querela contro ignoti per la questione dell'Esb (3), ma la giustizia è lenta. I poteri pubblici francesi ed europei, talvolta così pronti nell'adottare delle misure, anche legislative, lo sono molto meno nell'applicarle e nel farle rispettare.
Lo scandalo della carne contaminata con la diossina (4), sostanza altamente cancerogena e presente a forti dosi in alcuni alimenti per il bestiame (come quello, ancora d'attualità, dell'Esb), rivela una volta di più, malgrado i discorsi rassicuranti di cui i governi sono prodighi, il lassismo, se non la complicità, degli organi dello stato nei confronti del potere finanziario. Il forte aumento delle"paure alimentari" porterà a pesanti ripercussioni sugli allevatori di pollame, suini, ma anche bovini: distruzione degli allevamenti interessati, diminuzione dei prezzi, revisione unilaterale dei contratti di produzione per gli allevatori legati a industrie produttrici di alimenti. Ma, dopo la diossina, altri pericoli incombono, come, ad esempio, quelli legati all'accumulo di metalli pesanti nel suolo a causa dell'irrorazione con fanghi di depurazione, né si può dimenticare che sono ancora sconosciute, sia a livello dell'ambiente che della salute, le conseguenze delle manipolazioni genetiche su animali e vegetali.
Finora le istanze comunitarie hanno resistito alla pressione delle industrie farmaceutiche che vogliono imporre gli ormoni da latte e da animali, anche se si sa bene che il Belgio è un crocevia per il traffico di questi ormoni in Europa. Ma gli Stati uniti, decisi ad esportare a qualunque costo la loro carne bovina agli ormoni nei paesi dei Quindici, hanno già segnato importanti punti a loro favore all'interno dell'Organizzazione mondiale del commercio (Omc), la quale non si preoccupa minimamente della salute pubblica (5). Gli europei, come punizione del loro rifiuto, sono costretti a pagare 253 milioni di dollari, sotto forma di aumento dei diritti doganali su alcune loro esportazioni destinate agli Stati uniti (202 milioni) e al Canada (51 milioni). La Commissione europea non si oppone affatto al principio di queste sanzioni, si limita a cavillare sull'ammontare della cifra. Rifiuta di invocare il principio precauzionale per altro esplicitamente previsto dall'accordo sulle misure sanitarie e fitosanitarie concluso nel 1994 durante il ciclo dell'Uruguay dell'Accordo generale su tariffe doganali e commercio (Gatt) col pretesto che Washington potrebbe considerarlo una provocazione (6)! Come si è visto nel febbraio 1999 a Cartagena (Colombia) (7), un altro importante scontro commerciale si delinea tra i paesi che producono e commercializzano vegetali modificati geneticamente (Argentina, Australia, Brasile, Canada, Cina, Stati uniti, Messico) e l'Europa, dove, dal 1994, soltanto nove varietà hanno ricevuto l'autorizzazione ad essere coltivate e importate. Ma è soltanto la pressione dei consumatori e dei movimenti dei cittadini europei che ha impedito, fino ad ora, alla Commissione e alla maggioranza dei governi la totale liberalizzazione del commercio degli organismi geneticamente modificati (Ogm), questi nuovi strumenti di appropriazione di semi e piante da parte di alcune multinazionali: Novartis, Monsanto, Pioneer-DuPont, Agrevo, ecc. Da quando esiste l'agricoltura, i contadini seminano i campi con i prodotti del proprio raccolto. Sono loro che, da millenni, selezionano e adattano le piante in funzione delle loro necessità e delle caratteristiche dell'ambiente. Oggi, i grandi gruppi di produttori di sementi hanno selezionato semi ibridi, le cui caratteristiche li rendono particolarmente adatti all'agricoltura intensiva. Questi ibridi non si riseminano, mentre le piante autogame come grano, orzo e colza, sono riutilizzate nel 50 % dei casi. Evidentemente i produttori di semi non hanno interesse a che i contadini possano riseminare i campi a partire dai propri raccolti. Tentano di convincerli che le manipolazioni genetiche procureranno loro grossi margini di guadagno.
Questa affermazione costituisce prima di tutto un inganno intellettuale, perché postula che l'agricoltura intensiva, forte consumatrice di input, pesticidi e fungicidi di ogni tipo, sia il solo modello atto a soddisfare le necessità dell'uomo. Al contrario, sono molti i contadini che sviluppano altri tipi di produzione (in particolare l'agricoltura biologica) altrettanto competitivi, ma rispettosi della natura e dei consumatori.
Inoltre è un inganno economico, perché lasciare i semi nelle mani di alcune multinazionali, per i contadini vuol dire accettare un'integrazione sempre maggiore nel complesso genetico- industriale (8). I rischi, per la salute e l'ambiente, della messa a coltura di piante manipolate geneticamente costituiscono l'oggetto di serrati dibattiti tra gli scienziati. E la tendenza è alla prudenza più estrema, in particolare dopo che molti studi hanno dimostrato gli effetti nocivi, sulle farfalle, del mais transgenico Bt (cioè portatore della tossina del Bacillus thuringiensis che rende la pianta resistente ad un insetto detto piralide n.d.t.), prodotto da Monsanto, Novartis e Pioneer, di cui i governi tedesco, spagnolo e francese, giocando agli apprendisti stregoni, hanno autorizzato la commercializzazione (9). Dopo la questione della diossina, la maggioranza dei ministri dell'agricoltura dei Quindici non ha dato seguito alla richiesta francese di proibizione delle farine animali, perché si pone il problema delle soluzioni di ricambio con proteine vegetali.
L'agricoltura europea ostaggio degli Usa L'Europa, che ha fatto la triste scelta dello sviluppo di cereali a basso prezzo destinati al mercato mondiale, è fortemente deficitaria di vegetali ricchi di proteine e amidi e soprattutto di piante oleose: nella campagna commerciale 1996-97, il suo tasso di autosufficienza per colza, girasole e soia raggiungeva solo il 22% (10). E ciò per evidenti ragioni: durante i negoziati del Gatt del 1993, ha ottemperato alle esigenze di Washington accentando di limitare a 5,482 milioni di ettari la superficie da coltivare a piante oleose, così da garantire all'agrobusiness americano uno sbocco illimitato per i suoi panelli di soia e per i prodotti di sostituzione dei cereali, che entrano nella Comunità esenti da ogni diritto doganale. E' dunque agli Stati uniti e ai paesi latino-americani che per un'eventuale sostituzione delle farine animali i contadini europei dovranno rivolgersi per l'approvvigionamento.
Cioè a paesi dove gli Ogm sono coltivati su milioni di ettari (secondo fonti specializzate, il 40 % della soia e il 20 % del mais americani sono transgenici) e dove le multinazionali si rifiutano di creare filiere di imballaggio e di commercializzazione separate tra Ogm e nonOgm. In altre parole, in mancanza di una chiara etichettatura per l'alimentazione sia degli uomini che degli animali, ai consumatori e ai contadini, presi in ostaggio, non rimane che scegliere tra la peste delle farine animali e il colera degli Ogm.
Al di là del sostegno dato dalla Francia, il 24 giugno, alla proposta greca di sospendere ogni nuova immissione di Ogm sul mercato a livello europeo, le associazioni (France Nature Environnement, Greenpeace, Attac, ecc.) chiedono una moratoria sulla coltivazione e la commercializzazione delle tecnologie genetiche e l'applicazione del principio precauzionale. Una gran parte dei produttori dipende dalle grandi industrie sul piano tecnologico, economico e finanziario, e ha, quindi, uno scarso margine di manovra. L'industria si è impadronita del contadino imponendogli le proprie regole per la produzione di materie prime a basso costo, facendo di lui una cavia che si getta alle ortiche quando non rende più.
La fame nel mondo non è un problema che si risolverà grazie alle tecnologie genetiche. La sua soluzione passa unicamente attraverso la sovranità alimentare (11), vale a dire attraverso il rafforzamento e l'autonomia politica dei paesi in via di sviluppo, attraverso il riconoscimento del loro diritto a proteggersi da importazioni sleali e dal dumping economico, sociale, ecologico dei paesi ricchi. E' bene dunque orientarsi verso un'agricoltura che metta al centro delle sue preoccupazioni la dimensione sociale, territoriale ed ambientale, e non verso un'agricoltura duale che fornirebbe ai poveri una grande abbondanza di pessimo cibo, prodotto da pochi contadini ricchi, e ai ricchi un'alimentazione di qualità fornita da contadini poveri. Mettere la Pac, come fa la Commissione europea, al servizio della"vocazione esportatrice dell'agricoltura europea", è una decisione che nasce da una grave confusione tra due mercati di natura fondamentalmente opposta: quello dei prodotti di base (polvere di latte, cereali, carni bianche e scarti di carni rosse) e quello dei prodotti elaborati e a forte valore aggiunto.
Il mercato mondiale dei prodotti di base è alimentato dalle eccedenze agricole dei grandi (Unione europea, Canada, Stati uniti). I corsi di questo mercato sono estremamente bassi e lo resteranno a lungo, se si dà credito ad un recente rapporto della Banca mondiale: prezzo del latte compreso tra le 225 e le 300 lire al litro; un chilo di maiale tra le 450 e le 690 lire e di bovino giovane a 1.300 lire. Per produrre a costi così bassi, è necessario eliminare ogni vincolo nella produzione e annullare ogni limite: luoghi di produzione giganteschi, terre e aiuti pubblici accaparrati da pochi agromanager.
Il mercato dei prodotti elaborati o a forte valore aggiunto obbedisce a regole del tutto diverse. I contadini, anche se ognuno di loro ricerca la produttività, non lo affrontano direttamente. Le produzioni sono in genere molto ben inquadrate e rispondono ad un mansionario che distribuisce con precisione i compiti: vengono realizzate in ben identificate zone geografiche e permettono di valorizzare le competenze; concorrono ad una vera economia locale che nasce dal valore aggiunto. Questa agricoltura è l'unica soluzione per un tipo di sviluppo basato sulla cieca mondializzazione degli scambi. Le catastrofi della"mucca pazza" e del pollo alla diossina rischiano di essere solo il preludio di altri disastri, se non si forma un ampio fronte, costituito da contadini, consumatori e movimenti di cittadini, uniti nel rifiutare questa forma di dittatura dei mercati rappresentata dalla onnipotenza delle transnazionali agroalimentari e chimiche.
note:
* Agricoltore (Manche), portavoce della Confederazione contadina.
(1) Sul contenuto delle farine e sui metodi di macellazione, leggere gli estratti del rapporto confidenziale della Direzione nazionale per le inchieste e la repressione delle frodi (Dnerf), pubblicati da Le Canard enchaöné del 9 giugno 1999.
(2) Ndr: la Confederazione contadina è il sindacato agricolo francese più rappresentativo dopo la Federazione nazionale dei sindacati degli imprenditori agricoli (Fnsea). Sostiene un'agricoltura contadina e lotta contro i danni del produttivismo. La confederazione pubblica un mensile, Campagnes solidaires (104, rue Robespierre, 93170 Bagnolet).
(confédérationpaysanne.fr)
(3) Leggere Bertrand Hervieu,"Pazzia delle mucche e pazzia degli uomini", Le Monde diplomatique/il manifesto, maggio 1996.
(4) Le diossine sono degli inquinanti organici persistenti, classificati come"noti cancerogeni umani" dal Centro internazionale di ricerca sul cancro (Circ). Si tratta essenzialmente di sottoprodotti di processi industriali: fusione di metalli, imbiancamento della pasta da carta, produzione di alcuni erbicidi e pesticidi e, soprattutto, inceneritori di rifiuti, dal momento che la combustione è incompleta. Il termine diossina designa una famiglia di composti (oltre 400) apparentati alla più tossica, la Tcdd.
(5) Dal 1989, la Comunità europea, a causa dei rischi che comportano per la salute dell'uomo, ha proibito l'uso di ormoni della crescita nell'alimentazione animale. Nel 1997, gli Stati uniti e il Canada hanno ottenuto dall'Omc una condanna per questa"violazione delle regole del commercio mondiale" che riguarda 10.000 tonnellate di importazioni, su un totale di circa 450.000 tonnellate. Entro luglio, uno speciale gruppo di arbitraggio dell'Omc deve decidere sull'ammontare delle compensazioni che l'Unione europea dovrà versare alle due parti lese.
(6) Leggere Le Monde, 30 aprile 1999.
(7) Iniziata il 14 febbraio, la conferenza di Cartagena sui prodotti transgenici mirava a stabilire un"Protocollo sulla prevenzione dei rischi biotecnologici" provocati dagli Ogm. Il"Gruppo di Miami", guidato dagli americani, si è opposto, rinviando il problema all'Omc (Le Monde, 26 febbraio 1999).
(8) Leggere Jean-Pierre Berlan e Richard C. Lewontin,"Il complesso genetico-industriale: un racket confisca la materia vivente", Le Monde diplomatique/il manifesto, dicembre 1998.
(9) Uno studio dell'università di Cornell, pubblicato dalla rivista Nature, del 20 maggio scorso, e confermato da ricercatori dell'università di Iowa, ha rivelato un tasso di mortalità del 44%, in 48 ore, nelle larve di farfalle Monarch alimentate con cicerbita contaminata da polline di mais Bt.
Lavori condotti da Greenpeace con un entomologo dell'università di Exeter hanno dimostrato che il mais in questione potrebbe essere dannoso per oltre 100 specie, tra cui il pavone, il macaone e l'atalanta. Greenpeace International: www.
greenpeace.org
(10) Leggere Jacques Loyat e Yves Petit, La Politique agricole commune, La Documentation française, Parigi, 1999.
(11) Leggere Edgard Pisani,"Per far sì che il mondo nutra il mondo", Le Monde diplomatique/il manifesto, aprile 1995.
(Traduzione di G.P.)
Le Monde Diplomatique luglio 1999
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venerdì, 26 dicembre 2008
Vacilla la resistenza contro gli Ogm?
Jean-Jacques Sevilla
Sul punto di strappare agli Stati Uniti il primo posto tra gli esportatori di soia, il Brasile è finora l'unico dei tre grandi paesi produttori ad aver legalmente contenuto la disseminazione delle varietà transgeniche di questa leguminosa sul proprio territorio (1). Colpita in pieno dalla bancarotta argentina (2), la Monsanto, una impresa americana di biotecnologie che commercializza l'80% delle vendite mondiali di sementi di Organismi geneticamente modificati (Ogm), spera di incassare presto i risultati della paziente «strategia di contaminazione» - secondo l'espressione dell'agronoma Flavia Londres, promotrice della campagna «Per un Brasile senza transgenici» - che ha attuato nel Cono Sud.
Nel settembre scorso, il presidente Luiz Inacio «Lula» da Silva, figura dell'altermondismo e alleato storico degli ecologisti, prometteva «una soluzione scientifica, non ideologica» al rompicapo posto dalla proliferazione, palesemente incontrollabile per le croniche deficienze dei servizi di ispezione del ministero dell'agricoltura (3), delle piantagioni transgeniche illegali nella zona di confine con l'Argentina.
Poiché la generalizzazione degli Ogm non è stata discussa nel paese vicino, Monsanto ha imposto il proprio monopolio sul mercato locale delle semenze di soia. Da sei anni la sua varietà Roundup Ready, tollerante all'erbicida Roundup grazie alla manipolazione genetica, fonte di quasi il 50% del suo volume d'affari, alimenta un intenso contrabbando verso gli stati brasiliani limitrofi.
Alle prese con un'eredità particolarmente difficile da gestire, il presidente brasiliano ha trasmesso al parlamento, il 31 ottobre 2003, un progetto di legge che istituisce un Consiglio nazionale di biosicurezza composto di dodici ministri, incaricato di decidere in ultima istanza su tutte le questioni riguardanti gli Ogm. Marina Silva - la ministra dell'ambiente, che militava nel sindacato dei serigueiros (collettori di lattice degli hevea silvestri), dell'Amazonia, al tempo di Chico Mendes, il leader ecologista assassinato nel dicembre 1988 - ha salvato quanto era ancora salvabile del principio di precauzione, peraltro iscritto nella Costituzione, mantenendo la possibilità di esigere uno studio d'impatto preliminare alla coltura sperimentale o alla commercializzazione dei vegetali transgenici.
Resta il fatto che la designazione a relatore del progetto di legge del deputato federale del Partito comunista del Brasile (Pc do B., maoista), Aldo Rebelo, notoriamente favorevole agliOgm, non mancherà di agevolare l'adozione di emendamenti che rischiano di ridurre notevolmente le prerogative del ministero dell'ambiente. Diretta dal ministro dell'agricoltura Roberto Rodrigues, ex presidente dell'Associazione brasiliani dell'agrobusiness ed egli stesso proprietario di una piantagione di soia di 4.000 ettari nello stato del Maranhao, nel Nordeste, la potente lobby dei grandi proprietari agricoli ha già attaccato il principio di precauzione di cui si faceva garante il presidente prima di essere eletto. Infatti, sotto la pressione dell'unico settore economico risparmiato dalla recessione, il capo dello stato ha sospeso, in marzo, la moratoria sugli Ogm con una «misura provvisoria» (4) approvata senza difficoltà dal Parlamento, che autorizzava la commercializzazione del raccolto, allora in corso, di soia transgenica. Tutto ciò in dispregio delle sentenze vigenti: in seguito a una azione intentata congiuntamente dall'Istituto di difesa dei consumatori (Idec) e da Greenpeace, un provvedimento conservativo, pubblicato in settembre 1998 da un giudice federale, limita, in attesa di un rapporto ufficiale d'impatto sull'ambiente, l'uso degli Ogm alle piantagioni sperimentali sotto controllo pubblico. Un'altra «misura provvisoria» pubblicata sulla Gazzetta ufficiale del 25 settembre, ha sensibilmente allargato la breccia. Mentre la semina è iniziata in ottobre, questa misura prevede la soppressione del divieto di coltivazione delle varietà transgeniche - cioè quelle brevettate da Monsanto, le sole disponibili in Brasile - fino al prossimo raccolto, la cui vendita è anch'essa liberalizzata. Per beneficiare dell'amnistia di fatto proposta, gli agricoltori fuorilegge devono in particolare impegnarsi, in un documento chiamato «termine per la sanatoria del comportamento», a prelevare le loro sementi transgeniche nelle proprie riserve di semi (5). Inoltre, sempre nella serie dei buoni sentimenti, la soia depenalizzata potrà essere smerciata soltanto nello stato in cui è stata raccolta. I trasgressori si espongono - teoricamente - a multe e al congelamento dei crediti nelle banche pubbliche. Nello Stato del Rio Grande do Sul, epicentro del traffico di sementi, gli agricoltori, convertiti al Roundup Ready per i risparmi di erbicidi, hanno organizzato cortei di trattori per salutare la decisione del governo. Invece di essere circoscritto alla regione meridionale, la più colpita da una «contaminazione» difficilmente valutabile per la mancanza di controlli, il commercio illegale, incoraggiato dalla prospettiva di una prossima legalizzazione, si estenderà d'ora in avanti nel nord del paese. Secondo il ministero dell'agricoltura, dal 13 al 14% del prossimo raccolto di soia sarebbe transgenico.
«I produttori di soia del Rio Grande do Sul esportano legalmente, alla rinfusa, i semi transgenici verso gli altri stati. Basta pagare la tassa sulla circolazione delle merci», spiega Iwao Miyamoto, presidente dell'Associazione brasiliani dei produttori di sementi (6). Quanto agli indiani Caigangues di Cacique Doble, a 400 chilometri da Porto Alegre, essi hanno deciso di sfidare apertamente il divieto di coltivazione degli Ogm nelle riserve indigene. «Non possiamo essere svantaggiati nei confronti dei bianchi», annuncia il loro giovane capo, il ventiduenne Jacson Silveira (7). La sua comunità sfrutta collettivamente un migliaio di ettari su cui da tre anni si coltiva la soia transgenica. Emarginati dalla politica del fatto compiuto, gli ecologisti e i loro alleati protestano vivacemente. Amico di José Bové e membro del coordinamento nazionale del Movimento dei senza-terra (Mst), Joao Pedro Stedile ha definito il capo dello stato «transgenico della politica». Ex governatore dello stato di Amapa e accanito difensore dello sviluppo duraturo in Amazzonia, Joao Capiberibe, del partito socialista brasiliano, si è dimesso dal suo ruolo di vice presidente della maggioranza presidenziale al Senato. Deputato federale, ex guerrigliero e fondatore del partito verde che ha poi lasciato, Fernando Gabeira ha sbattuto la porta del partito dei lavoratori di cui «Lula» è il capo storico. «Il mio sogno non è finito ma riconosco che ho sbagliato sogno», ha detto alla tribuna della Camera nel rendere ufficiale la sua rottura. Perché la ministra dell'ambiente, icona del mondo dei verdi, continua a ingoiare rospi, non solo sugli Ogm e l'importazione di pneumatici usati, ma anche a proposito del Piano nazionale di sviluppo dell'Amazzonia che non tiene in minimo conto le potenziali aggressioni agli ecosistemi delle opere infrastrutturali previste. Inoltre il decreto presidenziale che regolamenta l'etichettatura obbligatoria dei prodotti con oltre l'1% di Ogm, emesso in marzo, è rimasto lettera morta. Il mugugno dei sostenitori di Marina Silva si è fatto di nuovo sentire dopo la nomina, per imposizione del presidente, di Paulo Pimenta, deputato federale (PT) del Rio Grande do Sul, come relatore della seconda «misura provvisoria» sulla soia. Convertito di recente alla liberalizzazione totale della soia transgenica, Pimenta ha appena partecipato, con sette parlamentari brasiliani, a una visita guidata alle installazioni di Monsanto a Saint-Louis, Missouri. «Ormai i dadi sono tratti» ha semplicemente rilevato un altro membro eletto del Pt, Adao Preto, rappresentante dei piccoli contadini del Sud.
Scoperto negli anni sessanta dai produttori di olio del Rio Grande do Sul, l'«oro verde» brasiliano, al primo posto nelle esportazioni (8), ha conquistato le fertili «terre malva» del Parana e del Mato Grosso do Sul, le savane dell'altipiano centrale e dell'Amazzonia fino al Roraima, lo stato più settentrionale del Brasile, e ricopre oggi quasi 20 milioni di ettari. Agevolata dall'aumento sostenuto dei corsi alla borsa di Chicago in seguito alla siccità che colpisce da due anni le aree produttrici degli Stati uniti, questa folgorante avanzata rappresenta oggi una minaccia in più per la foresta amazzonica devastata da una trentina di anni dalla progressione della «frontiera agricola». «Che il mercato decida» Blairo Maggi, il «re della soia» eletto nel 2002 governatore del Mato Grosso, incarna il successo del «pioniere»: è il primo produttore mondiale individuale con circa 300.000 tonnellate di semi raccolti quest'anno nelle sue fazendas. Sarà alla fine il mercato, come profetizza il ministro brasiliano dell'agricoltura, a «decidere cosa deve produrre il paese»?
Alla fine del mese di ottobre, durante la XXI riunione confindustriale Brasile-Germania tenutasi a Goiania, la capitale dello Stato di Goias, nel centro del paese, Renate Künstat, ministra tedesca della tutela del consumatore e dell'agricoltura, ha evocato senza riguardi il rifiuto degliOgm da parte del 70% dei suoi concittadini. «I coltivatori di prodotti transgenici - ha puntualizzato - dovranno adattarsi alle regole severe del mercato europeo (9)». Tra l'altro, è in pericolo il «canale pulito» predisposto da Carrefour in questa regione. E i Paesi bassi e la Francia assorbono il 50% delle esportazioni brasiliane di panelli destinati all'alimentazione animale. È vero che Monsanto ha minato il terreno con cura (10). Nota per lo spionaggio implacabile che esercita nelle campagne degli Stati uniti e del Canada, la compagnia è stata molto attenta a non lanciare i suoi detective privati alle calcagna degli utilizzatori clandestini di Roundup Ready in Brasile. È troppo presto per esigere le fruttuose royalties che le consente il suo brevetto. Nel frattempo, la sua «strategia di contaminazione» si appoggia a campagne pubblicitarie orchestrate a livello nazionale al momento della semina, che vantano la strabiliante riduzione dei costi di produzione grazie al ricorso alla biotecnologia. Peraltro, la major degli Ogm ha firmato fin dal 1997 un accordo di cooperazione tecnica con la società pubblica Embrapa (Azienda brasiliana di studi agricoli) riguardante l'elaborazione di una gamma di sementi di soia transgenica adattate alla diversità dei terreni brasiliani. Questo dispositivo di conquista preliminare è stato perfezionato con l'inaugurazione, nel 2001, vicino a Salvador de Bahia, di un impianto, il più importante del gruppo fuori dagli Stati uniti, che produce in particolare il Roundup. Il Fondo di sviluppo del Nordeste (Finor) ha finanziato fino alla concorrenza di 80 milioni di euro l'investimento iniziale di 300 milioni di euro. Ciononostante, Monsanto non ha ancora vinto. L'Assemblea legislativa del Parana ha approvato con schiacciante maggioranza, il 14 ottobre, il divieto, fino al 31 dicembre 2006, della «coltivazione, manipolazione (escluse le coltivazioni sperimentali autorizzate), importazione, industrializzazione e commercializzazione degli Ogm» sull'intero territorio dello Stato confinante con l'Argentina. Entrata in vigore il 27 ottobre e già contestata dai ricorsi di sindacati di agricoltori presso il tribunale federale superiore di Brasilia, la legge si applica in particolare al porto di Paranagua, primo centro nevralgico delle esportazioni brasiliane e paraguaiane di soia, dove alcuni test sono stati avviati per individuare i carichi di semenze transgeniche vietate.
Semplice battaglia per salvare l'onore o premessa di una guerriglia di lunga durata?
note:
* Giornalista.
(1) Secondo il Dipartimento dell'agricoltura statunitense (Usda), il Brasile esporterà, nel quadro del raccolto 2003/2004, 26 milioni di tonnellate di soia contro 23,7 milioni di tonnellate dagli Stati uniti. Tuttavia questi rimangono il primo produttore (67 milioni di tonnellate) davanti al Brasile (60 milioni di tonnellate) e l'Argentina (37 milioni di tonnellate). Questi tre paesi rappresentano oltre l'80% delle esportazioni mondiali, di cui la Cina è il primo acquirente.
(2) 1,75 miliardi di dollari di perdite per 4,94 miliardi di dollari di volume d'affari per l'anno fiscale 2002.
(3) Il ministero dell'agricoltura dispone a livello nazionale di soli 2.700 ispettori.
(4) Decreto che entra immediatamente in vigore prima di essere esaminato dal Parlamento entro un periodo di sessanta giorni. Scaduto questo tempo, la «misura provvisoria» può essere prorogata una sola volta e per la stessa durata di validità.
(5) Contrariamente ai semi di granoturco transgenico raccolti, inadatti alla riproduzione, i semi di soia transgenica possono - ancora - servire da semente: Monsanto ha già ottenuto dal dipartimento americano dell'agricoltura il permesso di immettere sul mercato il «terminator», soia transgenica sterile.
(6) Folha de Sao Paulo del 20 ottobre 2003.
(7) Folha de Sao Paulo del 17 ottobre 2003.
(8) 8,36 miliardi di dollari attesi quest'anno (il 12% degli introiti da esportazione), 10,76 miliardi di dollari previsti nel 2004, secondo l'Associazione brasiliana dell'industria degli oli vegetali (Abiove).
(9) Gazeta Mercantil, Sao Paulo, 28 ottobre.
(10) Si leggano François Dufour luglio 1999; Agnes Sinai, luglio 2001; e Susan George, aprile 2003.
(Traduzione di M. G. G.)
Le Monde Diplomatique dicembre 2003
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mercoledì, 24 dicembre 2008
Mali: i produttori di cotone dicono «no»
di Roger Gaillard *
Alto, magro, l'uomo in tunica turchese si è alzato di scatto e ha afferrato il microfono. Voce vibrante, barbetta, indice proteso verso i ventilatori, che fanno fatica a smuovere il calore del mezzogiorno, interpella l'assemblea in bambara, la lingua regionale: «Perché chiedere a noi, contadini poveri, di accettare quegli Ogm rifiutati dai contadini ricchi del Nord?» Mormorii di approvazione tra il pubblico, poi il microfono ballerino passa a una giovane agricoltrice, arrivata con il suo piccolo: «Perché vogliono farci produrre di più grazie agli Ogm, quando già adesso non riusciamo a smaltire la produzione a un prezzo giusto?».
La scena si svolge a Sikasso, tranquilla borgata del sud del Mali, una nazione tra le più povere dell'Africa e del mondo, nel cuore di una provincia rurale che produce i due terzi della principale fonte di ricchezza del paese: il cotone. Per cinque giorni, dal 25 al 29 gennaio 2006, un sorprendente esercizio di democrazia partecipativa vi ha raccolto quarantatré piccoli contadini, tra cui numerose donne.
Su richiesta dell'Assemblea regionale di Sikasso (il Parlamento provinciale), questi coltivatori di cotone, venuti da tutta la regione, avevano il compito di costituire un tribunale popolare incaricato di valutare vantaggi e inconvenienti di un'eventuale introduzione di organismi geneticamente modificati (Ogm) nell'agricoltura del loro paese. Battezzata «Espace citoyen d'interpellation démocratique» (Ecid), facendo riferimento a dispositivi di pubblico dibattito già presenti in Mali, la giuria - una novità in Africa - era appoggiata da partner europei, sostenitori della promozione di metodi partecipativi per la valutazione delle scelte tecnologiche e delle politiche di sviluppo(1).
Il forum di Sirkasso è da valutare alla luce delle forti pressioni esercitate sui paesi africani dalle multinazionali agro-alimentari, in primo luogo l'americana Monsanto e la svizzera Syngenta, che predicano l'industrializzazione del settore agricolo e l'apertura dei mercati alle colture transgeniche (2). In particolare quella del cotone Bt, che produce una tossina efficace contro alcuni devastatori, ciò che dovrebbe permettere, in teoria, di ridurre il ricorso ai pesticidi e garantire migliori raccolti ai contadini. Poiché l'Ovest africano è il terzo produttore mondiale di cotone, la posta in gioco è importante per queste imprese, che godono del sostegno dell'Agenzia americana per lo sviluppo internazionale (Usaid), dotata di un bilancio di 100 milioni di dollari per introdurre le biotecnologie nei paesi del Sud.
La risposta del continente alle pressioni non è univoca. La Zambia, pur minacciato di carestia, ha rifiutato l'aiuto del Programma alimentare mondiale, notoriamente gonfiato di un surplus di mais statunitense geneticamente modificato; il Benin ha invece accettato l'ambiguo soccorso, pur avendo adottato nel 2002 una moratoria di cinque anni sugli Ogm. In Sudafrica, testa di ponte dell'industria agro-alimentare, cotone e mais transgenici sono coltivati da circa dieci anni, con risultati controversi, mentre in Burkina Faso, paese vicino al Mali, hanno luogo sperimentazioni di cotone transgenico in pieno campo dal 2003, malgrado l'opposizione di vari settori della società.
Estremamente attenti durante tutto lo svolgersi del processo, i membri della giuria hanno ascoltato una quindicina di testimoni, esperti venuti dall'Africa dell'Ovest, del Sud, dall'India e dall'Europa.
Biologi molecolari, ingegneri agronomi, membri di organizzazioni non governative (Ong) o delegati di movimenti contadini hanno risposto alle domande più varie su vantaggi e inconvenienti degli Ogm: rischi per l'ambiente e la salute, reale beneficio in termini di produttività, fattori socio-economici, questioni etiche e giuridiche, senza dimenticare la dimensione culturale, tanto più significativa in quanto spesso subliminale. In bambara, Ogm si dice Bayérè ma'shi («Madre nutrice trasformata»): in una concezione animista del mondo, molto presente in Mali sotto una vernice musulmana, la semplice materialità del gene genetico - prendere dei geni di una specie per introdurli in un'altra - bastava a disturbare parecchi uditori.
Il problema cruciale dei diritti di proprietà intellettuale e del brevetto sul vivente è stato lungamente richiamato, particolarmente da una genetista del Benin, Jeanne Zoundjihekpon, dell'associazione Grain: «I semi Bt sono protetti da brevetti che conferiscono alle imprese un potere assoluto sugli agricoltori. I piccoli contadini non hanno più il diritto di conservare i semi di un raccolto per ripiantarli l'anno dopo, come hanno sempre fatto, a rischio di azioni giudiziarie». L'argomento coglie nel segno, tanto più che in Africa occidentale la filiera del cotone è in crisi, come ricorda Mamadou Goïta, dirigente della Coalizione contro gli Ogm e per la protezione del patrimonio genetico in Mali. La Compagnia di sviluppo del tessile del Mali (Cmdt), posseduta al 60% dallo stato e al 40% dall'impresa francese Dagris, è andata in deficit a causa della svalutazione del franco Cfa e del crollo dei corsi mondiali dell'«oro bianco» - e questo quando, tra il 1994 e il 2005, la produzione annuale è passata da 320.000 a 600.000 tonnellate.
La privatizzazione della società, prevista per il 2008, è pretesa dalla Banca mondiale come condizione indispensabile per gli aiuti finanziari al governo di Bamako. A causa del deficit, il prezzo pagato dalla Cmdt ai produttori è passato da 210 Fcfa al kg nel 2004 a 160 Fcfa nel 2006 (25 centesimi di euro), mentre aumenta il costo degli input chimici. In queste condizioni il cotone non è più redditizio, e molti contadini che avevano optato per la sua monocoltura pensano di convertirsi a colture per uso alimentare (miglio, mais). Goïta fa un'altra proposta: «Il cotone biologico potrebbe essere una chiave per entrare nel mercato dei paesi europei, dove l'opinione pubblica è contraria agli Ogm. Comunque, i rapporti di forza sono troppo squilibrati rispetto a potenze che, come gli Stati uniti, praticano una politica di dumping sovvenzionando massicciamente le loro colture di cotone: 4 miliardi di dollari all'anno per 25.000 produttori, mentre in Mali il cotone dà da vivere a più di 3 milioni di persone».
Le multinazionali invitate hanno rifiutato di portare le loro ragioni davanti a una giuria contadina. «Abbiamo più volte sollecitato la fondazione Syngenta e la società Monsanto», sottolinea Barbara Bordogna, biologa al Réseau interdisciplinaire biosécurité (Ribios) di Ginevra e membro del comitato di pilotaggio dell'Ecid, «ma le ditte sembrano reticenti ad accettare un dibattito aperto e trasparente, che non sono in grado di controllare». Monsanto aveva però raccomandato la presenza di certi agricoltori, che sapeva favorevoli alla sua parte.
Così, proveniente dal Sudafrica, il fattore zulu T. J. Buthelezi , che coltiva cotone Bt dal 1996, ha assicurato che la sua esperienza è decisiva. In particolare, gli ettari seminati a cotone transgenico hanno resistito a un'inondazione devastante per le piantagioni convenzionali; da quel momento, lui si è convertito al «tutto Ogm», mais compreso, che consuma in prima persona, senza inconvenienti di sorta per la salute. «Fate come me, arricchitevi!», ha esclamato, rivolto ai contadini del Mali.
Proveniente dall'Andhra Pradesh, uno stato indiano, M. P. V. Satheesh ha presentato invece uno studio sistematico, condotto su tre anni, secondo il quale, nella sua regione, i coltivatori di cotone tradizionale hanno ottenuto raccolti migliori degli sperimentatori di cotone transgenico, mentre, d'altra parte, le varietà Bt non risultano meno avide di pesticidi delle varietà convenzionali. L'elevato costo dei semi Bt, unito a rendimenti deludenti, ha finito per causare la rovina di parecchi piccoli coltivatori. Poiché le richieste di indennizzo rivolte a Monsanto sono state categoricamente respinte, lo stato dell'Andhra Pradesh ha di recente proibito alla ditta di operare sul suo territorio.
Accanto a queste testimonianze divergenti, si sono registrate anche posizioni intermedie, in particolare quella di Ouola Traoré, agronomo e capo del programma cotone dell'Institut de l'environnement et de recherches agricoles (Inera) del Burkina Faso, dove il cotone Bt è sperimentato dal 2003, in vista di una commercializzazione prevista per gli anni 2010. «Solo ricerche approfondite, con varietà locali adeguate al nostro clima, permetteranno di stabilire se gli Ogm possono rappresentare una soluzione futura per l'Africa occidentale», ha affermato. Ma la sua arringa a favore di una ricerca africana, pubblica e autonoma, ha avuto difficoltà ad essere accettata da un pubblico diffidente, tanto è nota la dipendenza delle istituzioni scientifiche del continente dai finanziamenti delle lobby interessate allo sviluppo delle biotecnologie. Suddivisi in parecchie commissioni , - di cui una composta di sole donne - , in base alle dimensioni dei loro terreni, i membri della giuria hanno discusso un'intera giornata prima di emettere il verdetto: ed è stato no. All'unanimità, i contadini riuniti a Sikasso rifiutano di introdurre gli Ogm in Mali, avendo come prima preoccupazione quella di preservare i semi locali e l'esperienza tradizionale per non dipendere dalle multinazionali: «Vogliamo restare padroni dei campi, non vogliamo diventare schiavi», ha detto uno dei portavoce, Brahim Sidebe. Da parte sua, Birama Kone ha messo l'accento sulla salvaguardia di un modo di vita comunitario: «I nostri contadini sono abituati ad aiutarsi tra loro, e gli Ogm rischiano di compromettere il senso di amicizia e solidarietà. Se ho un campo di Ogm, mentre non lo ha il mio vicino, i problemi legati alla contaminazione possono creare problemi tra noi». Delegata delle donne, Basri Lidigoita ha raccomandato di orientare le ricerche nel senso di un miglioramento dei semi locali con tecniche agronomiche classiche, e di una migliore formazione dei piccoli contadini, soprattutto sui metodi dell'agricoltura biologica.
Trasmesse il 29 gennaio all'Assemblea regionale di Sikasso, le raccomandazioni della giuria popolare sono state rese pubbliche dalla televisione maliana e dalle radio di prossimità, che rilanciano quotidianamente il dibattito. Non hanno nessun peso vincolante, ma non c'è motivo che non siano prese in considerazione, perché il Mali ha firmato il protocollo di Cartagena (3) sulla biodiversità. Il progetto di legge che ne consegue prevede in effetti che siano organizzate, a livello nazionale, procedure di partecipazione del pubblico prima dell'introduzione di Ogm, anche nel campo della ricerca. «Non vogliamo Ogm, mai - ha esclamato la Lidigoita - e chiediamo al governo di impedirne l'ingresso sul nostro territorio. E se ci sono contadini che ne coltivano illegalmente, bruceremo i loro campi!».
note:
(1) Soprattutto Réseau interdisciplinare biosécurité (Ribios), che organizza un attestato di formazione continua in bio-sicurezza presso le università di Ginevra e Losanna, e prossimamente a Bamako. www.ribios.ch.
(2) Si legga Tom Amadou Seck, «Battaglia per la sopravvivenza del cotone africano», Le Monde diplomatique/il manifesto, dicembre 2005.
(3) Il protocollo di Cartagena sulla prevenzione dei rischi biologici, adottato a titolo della convenzione sulla diversità biologica, mira a promuovere «il trasferimento, la manipolazione e l'utilizzazione senza pericolo degli organismi viventi modificati, quali risultano dalla biotecnologia moderna, che possono avere effetti negativi sulla conservazione e utilizzazione durevole della diversità biologica, tenuto conto anche dei rischi per la salute umana, con una particolare attenzione ai movimenti transfrontalieri». Il 4 giugno 2001, ultima data per la firma, il testo del protocollo era stato sottoscritto da centotré paesi. (Traduzione di G. P.)
Le Monde Diplomatique aprile 2006
martedì, 23 dicembre 2008
LE MULTINAZIONALI DEPREDANO
SISTEMATICAMENTE IL VIVENTE
Dall'utopia scientifica al pericolo sanitario
di JACQUES TESTART e ARNAUD APOTEKER *
Con il termine di organismi geneticamente modificati (Ogm), si indicano piante, animali o esseri unicellulari il cui genoma è stato arricchito con uno o più geni estranei alla specie modificata. Lo scopo è quello di conferirle qualità inedite, che né le tecniche classiche né l'evoluzione avrebbero permesso. Per esempio, è improbabile che un gene di pesce arrivi per via naturale a integrarsi nel genoma della fragola... Si possono distinguere tre famiglie diOgm, i cui rischi e vantaggi rispettivi non sono paragonabili.
Anzitutto gli Ogm unicellulari, coltivati in fermentatore, e che in maggioranza producono sostanze a uso medico (vaccini, ormoni, ecc.). Nessuno li mette in discussione, perché il sistema funziona (vantaggio dimostrato) ed è controllato (rischio tollerato). Tra gli Ogmcommerciali, questi sono i più «presentabili». Ed è per questo che la propaganda a favore delle piante transgeniche li mette regolarmente in primo piano per seminare confusione. Poi vengono le piante o gli animali che sono stati geneticamente modificati per costituire degli strumenti viventi per la ricerca. Questi Ogm ad uso scientifico sono confinati in luoghi specializzati e strettamente regolamentati. Come gli Ogm precedenti, anche quelli per la ricerca sono relativamente ben accettati dalla società (salvo coloro che si oppongono alla sperimentazione animale).
Infine, da dieci anni, si pone la questione delle piante geneticamente modificate (Pgm), d'interesse agro-alimentare o industriale. Sono messe in produzione nei campi e poi, per la maggior parte, consumate da animali di allevamento o da esseri umani. Queste Pgm presentano problemi che non esistono con gli altri Ogm: sicurezza ambientale, biodiversità, salute, economia rurale. Difficoltà analoghe si porranno con gli animali di allevamento geneticamente modificati (pesci, mammiferi) quando saranno rilasciati in natura. Nella controversia che dura da un decennio, e che sta per culminare con il progetto di legge sottoposto al Parlamento francese (si legga l'articolo di Robert Ali Brac de la Perrière e Frédéric Prat a pagina 18), si discute solo di Pgm.
La transgenesi, abusivamente presentata come prova del «controllo» umano sul vivente, costituisce una manipolazione aleatoria, una tecnologia approssimativa (1). La terapia genica non riesce ancora a guarire i malati e gli animali transgenici presentano spesso handicap (sterilità, diabete, difformità) senza rapporto apparente con il gene introdotto nel loro genoma. Il che dimostra, malgrado tutti i discorsi pretenziosi, l'inconsistenza del nostro sapere. Il grande inganno e i maggiori rischi delle pretese procedure di «controllo» risiedono precisamente nell'assenza di padronanza sulle azioni svolte.
La volontà demiurgica di creare specie chimeriche con miscugli di genomi, stimolata dalla speranza di guadagni enormi per l'industria delle biotecnologie, riposa sul riduzionismo genetico: il genoma sarebbe il «libro della vita», il «programma del vivente»; ogni gene corrisponderebbe meccanicamente a una proteina, ecc. Tutte queste nozioni semplicistiche sono state contraddette dalla ricerca di base, come pure dalle sorprese delle innovazioni: molti geni possono concorrere alla sintesi di una proteina; la natura di una proteina dipende da fattori esterni al genoma; ogni Ogm può sviluppare caratteri imprevisti per l'interazione del transgene con il genoma dell'ospite.
Tutti questi fenomeni sono stati constatati (2), ma restano largamente incompresi e assolutamente non padroneggiati. Così il transgene presente in una Pgm è spesso differente da quello che si voleva introdurre, da cui deriva la falsa sicurezza delle autorizzazione alla coltura.
Peraltro, recenti lavori australiani (3) hanno mostrato che il gene introdotto in una pianta (il pisello) può produrre allergeni (4) che non produceva nella pianta di origine (il fagiolo). Ma questo pisello, diventato tossico, avrebbe potuto soddisfare perfettamente le procedure di autorizzazione europee. Perciò è la scienza che ci manca, prima di procedere alla disseminazione immediata, massiccia e irreversibile delle piante transgeniche. E la ricerca non può essere condotta in pieno campo, salvo trattare lo spazio naturale come un vasto laboratorio! Le arance blu del mondo di Tintin Nel 1965, il professore Tournesol annunciava: «Credo che non sia troppo ambizioso annunciare che, tra una decina d'anni, faremo crescere nella sabbia non solo arance blu (...), ma tutte le grandi colture indispensabili alla vita dell'uomo (...) il grano (...) la patata (5)...» Quarant'anni più tardi, i professori Tournesol non solo continuano a diffondere le stesse utopie, ma sono passati all'azione. Eppure, le Pgm più spesso citate dai loro difensori non esistono realmente: il pomodoro a lunga conservazione, primo Ogm commercializzato nel 1994, è stato abbandonato rapidamente: il suo sapore disgustava i consumatori americani ed erano state commesse irregolarità per ottenerne l'autorizzazione (6), il riso Golden Rice, che produce la provitamina A, è un fallimento: bisognerebbe mangiarne qualche chilo per ottenere la dose quotidiana di vitamina richiesta; le piante capaci di crescere in terreni molto ricchi di sale o desertici sono rimaste allo stato di promesse; quanto alle «piante-medicinali», ritenute capaci di fornire sostanze varie all'industria farmaceutica, esse non hanno mai prodotto - come peraltro gli animali geneticamente modificati - queste molecole in quantità sufficienti ad essere commercializzate (si legga l'articolo di Christian Vélot, pagina 20).
Che ne è delle Pgm realmente coltivate su quasi 100 milioni di ettari, essenzialmente nel continente americano? Si tratta, al 98%, di piante capaci sia di produrre esse stesse un insetticida, sia di tollerare gli spargimenti di erbicidi. Nei due casi, l'effetto benefico iniziale rischia di attenuarsi in alcuni anni, perché le malattie così combattute si adattano: insetti parassiti mutanti che possono resistere all'insetticida; piante avventizie (7) resistenti, perché auto-selezionate o diventate esse stesse portatrici del transgene. Esiste il rischio (come con gli antibiotici) di trovarsi privi di difese di fronte a nuove configurazioni parassitarie.
Ci sono già piante selvatiche resistenti a tutti gli erbicidi normali.
Le Pgm produttrici d'insetticidi lo fanno di continuo e con tutte le parti della pianta. Liberano perciò molte più tossine dei trattamenti convenzionali, con effetti potenzialmente devastanti sull'ambiente, in particolare per gli insetti e gli uccelli. Con le Pgm tolleranti a un erbicida, questo è spesso impiegato in una sola volta (per realizzare economia di mano d'opera) e massicciamente (in quantità doppia o più) con conseguenze sterilizzanti sulla biologia del suolo (microrganismi, vermi, ecc.).
L'eccesso di pesticidi presenti nelle Pgm, o per produzione autonoma (insetticidi) o per impregnazione (erbicidi) potrebbe presentare rischi specifici per l'alimentazione degli animali o quella degli esseri umani che li consumano (8). Mentre i prodotti alimentari che contengono più di 0,9% di Ogm sono etichettati, il progetto di legge del governo francese rifiuta questa misura per i prodotti (carne, uova, latte) provenienti da animali che hanno consumato Pgm. Non menziona nemmeno l'obbligo d'informare il pubblico sui risultati dei test di tossicità delle Pgm, e questo nonostante le raccomandazioni europee. Ci si può interrogare sull'eventuale trasmissione, ai batteri che popolano il nostro tubo digerente, di proprietà nuove indotte dai transgeni ingeriti, tra cui resistenze agli antibiotici. Nonostante molte e antiche messe in guardia, il progetto preserva ancora fino al 2009 la presenza, nei transgeni, di geni di resistenza agli antibiotici.
Nessuno di questi rischi è stato seriamente studiato, col pretesto che le piante transgeniche non fanno che proseguire il progetto classico di miglioramento delle specie, che ha dato prova d'innocuità... Significa confondere la selezione varietale o gli incroci tradizionali con la produzione di chimere, che mescolano specie molto diverse, quando non l'animale con il vegetale. Questo amalgama giustifica in parte l'ardita ipotesi di «equivalenza in sostanza» che postula che la pianta geneticamente modificata sia identica, nella composizione, alla pianta madre non modificata, proprio mentre l'introduzione di un gene estraneo è suscettibile di sconvolgere altre funzioni.
Sulla scia del paradigma dell'agricoltura intensiva, produttivistica e chimica, la missione, utopica, di queste Pgm è lo sradicamento delle erbacce e degli insetti parassiti. Rompe con il comportamento tradizionale del contadino, deciso a salvare il raccolto con una sorta di «patto armato» con la natura, piuttosto che con lo sradicamento: Perché il contadino sa che l'insieme del vivente al quale appartiene è troppo complesso e ciò che si conosce è troppo rozzo per potersi permettere azioni radicali senza rischiare una catastrofe. Gli agricoltori che si lanciano nelle colture di Pgm lo fanno perché si aspettano un'economia di mano d'opera: soppressione dei passaggi d'insetticidi, diminuzione dei passaggi d'erbicidi (motivo delle dosi massicce), cosa del resto molto discutibile in paesi dove la disoccupazione contadina è drammatica, come in Cina. Lo fanno anche perché gli industriali concedono vantaggi iniziali a questi «pionieri del progresso», per meglio coinvolgerli in pratiche difficilmente reversibili, mentre gli fanno intravedere miracoli, come si è visto in Argentina (si legga l'articolo di Pierre-Ludovic Viollat, pagina 20) e in Brasile per imporre la soia Gm.
Prese in giro democratiche In sostanza, le Pgm, così come le conosciamo oggi, costituiscono un notevole bluff tecnologico, al quale partecipano le istituzioni e alcuni ricercatori. È in gioco un grosso mercato: quello dei semi Gm brevettati, che gli agricoltori dovranno comprare, caro, e rinnovare ogni anno poiché è proibito riseminare... Per le multinazionali delle biotecnologie, che hanno aggiunto al loro campo di origine (la chimica) quello delle risorse vegetali (con il riacquisto dei semenzai), si tratta di creare un mercato chiuso nel quale i loro interessi s'impongano a tutti gli aspetti dell'alimentazione mondiale: varietà utilizzate, trattamenti fitosanitari, modi di coltura, commercializzazione. Peraltro, questi chimici mercanti di Pgm si assicurano contemporaneamente la vendita massiccia di pesticidi, obbligatoriamente associati alle loro chimere genetiche. Di recente, la «molecoltura» è stata proposta per coltivare non alimentari: piante-medicinali o piante produttrici di carburante o ancora piante ad uso industriale. Queste Pgm «simpatiche», ma ancora inefficaci, sembrano soprattutto funzionare da cavalli di Troia per avallare una tecnologia che non presenta alcun vantaggio per i consumatori. Infatti, la produzione di questi medicinali è sempre possibile grazie a cellule Gm coltivate in ambiente chiuso.
Per aggirare l'ostilità dell'opinione pubblica, il governo francese organizza periodicamente simulacri di concertazione - magari per posta elettronica! - che sono altrettante prese in giro democratiche (9). Anche se le Pgm riuscissero, in futuro, a mantenere le promesse, la Terra sarebbe comunque stata trasformata in un immenso campo sperimentale, prima ancora che siano stati ottenuti dei risultati convincenti.
Tanta superficialità è il prezzo da pagare per le pretese urgenze suggerite da una visione del progresso insieme liberista (l'esigenza di «competitività») e arcaica (lo scientismo), che non sembra aver avuto precedenti nella storia delle tecnoscienze. Perché i timori nati con l'elettricità non impedivano alle lampadine di far luce, così come la macchina a vapore, se spaventava, faceva però avanzare i treni. Se miliardi di dollari sono investiti in una strategia di cui non è dimostrata la fattibilità, è perché gli interessi degli agro-industriali si nutrono di una utopia che favorisce le loro strategie di concentrazione e dominio sull'alimentazione mondiale, dal seme al supermercato, passando per il vassallaggio dei contadini.
In considerazione della molteplicità dei rischi introdotti - consumo da parte di animali ed esseri umani di inquinanti e allergizzanti; resistenza agli antibiotici; disseminazione del transgene ad altre specie; riduzione varietale; egemonia di alcune multinazionali sull'agricoltura e l'alimentazione; industrializzazione di pratiche contadine (si legga l'articolo di Roger Gaillard, pagina 18), ecc. - si impone una conclusione: le Pgm non possono dipendere solo da perizie, sempre cumulabili. In simili situazioni, non sembra esserci altra soluzione che la perizia collettiva, del tipo «conferenza dei cittadini» (10), a partire dalle informazioni fornite da specialisti di diversa origine e sensibilità.
note:
* Rispettivamente biologo e presidente d'Inf'Ogm, e responsabile della campagna Ogm di Greenpeace.
(1) Missione parlamentare, «Les Ogm, une tecnologie à maîtriser», rapporto n° 2254, Editions de l'Assemblée nationale, aprile 2005.
(2) Si legga Frédéric Prat (sotto la direzione di), Société civile contre Ogm. Arguments pour ouvrir un débat public, Yves Michel Barret-sur-Méouge, 2004.
(3) Si legga Hervé Kempf, «Nouveaux soupçons sur les Ogm», Le Monde, Parigi, 8 febbraio 2006.
(4) Allergene: antigene responsabile di una allergia.
(5) Hergé, Tintin et les oranges bleues, Casterman, Parigi 1965.
(6) Eric Meunier, «Ogm aux Etats-Unis: quand l'administration ignore ses experts (le cas de la tomate Flavr/Ssvr)», Dossier Inf' Ogm, n° 51, marzo 2004.
(7) Che cresce su un terreno coltivato senza essere stato seminato.
(8) Frédéric Prat, op. cit.
(9) Si legga Jacques Testart,«L'intelligenza scientifica e la democrazia partecipativa», Le Monde diplomatique/il manifesto, febbraio 2005.
(10) Ibid.
(Traduzione di G. P.)
Le Monde Diplomatique aprile 2006
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lunedì, 22 dicembre 2008
CON L'APPOGGIO DELLA COMMISSIONE EUROPEA
Gli Stati uniti alla guerra degli Ogm
Benché nessuno scienziato possa garantire l'innocuità degli organismi geneticamente modificati (Ogm), il governo di George W. Bush esige che l'Unione europea elimini la moratoria del 1998 sulle nuove importazioni di questi prodotti. E intanto attua misure protezionistiche sull'acciaio americano! Invece di opporre resistenza alle pressioni di Washington, la Commissione europea le rilancia con compiacimento ai Quindici, e il commissario per il commercio Pascal Lamy garantisce ai suoi interlocutori americani che non si batterà in favore del principio di precauzione.
di SUSAN GEORGE *
La scelta americana di promuovere una guerra planetaria «senza confini» contro il «terrorismo» non è stata l'unica conseguenza dell'11 settembre.
Il terrorismo ha anche permesso a George W. Bush, in nome dell'amor di patria, di fare votare di misura (216 voti contro 215) alla Camera dei rappresentanti la Trade Promotion Authority (Diritto di promozione del commercio), prima definito fast track (corsia privilegiata).
Se il Senato si pronuncerà nello stesso senso, l'esecutivo potrà firmare accordi commerciali internazionali che il Congresso dovrà accettare o - ipotesi poco verosimile - rifiutare in blocco. Senza questo provvedimento, i negoziatori americani sarebbero considerati poco credibili dai loro partner, i quali temono possibili emendamenti parlamentari che svuotino ulteriormente di contenuto i testi.
Già prima della decisione finale del Congresso, la conferenza ministeriale dell'Organizzazione mondiale del commercio (Wto), tenutasi nel novembre 2001 a Doha, capitale dell'emirato del Qatar, aveva rappresentato una sconfitta per i movimenti che lottano contro la globalizzazione liberista e un innegabile successo per il mondo degli affari (1): vi era stato inaugurato un nuovo ciclo di negoziati a tutto campo, detto di «sviluppo», che sostituiva il Millennium Round miseramente fallito a Seattle nel dicembre 1999. Tra i molti settori coinvolti, quello dell'ambiente è senza dubbio, nell'immediato, uno dei più problematici.
Se l'ambiente è stato menzionato nella dichiarazione finale di Doha, lo si deve soprattutto alle pressioni dell'Unione europea (Ue), sostenuta da Giappone, Norvegia e Svizzera, mentre l'opposizione più decisa è venuta dall'India, appoggiata con maggiore o minore determinazione dalla maggioranza dei paesi in via di sviluppo e dagli stessi Stati uniti. Ma il prezzo da pagare per questa inclusione è stato molto alto, anzi esorbitante. In primo luogo, a causa di una pesante clausola restrittiva, i risultati dei futuri negoziati sulla compatibilità tra regole del Wto e accordi multilaterali sull'ambiente (Ama) saranno vincolanti solo per gli stati che hanno già sottoscritto degli Ama.
Un buon modo per incitare tutti i paesi a seguire il pessimo esempio degli Stati uniti non firmando alcun accordo o rinnegando quelli eventualmente già sottoscritti. In secondo luogo, e in totale contraddizione con i fini dichiarati, questo rischia di dare al Wto mano libera sugli accordi multilaterali sull'ambiente. Ed è proprio ciò che auspica il mondo degli affari, in particolare nel campo delle biotecnologie.
Il commissario europeo per il commercio, Pascal Lamy, sembra condividere questa prospettiva. Prima della firma della dichiarazione di Doha, e per rassicurarlo, scriveva al suo amico Robert Zoellick, rappresentante speciale del presidente degli Stati uniti per il commercio internazionale (Ustr): «Lei mi ha espresso le gravi preoccupazioni del suo governo, in particolare rispetto al commercio dei prodotti biotecnologici e alla realizzazione degli aspetti commerciali per quanto riguarda gli accordi multilaterali sulla biosicurezza attuali o futuri, non nascondendo il timore che l'Europa possa servirsi dei negoziati di Doha per giustificare illegittime barriere al commercio. Al riguardo, e in quanto negoziatore della Commissione europea, le scrivo per garantirle che ciò non avverrà. Le assicuro inoltre che non mi servirò di questi negoziati per cambiare l'equilibrio dei diritti e dei doveri all'interno del Wto sul principio di precauzione (2)».
L'ultima frase di questa lettera la dice lunga: è escluso, scrive chiaramente il commissario, che l'Unione chieda di rafforzare il principio di precauzione. È fuori discussione, in particolare, che esiga il ribaltamento dell'onere della prova in materia di biosicurezza: il paese o il gruppo di paesi che non vuole importare questo o quel prodotto (come nel caso del bovino agli ormoni nell'Unione europea) sarà sempre costretto a provare che il prodotto in questione è dannoso.
L'esportatore, al contrario, continuerà ad essere dispensato dal dimostrare che è innocuo. Era questa probabilmente la capitolazione richiesta da Washington come compenso per inserire l'ambiente nella dichiarazione finale.
L'ampia disponibilità dell'Unione europea potrebbe, in un futuro non lontano, provocare conseguenze nel delicatissimo settore degli organismi geneticamente modificati (Ogm), visto che gli Stati uniti non hanno verso l'Europa le attenzioni che il commissario Lamy ha per loro. Appena un mese dopo Doha, infatti, Zoellick faceva salire la pressione lasciando intendere che l'amministrazione Bush avrebbe attaccato sia sul terreno dei «ritardi» europei nelle autorizzazioni all'importazione di nuoviOgm, che sulle direttive relative alla tracciabilità e all'etichettatura dei prodotti che ne contengono.
Ricordiamo che, dal 1998, esiste una moratoria dell'Unione sull'importazione di nuoviOgm. Non avere ancora reso operativo l'insieme delle misure sulla tracciabilità e l'etichettatura di questi prodotti, proposte al Consiglio dell'unione e al Parlamento europeo nel luglio 2001, rappresenta la via scelta dalla Commissione per permettere nuove importazioni. Ma, per indorare la pillola, i consumatori avrebbero la «scelta» tra prodotti con o senza Ogm. Gli Stati uniti non vogliono sentir parlare né di moratoria, né di regolamenti di tracciabilità ed etichettatura: per loro questi prodotti non presentano alcun pericolo, punto e basta (3).
Attualmente la Francia, coadiuvata da Danimarca (che però potrebbe cambiare campo con il suo nuovo governo di destra), Grecia, Austria, Italia e Lussemburgo, è il baluardo della minoranza che si batte per bloccare gli Ogm nelle riunioni del consiglio dei ministri europei dell'ambiente. È una minoranza fragile, e ha di fronte una controparte forte. Il 6 novembre 2001, alla vigilia di Doha, 64 gruppi e associazioni di produttori agricoli americani fra i più potenti (tra cui Cargill, Monsanto, Farm Bureau, Grocery Manufacturers) e che rappresentano miliardi di dollari d'esportazioni, scrivevano ai segretari del commercio e dell'agricoltura, e allo stesso Zoellick, per denunciare, oltre al principio di precauzione, le «misure illegittime e altre barriere tecniche al commercio» messe in atto dall'Unione. Le organizzazioni chiedevano al governo di non lasciare che ci si facesse beffa dei due accordi del Wto: quello sulle misure sanitarie e fitosanitarie (sigla in inglese Sps) e quello sugli ostacoli tecnici al commercio (Otc o Tbt in inglese).
Una pressione crescente La lobby americana, sostenuta a Washington da tutto l'apparato governativo, ritiene che la moratoria europea rappresenti un mancato guadagno di 300 milioni di dollari per il solo mais e insiste con tanto maggior vigore in quanto è allettata dalla prospettiva di un potenziale monopolio americano su tutti i prodotti agricoli Ogm. I grandi gruppi europei della biotecnologia, infatti, scoraggiati dai movimenti di contestazione, hanno abbandonato l'agricoltura per concentrarsi sulla medicina (4).
Nel gennaio 2002, il ministro americano dell'agricoltura, Ann Veneman, in un discorso tenuto a Oxford, ricordava che mentre gli Stati uniti si basano sempre su «solida scienza» (sound science), «in Europa purtroppo [esiste] un concetto concorrente, detto principio di precauzione, che sembra poggiare sulla premessa della sola esistenza di un rischio teorico... Questo concetto potrebbe facilmente bloccare alcuni tra i più promettenti prodotti agricoli, soprattutto quelli creati con le biotecnologie». Otto giorni dopo, il suo sottosegretario di stato per l'economia e l'agricoltura, Alan Larson, oggi consigliere per l'economia di Colin Powell, rincarava la dose a Bruxelles, dichiarando: «la pazienza degli Stati uniti è agli sgoccioli».
La pressione per portare la questione degli Ogm di fronte al Wto sta aumentando. Larson suggerisce alla Commissione di citare in giudizio i paesi del blocco di minoranza - Francia per prima - di fronte alla Corte di giustizia del Lussemburgo, la quale corte, ricorda, in passato ha già condannato la Francia per il suo rifiuto d'importare carne bovina britannica durante la crisi della mucca pazza. «Useremo tutti i mezzi a nostra disposizione - minaccia Larson - perché in un modo o nell'altro presidenti, primi ministri e ministri degli affari esteri europei devono capire che questa questione è per noi estremamente importante. Quando i comportamenti sono impropri e illegali, il solo modo per modificarli è prenderli di petto (5)».
Da parte sua Zoellick, nel gennaio 2002, ha inviato quattordici pagine d'istruzioni agli ambasciatori americani in tutto il mondo, dando loro solidi argomenti da utilizzare contro eventuali resistenze di governi membri del Wto e, in particolare, dei Quindici.
Egli sostiene che le misure proposte dall'Unione europea su tracciabilità ed etichettatura di prodotti di consumo e mangimi contenenti Ogm «sono impossibili da applicare e da verificare, sarebbero molto costose da realizzare, non raggiungerebbero gli obiettivi desiderati e nuocerebbero al commercio». In ogni caso, queste misure «riguarderebbero prodotti la cui utilizzazione è già stata approvata» - dalle autorità americane, s'intende. In che modo, si chiede Zoellick concludendo, «l'Ue potrà garantire che un'autorizzazione sia fondata su dati scientifici e non su considerazioni politiche?» (6). Questa aberrazione democratica potrà forse essere evitata, se gli Stati uniti giocheranno correttamente le loro carte. E la Commissione europea è lì per aiutarli.
Nell'ottobre 2001, il commissario responsabile della salute e del consumo, David Byrne, durante una visita a Washington, dichiarava di fare assegnamento sullo sblocco della moratoria a partire dal consiglio europeo previsto a Barcellona per il marzo 2002. Tre mesi dopo, e con maggiore realismo, il commissario Pascal Lamy, anche lui in visita nella capitale degli Stati uniti, informava i suoi interlocutori che la questione delle approvazioni dei nuovi Ogm non avrebbe potuto essere affrontata così rapidamente, a causa del «clima politico». Secondo lui, una «migliore opportunità» si sarebbe prodotta «più avanti nel corso dell'anno». Dopo le elezioni francesi e tedesche, per esempio?
Tony van der Haegen, ministro-consigliere incaricato del consumo e della sicurezza alimentare presso la delegazione della Commissione europea a Washington, si ritiene anche un consigliere... degli americani.
E dice senza reticenze ciò che pensa del suo datore di lavoro: secondo lui, il meccanismo decisionale dell'Ue per l'importazione di nuovi Ogm crea una «posizione insostenibile». Per essere ben compreso, l'alto funzionario europeo aggiunge che se su questo punto gli Stati uniti sporgessero querela al Wto, «noi perderemmo». Non contento di sottolineare i punti deboli di una posizione che sarebbe tenuto a difendere, van der Haegen spiega che comunque gli Stati uniti non hanno interesse a citare in giudizio l'Europa davanti al Wto sulle questioni della tracciabilità e della etichettatura delle Ogm. Infatti, se per caso Washington perdesse il processo, questo risultato «minerebbe ancora di più la fiducia del Congresso e dell'opinione pubblica americana nel Wto». E se vincesse ? In tal caso, «l'Ue, per motivi politici, non potrebbe mai accettare di piegarsi ad una tale decisione». Il conflitto che ne seguirebbe sarebbe allora «ben più grave di quello della carne bovina agli ormoni(7)».
Forte di questi illuminati consigli, l'amministrazione americana affina la sua strategiaOgm tenendo conto delle prossime elezioni in Francia e Germania. Non desidera infatti che «un processo politicamente esplosivo di fronte al Wto si trasformi in uno strumento elettorale ed alimenti le campagne anti-biotecnologie dei partiti Verdi (8)».
Ma non per questo rinuncia ai suoi obiettivi...
note:
* Vice presidente di Attac Francia: autrice di Fermiamo il Wto, Feltrinelli, 2002; e, con Martin Wolf, di Pour et contre la mondialisation libérale, Grasset/Les Echos, Parigi, 2002.
(1) Si legga Bernard Cassen e Frédéric F. Clairmont, «Globalizzazione a tappe forzate» Le Monde diplomatique/il manifesto, dicembre 2002.
Il rapporto redatto da Beatrice Marre per conto della delegazione per l'Unione europea dell'Assemblea nazionale, sostiene, dal canto suo, che i risultati della conferenza del Wto costituiscono al contrario un passo avanti. È significativamente intitolato Doha: un essai à transformer (Les Documents de l'Assemblée nationale, n¼ 3.569, 2002, 264 pagine, 6,50 euro.)
(2) Lettera del commissario Pascal Lamy all'ambasciatore Robert Zoellick, Doha, 14 novembre 2001, Inside U.S. Trade, Arlington, vol. 19, n¼ 4, 23 novembre 2001.
(3) I prodotti interessati contenenti Ogm sono cicoria, mais, soia, pomodori, vari oli di soia, mais e colza, sciroppi e amidi di mais, additivi, alimenti per il bestiame, ma non i prodotti provenienti da animali alimentati con Ogm.
(4) Si legga Le Monde, 20-21 gennaio 2002.
(5) International Trade Reporter, Washington, vol. 19, n° 2, 10 gennaio 2002.
(6) Il 7 febbraio 2002, Zoellick e Ann Veneman, ministro dell'agricoltura, hanno criticato in modo pressoché identico le restrizioni alle importazioni di Ogm decise dalla Cina.
(7) Opinioni di van der Haegen citati in Chris Rugaber, «US to analyse Eu Biotech Rules, Plans WTO Submission», Bureau of National Affairs, International Environnement Reporter, Washington, vol. 24, n¼ 25, 5 dicembre 2001.
(8) Inside US Trade, vol. 19, n¼ 51, 21 dicembre 2001.
(Traduzione di G.P.)
Le Monde Diplomatique maggio 2002
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domenica, 21 dicembre 2008
Ogm, gli accademici al servizio dell'industria
Bernard Cassen
Spesso gli scienziati vengono accusati di chiudersi in una torre d'avorio disinteressandosi dei problemi dei loro concittadini - le cui tasse, peraltro, finanziano la ricerca pubblica. Un esempio fra tutti: in Francia, negli anni '90, due istituzioni prestigiose quali l'Accademia delle scienze e l'Accademia di medicina hanno mantenuto il più totale silenzio sul grande scandalo del sangue infetto. Si trattava di indifferenza, o addirittura di ignoranza, da parte dei baroni della medicina in un settore di loro competenza? O, come qualcuno ha subito affermato, di un gesto d'omertà destinato a «coprire» i colleghi responsabili di mancata assistenza a trasfusi in pericolo?
Per non essere tacciate di ignorare i problemi che appassionano l'opinione pubblica, le Accademie nazionali di medicina e farmacia, il 12 dicembre 2002, e il giorno dopo anche l'Accademia delle scienze si sono risolte tutte insieme a rendere pubblici i rapporti sugli eventuali pericoli per la salute degli organismi geneticamente modificati (Ogm). La scelta del momento non poteva essere più opportuna. A fine gennaio si sarebbe conosciuta la sorte di José Bové, condannato a quattordici mesi di carcere per aver strappato alcune piante transgeniche nel Centro di cooperazione internazionale di ricerca agronomica per lo sviluppo (Cirad). Sempre a fine gennaio, la Corte d'appello di Grenoble avrebbe emesso la sua sentenza sui dieci militanti della Confederazione contadina e di Attac condannati in prima istanza, a Valence, a periodi variabili di carcere per gli stessi motivi di Bové.
Rapporti clonati Inoltre gli Ogm sono al centro di una dura battaglia commerciale a livello internazionale: ci si chiede se la moratoria europea sulle importazioni di piante transgeniche sarà tolta o meno. Pressata dalle multinazionali del complesso genetico-industriale, l'amministrazione Bush si mostra impaziente (1): alcuni stati membri dell'Unione europea (Ue) - tra cui la Francia - si ostinano a non dare seguito alle proposte della Commissione di Bruxelles che, al contrario, ha fatto suoi i desiderata di Washington. Per riprendere il titolo di un articolo del Financial Times (10 gennaio 2003), «sugli Ogm gli Stati uniti sono pronti a dichiarare guerra» denunciando l'Ue all'Organo per il regolamento delle vertenze (Ord) dell'Organizzazione mondiale del commercio (Wto).
Il che rende evidente l'importanza dei rapporti fra i tre. Diciamolo chiaramente, gli industriali, il commissario europeo incaricato del commercio Pascal Lamy, e il suo collega americano Robert Zoellick, hanno tutti i motivi per essere soddisfatti: per gli accademici, gli Ogm non pongono particolari problemi di salute pubblica. I titoli dei capitoli del rapporto delle Accademie di medicina e farmacia (2) sono molto chiari: «non esiste alcun rischio particolare legato al modo di produrre gli Ogm», «gli eventuali rischi degli Ogm sulla salute sono controllabili», «i vantaggi attesi prevalgono sugli eventuali rischi», «i vincoli normativi che attualmente limitano la ricerca sugli Ogm e il loro uso, andrebbero rivisti».
Zoellick, che fustigava «le politiche europee anti-scientifiche» ha infine trovato alleati di gran peso nell'Accademia delle scienze, il cui rapporto (3) supera addirittura le sue aspettative. Non è che un semplice clone del precedente: è insolito che il mondo della ricerca dia prova di una tale unanimità... Ma si tratta del mondo della ricerca o della cinghia di trasmissione dell'industria? La domanda è legittima per almeno tre ragioni: sono stati ignorati i lavori di altre istituzioni o personalità scientifiche sullo stesso argomento; le Accademie si sono pronunciate in un settore, la politica commerciale, che non è minimamente di loro competenza; infine, e questo probabilmente spiega tutto il resto, alcuni dei loro membri sono legati ai grandi gruppi industriali del settore.
Sarebbe bastato che gli accademici sapessero leggere l'inglese per raffreddare il loro bell'ottimismo su, per esempio, la non nocività dell'ingestione di alimenti Ogm e sull'assenza di rischi delle coltivazioni di Ogm in pieno campo. Sia la prestigiosa Royal Society britannica che la British Medical Association (Bma) mostrano, al contrario, serie preoccupazioni in proposito (4). La Bma dichiara infatti che «una ricerca sui possibili effetti nocivi degli Ogmalimentari sulla salute dell'uomo non è ancora stata fatta. In nome del principio di precauzione, le sperimentazioni di Ogm in pieno campo non dovrebbero essere più autorizzate».
Gli accademici non sembrano turbati neppure dalle domande formulate in francese questa volta, da Jacques Testart, ricercatore capo dell'Institut national de la santé et de la recherche médicale (Inserm). «Quanti, tra gli accademici, sanno che nessun assicuratore è disposto a coprire i rischi di queste coltivazioni? Quanti hanno preso atto delle violazioni ai principi della sperimentazione effettuata in luogo aperto (cioè nei campi)? Quanti conoscono la distanza di disseminazione dei pollini?
Quanti sanno che non è mai stato realizzato nessun controllo sanitario sistematico sui consumatori di Ogm, siano essi uomini o animali?» E si potrebbe aggiungere: quanti conoscono gli studi del Comité de recherche et d'information indépendantes sur le génie génétique (Crii-Gen) (5), il cui consiglio scientifico è presieduto dal professor Gilles-Eric Seralini? Sarà proprio questo comitato, peraltro, che a breve pubblicherà un'analisi scientifica - realmente indipendente - sui lavori delle Accademie.
Questi studiosi, che sembrano ignorare completamente le ricerche che non concordano con le loro prese di posizione, sono in compenso molto prolissi su questioni che, queste sì, non hanno niente di scientifico.
È forse compito loro ordinare al ministro degli interni Nicolas Sarkozy, come fa il rapporto dell'Accademia delle scienze, di «adottare una condotta ferma», in particolare «sul controllo dell'ordine pubblico intorno alle coltivazioni sperimentali di Ogm»? Sta a loro farsi paladini delle multinazionali americane esigendo la rimozione della moratoria europea: «Con l'entrata in vigore della nuova normativa, non c'è alcuna ragione obiettiva per prolungare una moratoria (priva di fondamenti giuridici) sulle autorizzazioni per la commercializzazione di Ogm»?
Queste prese di posizione si capiscono meglio esaminando la composizione del gruppo di lavoro che ha preparato il rapporto dell'Accademia delle scienze. È quasi interamente costituito da personalità il cui entusiasmo per gli Ogm è conosciuto da tempo. Le sue conclusioni sono tanto credibili quanto quelle di un comitato chiamato a pronunciarsi sui rischi del tabagismo, che fosse formato da rappresentanti dei produttori di tabacco e da «scienziati» a loro legati da contratti di ricerca. Vediamo alcuni esempi.
L'animatore del gruppo, Roland Douce, è stato opportunamente scelto: dal 1986 ha svolto le funzioni di responsabile della unité mixte Cnrs/Rhône Poulenc (diventato Aventis) Agrochimie (Umr 41). Scorrendo gli altri nomi, colpisce quello di Francine Cassé, il cui corso «Metodi di ottenimento e di applicazioni agroalimentari e biomediche delle piante transgeniche» prevede che alla fine lo studente sia capace di «citare esempi di applicazioni potenziali della transgenesi vegetale in agricoltura, nell'industria alimentare e farmaceutica». Non stupisce che in un articolo pubblicato su La Recherche abbia potuto scrivere che l'opposizione agli Ogm si basa su «motivazioni che le sfuggono».
Soluzioni «per» il Sud I lavori di Alain Rérat, del Cirad, sono spesso citati sul sito dell'industria del vivente realizzato dalla Confédération française des semenciers (Cfs), dal Groupement national interprofessionnel des semences et plants (Gnis), e dall'Union des industries de la protection des plantes (Uipp). Bisogna ammettere che il titolo di una delle ricerche su cui sta lavorando è promettente: La transgenesi promuove un'agricoltura di lunga durata. Weil è invece uno dei due responsabili di un progetto congiunto del Cirad e della Fondation Aventis-Institut de France che si propone di condividere con i paesi del Sud i benefici dell'agricoltura «sostenibile». In particolare si tratta di dare «soluzioni alternative all'uso di prodotti fitosanitari» (traduzione: gli Ogm). Quanto a Bernard Le Buanec, è il segretario generale della Federazione internazionale dei semi (Fis) e dell'Associazione internazionale dei selezionatori.
Un titolo che, curiosamente, il rapporto non menziona...
Quello stesso principio di precauzione che ha contato tanto poco per i membri del gruppo di lavoro, sembra invece essere stato decisivo nella selezione dei partecipanti al gruppo stesso: grazie a loro, non c'è il minimo rischio di dispiacere agli industriali americani e ai loro colleghi francesi ed europei.
note:
(1) Si legga Susan George, «Gli Stati uniti alla guerra degli Ogm», Le Monde diplomatique/il manifesto, maggio 2002.
(2) Bulletin de l'Académie nationale de médecine, 2002, 186, n° 9, seduta del 10 dicembre 2002.
(3) Accademia delle scienze, «Les plantes génétiquement modifiées», rapporto Science et technologie, n° 13, dicembre 2002.
(4) The Royal Society, Genetically Modified Plants for Food Use, settembre 1998; The British Medical Association, Board of Science, The Impact of Genetic Modification on Agriculture, Food and Health: an Interim Statement, 1999; Bma, The Health Impact of Gm Crop Trials, novembre 2002.
(5) www.crii-gen.org (Traduzione di G.P.)
Le Minde Diplomatique febbraio 2003
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sabato, 20 dicembre 2008
Le multinazionali depredano sistematicamente il vivente
Rischio di contaminazione nelle campagne
Inventato di sana pianta dalla Commissione europea e dall'industria per fare accettare gli Ogm, il concetto di «coesistenza» tra colture geneticamente modificate, colture convenzionali e colture biologiche ignora le osservazioni sul campo e i pareri scientifici.
di ROBERT ALI BRAC DE LA PERRIÈRE e FRÉDÉRIC PRAT*
Il governo norvegese ha deciso di rispolverare un vecchio progetto che prevede la costruzione di una grotta artificiale all'interno di una montagna gelata nell'isola di Svalbard (al confine del circolo polare artico), per farne un santuario della diversità genetica dei semi di piante coltivate. Sarà la «cassaforte della fine del mondo» e accoglierà due milioni di lotti di semi di tutte le varietà coltivate conosciute. Per Cary Fowler, direttore del Global Crop Diversity Trust, promotore del progetto, «se dovesse succedere il peggio, le scorte permetterebbero al mondo di ricostruire l'agricoltura del pianeta». Tra i donatori si annoverano anche DuPont e Syngenta, due multinazionali dell'agro-chimica che controllano gran parte dei brevetti su biotecnologie e produzione di piante geneticamente modificate (Pgm)...
Se gli industriali che promuovono le colture transgeniche prendono tanto sul serio la necessità di creare una riserva per le risorse genetiche delle piante, è perché molti indicatori segnalano l'avvenuta contaminazione delle piante convenzionali da parte di Pgm. Il Gruppo consultivo per la ricerca agronomica internazionale, che accoglie nelle sue banche geni oltre mezzo milione di campioni di semi delle principali specie coltivate, nel 2004 aveva dichiarato che la probabilità di contaminazione a breve termine nelle collezioni di banche di semi era alta per mais e colza e media per riso e cotone, il che richiedeva un'immediata attenzione (1).
Le contaminazioni mettono a rischio le fonti di diversità all'interno di una stessa specie: i centri d'origine di domesticazione localizzati in alcuni punti precisi del pianeta. Per esempio, in Messico, centro di origine della diversità del mais, nel 2001 alcuni ricercatori dell'università di Berkeley hanno rilevato una contaminazione di varietà locali da parte di varietà transgeniche commerciali statunitensi, e questo malgrado il fatto che il paese all'epoca fosse sotto moratoria (2). Nel 2005, si sono scoperte in Transilvania (Romania), centro di origine della domesticazione dei Prunus (pruno, ciliegio, pesco), delle sperimentazioni su pruni transgenici tolleranti al virus della sharka (malattia degli alberi) e disseminati in pieno campo. La stazione di Bistrata, infatti, ha accolto per dieci anni, e senza alcuna autorizzazione ufficiale da parte del governo di Bucarest, decine di specie di Pgm fabbricate dall'unità di Bordeaux dell'Institut national de la recherche agronomique (Inra), nel quadro di un programma sostenuto dalla Commissione europea.
In Iraq, luogo di origine del grano, poco dopo che l'Autorità provvisoria della coalizione aveva imposto il decreto n° 81 sull'obbligo di riconoscimento dei brevetti sulle varietà di piante, un programma dell'Agenzia americana per lo sviluppo internazionale (Usaid) ha creato cinquantaquattro siti destinati a introdurre semi di grano «migliorati» dagli Stati uniti. Uno sbocco perfetto per i semi di grano transgenici di Monsanto bloccati, nel 2004, dalla filiera grano da esportazione statunitense e dalla grande mobilitazione dell'industria italiana.
Dalla prima immissione sul mercato, dieci anni fa, la coltivazione delle Pgm si è estesa su 90 milioni di ettari, cioè l'1,8% della superficie agricola mondiale. Per alcune colture industriali, come la soia, le varietà Gm tendono a sostituirsi totalmente alle varietà convenzionali: oltre il 90% negli Stati uniti e in Argentina (si legga l'articolo di Piere-Ludovic Viollat, pagina 20). Le contaminazioni si realizzano lungo tutta la filiera, iniziando dalla banca di geni, passando per i campi (incroci per impollinazione tra parcelle confinanti e specie parenti) e dopo il raccolto (mescolanze di semi durante il trasporto, lo stoccaggio, le trasformazioni alimentari). Diventano massicce in alcune regioni: soia in Brasile, colza in Canada e mais in alcune zone della Spagna. Sono durature quando colpiscono i suoli e le riserve di semi del selezionatore.
Direttive contestate Già dal 1990 l'Unione europea aveva istituito una normativa per l'immissione sul mercato di organismi geneticamente modificati (Ogm), sottoposta a una procedura di valutazione del rischio caso per caso, ma senza tener conto dell'impatto sulla grande diversità dei sistemi agrari e degli ecosistemi. Le energiche contestazioni popolari e quelle delle collettività territoriali hanno portato, nel 1999, ad una moratoria sulle autorizzazioni all'immissione sul mercato che sono riprese solo nel 2004, dopo l'adozione di una nuova direttiva (2001-2018 Ce) che tiene conto del principio di precauzione.
È stato in questo periodo che i principali paesi produttori di Pgm (Stati uniti, Canada e Argentina) hanno presentato un ricorso contro l'Unione europea all'Organizzazione mondiale del commercio (Wto).
Ma, con grande sorpresa di molti, il rapporto mediatore di un gruppo di esperti, oggetto di una fuga nel febbraio 2006, in sostanza non condanna l'Europa (3).
Perciò, con questa nuova direttiva, il meccanismo dell'autorizzazione resta, per l'essenziale, limitato agli aspetti sanitari e ambientali.
Inoltre, la procedura è poco trasparente e contestabile: in teoria, è il Consiglio dell'Unione europea (cioè i ministri interessati dei Venticinque) che decide, ma, se non emerge una maggioranza qualificata in un senso o nell'altro, in pratica l'autorizzazione torna alla Commissione. Quest'ultima decide sulla base di rapporti di esperti che analizzano gli studi di pericolosità elaborati non da laboratori indipendenti, ma dagli industriali stessi. Nel caso dell'autorizzazione del mais Monsanto 863, ad esempio, i test tossicologici (obbligatori) hanno dimostrato che i ratti alimentati con questa varietà hanno sviluppato anomalie degli organi interni (reni più piccoli) e modifiche nella composizione del sangue. Ma la multinazionale, nel suo rapporto, sostiene che queste anomalie sono insignificanti: sarebbero casuali e rifletterebbero normali variazioni presenti nei ratti. Il responsabile tedesco per la biosicurezza, che ha valutato lo studio, ha segnalato «una lunga lista di differenze significative» tra i lotti di ratti e ha criticato la metodologia utilizzata. Comunque il mais Monsanto 863 è tuttora autorizzato! Siccome la procedura di autorizzazione per l'immissione sul mercato di nuoviOgm non prevede né la consultazione del Parlamento europeo né del Comitato delle regioni o del Comitato economico e sociale europeo, l'opposizione democratica in Europa si è organizzata attraverso le collettività locali e territoriali che si sono dichiarate «fuori Ogm». Il movimento si è sviluppato molto rapidamente: centosettantadue regioni e più di quattromilacinquecento collettività hanno richiesto, nella carta di Firenze, «dispositivi giuridici che permettano alle regioni di poter dichiarare il proprio territorio (...) senza Ogm, senza che questa decisione sia considerata un'infrazione al principio comunitario di libera circolazione delle merci», e di condizionare l'immissione sul mercato di Ogm ad un'esigenza di utilità per il consumatore e per la società in generale (4).
Nella sua raccomandazione del 23 luglio 2003, la Commissione europea chiedeva agli stati membri di organizzare la «coesistenza» delle filiere: Gm, convenzionale e biologica. Un regolamento (1829-2003) definisce le regole di etichettatura in funzione delle soglie tollerate di presenza di Ogm. Nell'etichettatura la nozione di soglia è fondamentale: obbliga a tollerare le tracce ed evita che i produttori si vedano declassare con estrema facilità le produzioni a causa di contaminazioni.
Per le filiere convenzionali la soglia è dello 0,9% per ciascun ingrediente, a condizione che questa presenza sia «fortuita o tecnicamente inevitabile».
Per l'agricoltura biologica, che non accetta alcun Ogm, la soglia dello 0% è stata, come per ogni altro prodotto, elevata allo 0,9%.
La commissione accompagna le raccomandazioni sulla «coesistenza» con un notevole appoggio finanziario ai programmi di ricerca... un ottimo modo per legittimarla nei fatti, mentre vari sondaggi dimostrano che nella stragrande maggioranza i cittadini europei sono contrari ad una alimentazione Gm (5). Ultimamente è stato anche pubblicato un rapporto che tende a rassicurare: «In Europa è possibile produrre semi tradizionali (non Gm), con la presenza accidentale di materiale geneticamente modificato che non superi lo 0,5%, senza modificare in alcun modo le pratiche agricole per quanto riguarda la barbabietola da zucchero e il cotone, o attraverso piccoli cambiamenti per quanto riguarda il mais... (6)» Si stanno organizzando dei sistemi di controllo delle produzioni agricole sempre più sofisticati, come quello creato in Germania con l'elaborazione di registri pubblici di Pgm che ne precisano la localizzazione catastale, il che premette alle autorità nazionali di organizzare l'informazione nella zona e di arbitrare sui compensi in caso di danno economico. Inoltre, l'Istituto per la protezione della sicurezza del cittadino (Ipsc), che dipende dal Centro comune di ricerca della Commissione europea, lavora alla digitalizzazione, su scala Unione europea, delle parcelle diOgm e dintorni per il controllo delle colture.
Da parte sua il governo francese, dopo essersi fatto rimproverare per il ritardo dalla Corte di giustizia delle Comunità europee (Cgce) e dalla Commissione, si sforza, nell'urgenza, di inserire due direttive nel diritto nazionale: una sull'utilizzazione confinata di microrganismi Gm (7) e l'altra sulla disseminazione volontaria di Ogm nell'ambiente (8). In quest'ultimo progetto di legge «relativo agli organismi geneticamente modificati», la cui discussione è iniziata in Senato il 21 marzo, e che poi passerà al vaglio dell'Assemblea nazionale con procedura d'urgenza, non viene rispettata l'informazione del pubblico (gli studi infatti restano confidenziali); alcune vecchie approvazioni saranno sostituite da semplici dichiarazioni; le collettività territoriali vengono escluse dalle decisioni; e gli agricoltori contaminati dovranno veder riunite molte condizioni vincolanti se vogliono essere indennizzati.
Ciliegina finale: è il coltivatore di Pgm, e non il produttore di semi, che dovrà sottoscrivere un fondo di garanzia. Infine, tutte le misure di coesistenza saranno fissate per decreto, dunque in assenza di qualsiasi dibattito democratico.
Contaminazioni inevitabili Nella Unione europea dei Venticinque, quasi il 60% delle aziende ha una superficie di meno di 5 ettari, il che rende irrealistiche le misure di pretesa «coesistenza» tra Pgm e piante non geneticamente modificate. Di fatto, in nome della «libertà di scelta» e della «democrazia», i sistemi istituiti su iniziativa della Commissione portano inevitabilmente a una regolamentazione autoritaria, che impone agli agricoltori il tipo di coltivazione e le varietà, nello spazio e nel tempo, che rispondono agli interessi della lobby dei produttori di semi. L'agricoltura totalitaria, denunciata dieci anni fa, al tempo delle manifestazioni della Confederazione contadina sulle prime colture di piante transgeniche, poco a poco diventa realtà. Il concetto di «coesistenza» è stato inventato di sana pianta dalla Commissione e dall'industria per fare accettare gli Ogm, mentre invece le contaminazioni di semi e colture sono inevitabili, e aumentano ogni anno. Colpiscono tutte le coltivazioni, ma provocano danni particolarmente gravi alle varietà agricole di conservazione, a quelle legate a una denominazione di origine e alle colture biologiche e biodinamiche che alla fine ne verranno azzerate.
Impediscono di esercitare il diritto, sia oggi che in futuro, di seminare semi senza alcun Ogme di consumare prodotti senza Ogm.
Da questo punto di vista, il titolo della riunione che la Commissione europea ha organizzato a Vienna dal 4 al 6 aprile - «Libertà di scelta.
Coesistenza tra colture geneticamente modificate, colture convenzionali e colture biologiche» - è un'evidente ipocrisia.
I danni causati sono inestimabili. All'origine delle contaminazioni c'è sia il commercio di semi contaminati che il passaggio di polline tra confinanti. Per queste ragioni, sono i destinatari e gli importatori di Pgm che dovrebbero essere considerati responsabili di tutta la contaminazione e che quindi dovrebbero sostenere la totalità dei costi della segregazione delle filiere, dal campo alla vendita. Legislazioni regionali (9) che condizionino le colture di Pgm a studi d'impatto sui sistemi agrari e sui prodotti di qualità (biologici, Aoc, ecc.) sono quadri giuridici da rendere obbligatori in ogni procedura di autorizzazione per l'immissione sul mercato di Ogm nell'Unione europea.
Il passaggio forzato di Pgm da parte di una coalizione d'interessi privati di cui si sono fatti portavoce la Commissione e la maggior parte dei governi non poteva che suscitare reazioni negative in molti cittadini europei. Lo testimoniano le dichiarazioni delle collettività che si dichiarano «zone libere da Ogm». Ma lo testimonia anche il movimento detto dei Falciatori volontari, in cui ciascuno si assume individualmente le proprie responsabilità, senza coinvolgere l'organizzazione alla quale appartiene. Questo movimento di disobbedienza civile (si legga l'articolo di Nuri Albala e Evelyne Sire-Marin, pagina 2), nato nel 2003 sull'altopiano del Larzac in Francia, oggi conta più di cinquemila militanti pronti a falciare le parcelle sperimentali di Pgm e si sviluppa in altri paesi europei. Diversi tribunali hanno condannato a pesanti pene pecuniarie alcuni «falciatori», e molti di loro corrono già il rischio di vedersi pignorati i beni (10).
Tuttavia le cose evolvono: due verdetti, uno del tribunale correzionale di Orleans nel dicembre 2005, l'altro di quello di Versailles nel gennaio 2006, hanno riconosciuto la legalità delle falciature in nome di uno «stato di necessità (11)», richiamandosi al principio di precauzione iscritto nella Carta dell'ambiente, che ha valore costituzionale, votata dal Parlamento nel febbraio 2005. Quando la democrazia rappresentativa è in difficoltà e il futuro della biodiversità si basa sui semi congelati in una grotta del polo Nord, è la resistenza che crea il diritto.
note:
* Rispettivamente fitogenetista, amministratore di Inf'Ogm; e agronomo di Inf'Ogm, ha diretto Société civile contre Ogm. Arguments pour ouvrir un débat public, Yves Michel, Coll. «Ecologie», Barret-sur-Méouge, 2004.
(1) www.ipgri.cgiar.org/index.htm.
(2) David Quist e Ignacio Chapela, «Transgenic Dna introgressed into traditional maize landraces in Oaxaca, Mexico», Nature, n° 414, Londra, 2001, pp. 541-543. Questo testo ha provocato una grande controversia da parte della lobby biotecnologia, la polemica è stata analizzata con grande intelligenza da Lilian Ceballos e Bernard Eddé in «Contamination du maïs mexicain: la controverse scientifique», Dossier Inf' Ogm n°43, novembre 2003.
(3) Si legga Hervé Kempf, «L'Omc n'a pas condamné l'Europe pour ses mesures sur lesOgm», Le Monde, 2 marzo 2006.
(4) Carta di Firenze della rete europea delle regioni senza Ogm: www.brest-ouvert. net/ IMG/Charter_Final_FR.rtf.
(5) In Francia, il 75 % secondo un sondaggio Bva del gennaio 2006.
(6) www.jrc.es.
(7) Direttiva 98-91 del 26 ottobre 1998, che ha modificato la direttiva 90-219. La sua mancata trascrizione ha fatto sì che la Commissione, il 1° febbraio 2006, abbia investito del problema la Corte di giustizia chiedendo un interesse di mora di 168.800 euro al giorno.
(8) Direttiva 2001-2018, con la quale la Cgce constata la mancata trascrizione nel diritto francese, il che consente, in caso di pregiudizio personale, di denunciare lo stato.
(9) Come quelli realizzati dalle regioni italiane, in applicazione delle leggi sui semi del paese.
(10) Tra questi José Bové, il deputato verde Noël Mamère, o ancora Gilles Lemaire che l'8 marzo scorso ha ricevuto la visita di un ufficiale giudiziario.
(11) Cfr. Alain Hébrard, «De légitimes, les fauchages deviennent légaux», Dossier Inf' Ogm, n°71, gennaio 2006.
(Traduzione di G. P.)
da Le Monde Diplomatique aprile 2006
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venerdì, 19 dicembre 2008
INCHIESTA SU UNA STRATEGIA DI COMUNICAZIONE
Come Monsanto vende gli Ogm
Abituate a dettare legge ai governi, le società transnazionali devono oggi fare i conti con un risveglio civico che rischia di ostacolare i loro progetti. Il che spiega il proliferare di «codici comportamentali» e «carte etiche» di cui si dotano per nascondere il loro unico, vero obiettivo: conservare una totale libertà d'azione a livello planetario per continuare a creare «valore» per gli azionisti. È nel settore agrochimico che incontrano le maggiori difficoltà: gli Organismi geneticamente modificati (Ogm) non «passano» a livello di opinione pubblica, soprattutto in Europa, dato che nessuno studio scientifico ha potuto dimostrare che sono innocui, o che la biodiversità sia esente dai rischi connessi alla disseminazione accidentale, così come nessuno ha potuto pronunciarsi sui loro presunti effetti benefici. Le grandi industrie del settore, prima fra tutte la Monsanto, hanno dunque studiato una strategia di aggiramento. Non cercano di provare che i loro prodotti non presentano pericoli, ma li pubblicizzano come soluzione ai problemi di malnutrizione e di salute pubblica del terzo mondo e, soprattutto, come soluzione di ricambio per un pericolo sicuramente reale, e cioè i pesticidi. Sperano così di «conquistare» i diffidenti, grazie a campagne pubblicitarie elaborate minuziosamente e finanziate in modo massiccio
di AGNÈS SINAI*
Stato di allerta alla Monsanto: dopo l'allarme per una bomba nel suo insediamento francese di Peyrehorade, nel dipartimento delle Landes, il secondo colosso mondiale di semi agricoli lancia sulla sua rete Intranet un protocollo di sicurezza in caso di attacco cibernetico o fisico diretto ai suoi dipendenti. Questi ultimi sono tenuti a segnalare comportamenti sospetti, chiamate telefoniche non identificate e persone sconosciute, come pure a chiudere a chiave tutte le porte, a usare password per bloccare l'accesso al monitor dei computer e a non utilizzare modem connessi con l'esterno. Quanto ai colloqui con i giornalisti, sono proibiti a tutti, tranne che alle persone appositamente incaricate. La cultura del segreto, del resto, non è poi così estranea all'attuale direttrice delle comunicazioni di Monsanto-Francia, Armelle de Kerros, la quale ha lavorato per la Compagnie générale des matières atomiques (Cogema). Il che non impedisce alla Monsanto di ostentare la sua volontà di «trasparenza»...
Dopo lo scandalo Terminator, prima pianta assassina nella storia dell'agricoltura (1), l'azienda si dibatte tra paranoia difensiva e aggressività strategica. I problemi erano iniziati con l'acquisto, per la somma di 1,8 miliardi di dollari, dell'impresa Delta & Pine Land. La Monsanto entrava così in possesso di un brevetto che, grazie ad una tecnica di ingegneria genetica, permetteva di «bloccare» i semi inibendone la ricrescita da un anno all'altro, il che valse a questa tecnica di sterilizzazione il soprannome di «Terminator» da parte della Rafi (The Rural Advancement Foundation International).
Di fronte alla levata di scudi provocata a livello internazionale, il presidente della Monsanto, Bob Shapiro, annunciò il ritiro del prodotto, prima di dare le dimissioni.
Da allora, la multinazionale ha abbandonato lo slogan di un tempo - «Cibo, salute, futuro» - e cerca di rifarsi un nome. Produrre Ogm (si parla pudicamente di biotecnologie) è, infatti, un'impresa ad alto rischio, sia in termini di immagine che di investimenti. Senza parlare di possibili incidenti biologici: minacce alla biodiversità e comparsa di insetti mutanti, resistenti agli insetticidi incorporati nelle piante transgeniche (2). Negli Stati uniti, l'Agenzia per la protezione dell'ambiente (Epa) ha già incoraggiato gli agricoltori a destinare almeno il 20% delle loro terre a coltivazioni convenzionali per permettere lo sviluppo di insetti non resistenti al transgene Bacillus thuringiensis.
Organismi geneticamente «migliorati» Sono rischi sufficienti a spiegare come mai, nel valzer delle fusioni-acquisti e delle ristrutturazioni, l'agrochimica, che comprende le biotecnologie vegetali (cioè gli Ogm), sia sistematicamente isolata dagli altri settori, in modo da compartimentare il rischio transgenico. È in questa logica che Aventis cerca di svincolarsi da CropScience, la sua branca agrochimica. L'azienda aveva infatti commercializzato il mais transgenico Starlink, capace di provocare allergie nell'uomo.
Benché destinato esclusivamente all'alimentazione animale, il mais è stato ritrovato in notevoli quantità nelle patatine e nei corn-flakes dei consumatori americani, come pure nei dolci della ditta Homemade Baking venduti in Giappone. È sempre in questo contesto che nasce, nell'ottobre 2000, il primo gruppo mondiale di agrochimica, Syngenta, - risultato della fusione della svizzera Novartis con l'anglo-svedese Astra-Zeneca - che realizzerà un giro d'affari di circa otto miliardi di euro.
Monsanto, dopo la fusione con Pharmacia & Upjohn, una grande ditta farmaceutica, si occupa ormai solo di agricoltura, con un giro d'affari che nel 2000 ha raggiunto i 5,49 miliardi di dollari. Ha ceduto a Pharmacia il suo medicinale di punta antiartrite, il Celebrex, per specializzarsi nella produzione di prodotti fitosanitari, di semi agricoli e, in particolare, di semi geneticamente modificati. Monsanto è ora, a livello mondiale, la seconda casa produttrice di semi (dopo Pionneer) e di fitosemi dopo Syngenta ed è il numero uno degli erbicidi grazie al Roundup, l'erbicida più venduto al mondo (il suo giro d'affari nel 2000 è stato di 2,6 miliardi di dollari, quasi la metà di quello del gruppo). Il suo obiettivo è quello di fare accettare i prodotti transgenici convincendo l'opinione pubblica che è meglio nutrirsi con una pianta transgenica piuttosto che con una irrorata di pesticidi (3). Strategia che si agghinda di fronzoli filantropici ed ecologici per superare gli ultimi ostacoli.
Senza lesinare in fatto di «etica», Monsanto ha così adottato, nel gennaio 2001, un nuovo codice comportamentale che contiene cinque impegni: «dialogo», «trasparenza», «rispetto», «condivisione» e «benefici».
Secondo il direttore generale di Monsanto-Francia, Jean-Pierre Princen, i consumatori europei - i più restii agli Ogm - devono capire che un organismo geneticamente modificato non è altro che un organismo geneticamente migliorato. Da qui la nascita di una nuova Monsanto, indicata all'interno dell'azienda come «progetto M2»: i suoi semi sono ecologici e ottimi per la salute. Coloro che ne dubitano sono semplicemente male informati. Del resto è bene fare tabula rasa del passato: chi ricorda che Monsanto produceva il defoliante, detto «agente arancio», utilizzato dai bombardieri americani durante la guerra del Vietnam?
Oggi, le équipe della multinazionale si riuniscono a Ho-Chi-Minh-City per vendervi i loro erbicidi e per stringere relazioni privilegiate con i media, gli scienziati e i membri del governo vietnamita. Dalle Filippine all'Argentina, si vuole disporre di una totale libertà d'azione: «Free to operate» («carta bianca») nel gergo della casa.
All'esterno, dunque, sarà opportuno mettere in risalto le qualità ecologiche degli Ogm, di cui il gruppo commercializza due varietà.
Il primo, il gene Bt, nato dal batterio Bacillus thuringiensis, diffonde le proprie tossine insetticide, il che permette di diminuire la vaporizzazione di pesticidi supplementari: un raccolto di cotone detto «Bt» ne subirà due invece di sei o otto. Seconda varietà: il Roundup Ready, concepito per resistere all'erbicida Roundup. Così, l'agricoltore compra in kit sia il seme che l'erbicida! Il Roundup è presentato dalla ditta come un prodotto biodegradabile, e questo le è valso un processo per pubblicità menzognera, intentato dalla Direction générale de la concurrence, de la consommation et de la répression des fraudes (Dgccrf) di Lione (Direzione generale per la concorrenza, il consumo e la repressione delle frodi).
Rischi di sterilità Negli Stati uniti, l'Epa calcola tra i 20 e i 24 milioni di chilogrammi il volume annuo di glifosato utilizzato (4). Il prodotto è presente in modo massiccio soprattutto nella produzione di soia, grano, fieno, nei pascoli e nelle maggesi. Dal 1998, la sua utilizzazione è aumentata di quasi il 20% all'anno. Contenuto nel Roundup, è l'erbicida più venduto al mondo e rende ogni anno alla Monsanto circa 1,5 miliardi di dollari. Il brevetto è scaduto nel 2000, ma la ditta conserverà una parte del monopolio grazie alle piante geneticamente modificate, concepite per essere tolleranti al glifosato. In Bretagna, questo pesticida figura tra gli inquinanti pericolosi e regolari: nell'ottobre 1999 superava di 172 volte la norma nell'Elorn, che fornisce acqua potabile ad un terzo del Finistère, «il che prova che la dichiarata biodegradabilità del Roundup è una impostura» spiega la dottoressa Lylian Le Goff, membro della missione Biotecnologie dell'associazione France Nature Environnement (Francia Natura Ambiente). L'inquinamento da pesticidi del suolo, dell'acqua e dell'acqua piovana, dell'insieme della catena alimentare e dell'aria è diventato un serio problema di salute pubblica che l'amministrazione francese ha tardato a prendere in considerazione. Ne consegue, per la dottoressa Le Goff, «l'assoluta necessità di applicare il principio di precauzione riconsiderando la sollecitazione ad utilizzare pesticidi, soprattutto se incoraggiata da una pubblicità falsa, che vanta l'innocuità e la biodegradabilità dei prodotti a base di glifosato».
L'ingestione di pesticidi da parte del consumatore sarebbe nettamente più alta se le piante geneticamente modificate dovessero diffondersi, visto che queste ne sono impregnate. Come le diossine, anche i pesticidi - tra cui il glifosato - non sono biodegradabili nel corpo umano e costituiscono un vero e proprio inquinamento invisibile (5). Le loro molecole cumulano effetti allergizzanti, neurotossici, cancerogeni, mutageni e ormonali alterando la fertilità maschile. Hanno proprietà simili a quelle degli ormoni femminili, gli estrogeni: globalmente, queste azioni ormonali sarebbero responsabili di una diminuzione del 50% del tasso di produzione spermatica registrato negli ultimi cinquant'anni. Se il declino spermatico dovesse proseguire, la clonazione si imporrebbe alla specie umana intorno al 2060! Oltre che biodegradabili, i semi transgenici compatibili con il Roundup sono presentati dalla Monsanto come «amici del clima» (climate friendly), dato che il loro impiego permetterebbe agli agricoltori di ridurre, o addirittura eliminare l'aratura, permettendo lo stoccaggio nella terra di dosi massicce di gas carbonico e di metano, con la conseguenza di ridurre del 30% le emissioni di gas carbonico degli Stati uniti.
Resta da spiegare in cosa una coltivazione non transgenica sarebbe meno efficace... Una sola certezza: i profitti sarebbero minori, in particolare perché una coltura ordinaria farebbe a meno dell'erbicida Roundup. L'improvvisa vocazione ecologica della Monsanto e lo zelo del suo «presidente per lo sviluppo sostenibile», Robert B. Horsch, convergono con gli interessi di chi vende i diritti ad inquinare, come quei proprietari terrieri del Montana, già riuniti in una Coalizione per la vendita di diritti di emissione di gas carbonico (6).
Se la fraseologia ad uso esterno della Nuova Monsanto è centrata su «tolleranza», «rispetto» e «dialogo», il vocabolario strategico si fa nettamente più crudo all'interno. La «filosofia» dell'azienda, come è stata esposta da Ted Crosbie, direttore del programma di sviluppo vegetale, ad un'assemblea di dirigenti della Monsanto-America latina nel gennaio 2001, non usa sfumature: «consegniamo insieme il pipeline e il futuro». Detto più chiaramente, si tratta di inondare di Ogm le superfici agricole disponibili per occupare terreno - e in modo irreversibile. L'America latina è, da questo punto di vista, «un ambiente vincente»: Monsanto valuta che nel solo Brasile restano ancora 100 milioni di ettari di superfici da «sviluppare». Purtroppo, questo paese continua ad essere restio agli Ogm, lamentano Nha Hoang e i suoi colleghi del gruppo Monsanto incaricati della strategia «free to operate» in America latina: «È già il secondo produttore mondiale di soia transgenica dopo gli Stati uniti, e probabilmente sarà presto il primo. È la più grande potenza economica dell'America latina, ma è la sola in cui le coltivazioni transgeniche non hanno ancora ricevuto il permesso. I giudici hanno ritenuto viziato il processo di autorizzazione della soia transgenica Roundup Ready, perché non erano stati condotti appropriati studi d'impatto ambientale; sono arrivati a sostenere che l'attuale agenzia di regolazione delle biotecnologie sia stata costituita in modo illegale». La regolarizzazione dello statuto dell'agenzia in questione, CtnBio, attende la ratifica da parte del Congresso brasiliano... Obiettivo: ottenere il «pipeline» per la soia transgenica per aprire la strada ad altre autorizzazioni che consentano di immettere sul mercato: mais Yieldgard, cotone Bollgard e cotone Roundup Ready nel 2002; mais Roundup Ready nel 2003; soia insetticida Bt nel 2005. Intanto, Monsanto investe 550 milioni di dollari nella costruzione di una fabbrica che produrrà il suo erbicida Roundup nel nord-est dello Stato di Bahia.
La strategia della multinazionale è centrata sulla biotech acceptance: fare accettare gli Ogmdalla società, poi - o in concomitanza - inondare i mercati. Allo scopo vengono lanciate massicce campagne di aggressione pubblicitaria. Negli Stati uniti, gli spot televisivi sono comprati direttamente dall'organo di propaganda delle imprese del settore, il Council for Biotechnology Information. La Monsanto è cofondatrice di questo organismo, che centralizza le informazioni relative ai «benefici dei biotech»: «La televisione è uno strumento importante per fare accettare i biotech. Perciò fate attenzione agli spot pubblicitari e fateli vedere alla vostra famiglia e agli amici», è l'invito di Tom Helscher, direttore dei programmi di biotechnology acceptance nella sede di Monsanto, a Crève-Coeur (Missouri). Soprattutto, si devono rassicurare gli agricoltori americani che, spaventati in particolare per i loro mercati esteri, esitano a comprare semi geneticamente modificati.
Anche se Aventis Crop Science, Basf, Dow Chemical, DuPont, Monsanto, Novartis, Zeneca Ag Products hanno lanciato massicce campagne di propaganda negli Stati uniti, esitano ancora a fare altrettanto in Europa... In Gran Bretagna, l'équipe commerciale della Monsanto si dichiara soddisfatta dei risultati del proprio programma di «perorazione in favore delle biotecnologie» che permette ai dipendenti del settore commerciale, dopo una formazione garantita dall'impresa, di autoproclamarsi «esperti» nella materia ed andare quindi a vantare i meriti dei prodotti transgenici tra i contadini e nelle scuole. «Non c'è niente di meglio che un eccesso di comunicazione», sostiene Stephen Wilridge, direttore della Monsanto-Europa del Nord.
Il sistema scolastico costituisce evidentemente un elemento strategico nella conquista dell'opinione pubblica. Il programma Biotechnology Challenge 2000, parzialmente finanziato dalla Monsanto, ha visto il 33% degli studenti liceali irlandesi produrre ricerche sul ruolo delle biotecnologie nella produzione alimentare. Mobilitato per distribuire premi e trofei, il commissario europeo incaricato della protezione della salute dei consumatori, David Byrne in persona, non ha «alcun dubbio sul fatto che esiste un legame tra la riluttanza dei consumatori nei confronti delle biotecnologie e la mancanza di una seria informazione sull'argomento». Per il 2001, il direttore della Monsanto-Irlanda, Patrick O'Reilly spera in una più ampia partecipazione, perché «questi studenti sono consumatori consapevoli e decideranno del futuro».
La multinazionale impara a decodificare, ma anche a riciclare i messaggi e le attese della società. Da alcuni mesi, Monsanto oscilla tra velleità di dialogo e rifiuto viscerale nei confronti delle più importanti organizzazioni non governative che contestano le presunte qualità degliOgm. A cominciare da Greenpeace, definita un «criminale contro l'umanità» dall'inventore svizzero del riso dorato, Ingo Potrykus, che lavora alla Syngenta. Il riso dorato è un riso transgenico arricchito di beta-carotene (vitamina A), dunque un Ogm di seconda generazione, detto «alicament» per le sue pretese curative, oltre che alimentari.
Primo riso terapeutico nella storia dell'agricoltura, è molto atteso dalle grandi industrie biotecnologiche: con lui gli ultimi scettici non avranno più dubbi sul carattere fondamentalmente virtuoso del progetto Ogm. La vitamina A, integrata per transgenesi, sarà, alla fine, il promotore morale dell'alimentazione transgenica mondiale: chi si azzarderà ancora a criticarne i meriti, quando tanti bambini del terzo mondo sono colpiti da cecità per carenza di beta-carotene?
Chi oserà più dubitare che la vocazione di fondo del commercio di semi transgenici sia nutritiva, ecologica ed umanitaria?
Una contestazione demoniaca Rimane il fatto che l'efficacia del riso dorato per le popolazioni interessate è poco credibile: Greenpeace e altri lo dimostrano per assurdo, chiarendo in particolare, con l'aiuto dei microgrammi, che per ingerire ogni giorno una dose sufficiente di vitamina A, un bambino del terzo mondo dovrebbe compiere un'impresa eroica: ingerire 3,7 chilogrammi di riso dorato bollito al giorno, invece di due carote, un mango e una ciotola di riso. Ed ecco la reazione pubblica di Potrykus, durante una conferenza stampa a Biodivision, il «Davos» delle biotecnologie, tenuta a Lione nel febbraio 2001: «Se avete intenzione di distruggere le coltivazioni sperimentali a scopo umanitario di riso dorato, sarete accusati di contribuire ad un crimine contro l'umanità. Le vostre azioni saranno scrupolosamente registrate in tribunale e avrete, spero, modo di rispondere dei vostri atti illegali e immorali davanti ad una corte internazionale».
Criminali contro l'umanità, dunque, tutti coloro che dubitano e contestano, sono addirittura definiti «demoni della terra» (Fiends of the Earth), gioco di parole che richiama sia il nome inglese degli Amici della terra (Friends of the Earth) che un sito web molto apprezzato dal personale della Monsanto. Se la contestazione politica è per sua natura «demoniaca», il «dialogo» non può proseguire. Eppure, la nuova Monsanto s'impegna, nella sua carta deontologica, «a instaurare un dialogo permanente con tutti i soggetti interessati, per comprendere meglio problematiche e preoccupazioni suscitate dalle biotecnologie».
Dietro questa apparente sollecitudine si mette in moto una vera e propria strategia commerciale, quella della doppia conformità: conformità a posteriori, dell'immagine dei prodotti Ogm con le attese dei consumatori; conformità delle menti, attraverso propaganda pubblicitaria e comunicazione intensiva. Perché, se il solo e unico scopo della Monsanto è far passare il suo progetto biopolitico mondiale, la nuova Monsanto ha bisogno di mostrare un'etica, necessariamente a geometria variabile, visto che è la multinazionale stessa a dettarne le regole. A tal fine, la società ha affidato ad una specialista mondiale delle comunicazioni d'impresa, Wirthlin Worldwide, il compito di «trovare meccanismi e strumenti che aiutino la Monsanto a persuadere i consumatori con la ragione e a motivarli con l'emozione».
Questo sondaggio degli atteggiamenti mentali - battezzato «progetto Vista» - è basato sulla «rilevazione dei sistemi di valori dei consumatori».
Si tratta, a partire dalla raccolta di dati, di elaborare «una cartografia a quattro livelli dei modi di pensare (...): i preconcetti, i fatti, i sentimenti e i valori. Negli Stati uniti, i risultati dello studio hanno permesso di elaborare messaggi che colpiscono il grande pubblico, di individuare cioè l'importanza dell'argomento a sostegno dei biotech: meno pesticidi nei vostri piatti». In Francia, i dipendenti della Monsanto sono stati sottoposti a questa indagine durante un colloquio confidenziale ove si presumeva potessero esprimere liberamente il loro pensiero sulle biotecnologie, «nel bene o nel male», dato che l'obiettivo era formare dei «portavoce che utilizzeranno i messaggi studiati per il grande pubblico».
Inquinamento genetico L'accesso al materiale genetico, e ai mercati, col beneficio di una totale libertà di manovra, è la duplice priorità definita dal concetto «free to operate». La messa a punto di un Ogm costa tra i 200 e i 400 milioni di dollari e richiede dai sette ai dieci anni. Come contropartita per un tale investimento, la multinazionale deve necessariamente ottenere una rendita, garantita dalla dipendenza rispetto al brevetto depositato sulla pianta. Per potere riseminare da un anno all'altro, bisognerà ogni volta pagare royalties all'impresa. Ogni varietà che comporti un organismo geneticamente modificato sarà protetta dal brevetto, il che implica, per l'agricoltore, l'acquisto di una licenza.
Il rischio, a (breve) termine, è quello di dare ai grandi produttori di semi la possibilità di bloccare tutto il sistema, monopolizzando il patrimonio genetico mondiale e creando una situazione irreversibile: l'agricoltore non potrebbe più recuperare questo patrimonio per tornare a selezionare lui stesso.
Questo poteva porre un problema alla Monsanto anche in base al suo stesso codice comportamentale che l'impegna a «far sì che gli agricoltori senza risorse del terzo mondo possano beneficiare della conoscenza e dei vantaggi di tutte le forme di agricoltura, per contribuire a migliorare la sicurezza alimentare e la protezione dell'ambiente».
Ed ecco allora la generosa concessione al Sudafrica del brevetto sulla patata dolce transgenica, nella speranza di un più ampio insediamento sul continente nero. «In Africa, potremmo con pazienza ampliare le nostre posizioni con lo Yield Gard, e anche con il mais Roundup Ready.
Parallelamente, dovremmo pensare a diminuire o a eliminare i diritti sulle nostre tecnologie adattate alle culture locali, come la patata dolce o la manioca».
Strategia a due facce, dove si mostrano intenzioni generose per prendere piede in mercati poco disponibili, o meno solvibili, ma potenzialmente dipendenti. Un procedimento simile a quello che ha portato a impiantare il riso dorato della Syngenta in Thailandia (per metterlo a disposizione gratuitamente è stato necessario togliere 70 brevetti) o ad usare la vacca da latte indiana dopata al Polisac della Monsanto (ormone proibito nell'Unione europea), per arrivare a conquistare mercati locali poco attratti dalle biotecnologie.
D'altro canto poi, la Monsanto ha recentemente fatto condannare Percy Schmeiser, agricoltore canadese, ad una multa di circa 22 milioni di lire per «pirateria» di colza transgenica. L'interessato ha contrattaccato accusando la Monsanto di avere accidentalmente inquinato i suoi campi di colza tradizionale con colza transgenica tollerante al Roundup.
Ma la giustizia è in grado di stabilire l'origine di un inquinamento genetico? Questo caso, che rischia di ripresentarsi, mostra la difficoltà di contenere le disseminazioni accidentali di Ogm. In Francia, queste sono sottoposte alla legge del silenzio. Nel marzo del 2000, diversi lotti di semi convenzionali di colza primaverile della società Advanta, contaminati da semi Ogm di un'altra società, sono stati seminati in Europa. Le piante sono state distrutte. Nell'agosto 2000, alcune varietà di colza invernale, controllate dalla Dgccrf, hanno rivelato contaminazioni da semi Ogm. Ma nessun Ogm di colza è ancora autorizzato per la coltivazione o il consumo in Francia.
Già da ora, la tracciabilità mostra le sue crepe. Le contaminazioni fortuite sono sempre più frequenti. Un responsabile sanitario della Lombardia ha recentemente denunciato la presenza di Ogm in lotti di semi di soia e di mais della Monsanto. Ogm sono stati rilevati in stock di semi di mais depositati a Lodi, vicino a Milano. La pressione in Europa salirà, visto che la soia importata - ormai massicciamente transgenica - sostituirà le farine animali oggi proibite.
Ma l'obiettivo delle industrie che producono semi transgenici non è forse quello di vedere sparire la filiera senza Ogm, contando sugli alti costi di controllo che essa comporta? È probabile che nei prossimi anni gli agricoltori trovino sempre maggiori difficoltà a procurarsi semi provenienti da questa filiera. La ricerca mondiale si orienta verso i semi transgenici, e dunque non è impensabile che le varietà non-Ogm finiscano con l'essere inadatte all'evoluzione delle tecniche agricole, se non completamente obsolete.
Si può dunque dubitare della «trasparenza» mostrata dalla Monsanto.
Il consumatore dipende delle informazioni fornite dall'impresa. Ogni costruzione genetica è considerata un brevetto e non esiste alcun obbligo legale, per una società, di fornire il test a laboratori privati per eseguire analisi di controllo. In Francia, la descrizione di una costruzione genetica è depositata presso la Dgccrf che è la sola a poter effettuare analisi. Non essendo però abilitata a farlo a titolo commerciale, non può essere utilizzata a questo scopo da consumatori o industriali.
Il consumatore dovrà dunque accontentarsi di sapere che l'industria commercializza i semi solo dopo che questi hanno ricevuto l'autorizzazione a essere utilizzati per l'alimentazione umana e dopo essersi impegnata a «rispettare le preoccupazioni d'ordine religioso, culturale ed etico nel mondo non utilizzando geni provenienti dall'uomo o da animali nei [suoi] prodotti agricoli destinati all'alimentazione umana o animale». La recente nomina alla direzione dell'Epa americana di una ex dirigente della Monsanto, Linda Fischer, fa pensare che non solo la nuova Monsanto non è fuori legge, ma mira a fare la legge.
note:
* Ricercatrice.
(1) Leggere Jean-Pierre Berlan e Richard C. Lewontin, «Un racket confisca la materia vivente», Le Monde diplomatique/il manifesto, dicembre 1998.
(2) Il rischio di disseminazione incontrollata è stato uno dei motivi invocati da Josè Bové e da altri due contadini per giustificare la distruzione di piante di riso transgenico nelle serre del Centro di cooperazione internazionale e ricerca agronomica per lo sviluppo (Cirad), avvenuta a Montpellier nel 1999. I tre militanti, condannati il 15 marzo scorso a pene detentive con la condizionale, hanno presentato ricorso.
(3) I tipi delle Editions de l'Institut national de la recherche agronomique (Inra) hanno pubblicato un fumetto (La Reine rouge, testi e illustrazioni di Violette Le Quéré Cady, Parigi, 1999) la cui lettura e utilizzazione sarebbe, diciamo, raccomandata al personale della Monsanto. Si tratta di un panegirico a favore degli Ogm, in nome della pericolosità degli insetticidi.
(4) Cifre citate da Caroline Cox, «Glyphosate», Journal of Pesticide Reform, autunno 1998, vol. 18, n° 3, pubblicato dalla Northwest Coalition for Alternatives to Pesticides.
(5) Leggere a questo proposito il lavoro di Mohammed Larbi Bouguerra, La Pollution invisible, Puf, Parigi, 1997.
(6) http://www.carbonoffset.org.
(Traduzione di G. P.)
Le Mode Diplomatique luglio 2001
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giovedì, 18 dicembre 2008
A proposito degli Ogm, che nessuno vuole
tranne gli industriali
Susan George
Il rifiuto degli organismi geneticamente modificati (Ogm) si basa su numerosi dati di fatto: il carattere irreversibile dell'inquinamento ambientale che possono provocare; il tentativo di un ristretto gruppo di grandi imprese di controllare mercati potenzialmente giganteschi; la volontà degli interessi economici e politici americani di estendere la propria egemonia, peraltro con il sostegno attivo della Commissione europea, sull'Europa e sul resto del mondo.
La coltivazione commerciale degli Ogm si espande rapidamente. Nel 2000 copriva circa 45 milioni di ettari nel mondo, il 68% dei quali negli Stati uniti, il 23% in Argentina, il 7% in Canada e l'1% in Cina (1). Mais e soia occupano più dei quattro quinti di queste superfici, mentre la produzione di colza, cotone e patate è decisamente più limitata. Il giro d'affari annuo del mercato mondiale delle sementi ammonta a oltre 45 miliardi di euro, ma l'80% degli agricoltori, soprattutto nel Sud, continuano a conservarle da un anno all'altro e a scambiarle con i vicini invece di comprarle. Le multinazionali delle sementi puntano dunque ad una triplice espansione: geografica, di varietà e commerciale.
Il loro campo d'azione non si limita ai soli semi: producono e commercializzano erbicidi, pesticidi e in alcuni casi anche prodotti farmaceutici.
Monsanto, Syngenta, Aventis, Dupont, Dow e qualche altro gigante del settore sono tutti nati da fusioni e acquisizioni che hanno stimolato sinergie interne. Si presentano come aziende attive nel campo delle «scienze della vita», ma il loro obiettivo è brevettare geni, sementi e tutte le tecnologie associate per garantirsi, puramente e semplicemente, il controllo effettivo dell'agricoltura mondiale.
Negli Stati uniti, prima di immettere una nuova varietà di Ogm sul mercato, le aziende devono ottenere l'avallo del dipartimento dell'agricoltura (Usda). Delle 87 richieste di «nuove varietà» che gli sono state sottoposte dal 1992, ben 45, cioè più della metà, sono state depositate dalla Monsanto (che si è fusa con Upjohn, Calgene, DeKalb e Asgrow).
Gli altri due giganti, Aventis (che ha assorbito AgrEvo e Plant Genetic Systems) e Syngenta (che ha fatto la stessa cosa con Ciba, Novartis, Northrup e Zeneca) hanno presentato rispettivamente il 18% e il 9% delle domande. Se a queste aziende si aggiungono Dupont e Dow, si constata che negli Stati uniti cinque imprese controllano quasi i nove decimi delle sementi Ogm, oltre ai pesticidi e agli erbicidi a questi associati, con Monsanto leader assoluto. Per questo oligopolio, tutti i mezzi sono buoni per combattere chi si oppone agli Ogm.
«Assolutamente impossibile controllarlo» Due ricercatori dell'università di California a Berkeley, David Quist e Ignacio Chapela, lo hanno imparato a loro spese dopo aver pubblicato, nel novembre 2001, un articolo sulla prestigiosa rivista Nature (2), in cui sostenevano che nelle varietà di mais messicano indigeno erano state rilevate tracce di mais Ogm. Il fatto di per sé era già molto grave, perché il Messico è la culla mondiale del mais. Nel 1998, per proteggerne l'insostituibile patrimonio genetico, il governo aveva decretato una moratoria sulla coltivazione del mais Ogm; il che peraltro non ha impedito a ditte biotecnologiche di conservare a tutt'oggi numerosi campi sperimentali, sparsi un po' ovunque nel paese. Ma i due ricercatori affermavano anche che il Dna geneticamente modificato si è frammentato, infiltrandosi imprevedibilmente nel genoma del mais locale colpito. Se nessuno poteva contestare la prima affermazione - la contaminazione - , la seconda era una vera e propria bomba lanciata contro la propaganda dell'industria biotecnologica, la quale sostiene che i geni non si spostano mai dal punto preciso del genoma in cui sono stati introdotti. La guerra era ormai iniziata.
Nel 1997, Monsanto aveva rischiato il fallimento a seguito della sua campagna a favore degli Ogm. Per non ripetere gli stessi errori, aveva deciso di farsi supportare da un'agenzia di pubbliche relazioni, il Bivings Group, specializzata nella manipolazione su Internet.
E questa, in gran segreto, ha orchestrato una campagna in rete tesa a denigrare i ricercatori di Berkeley. Ha reclutato scienziati legati all'industria per contestarne i lavori, sono stati inventati personaggi fittizi nel tentativo di avvelenare il dibattito (3). L'aggressività della campagna ha prodotto i suoi frutti e si è conclusa con la decisione da parte di Nature di sconfessare la pubblicazione dell'articolo incriminato, un fatto senza precedenti. Ancora oggi la rivista non ha pubblicato i risultati dei lavori di ricercatori messicani, che a più riprese hanno confermato i dati dei loro colleghi di Berkeley.
Contrariamente alle Accademie per le scienze e la medicina francesi (4), le britanniche British Medical Association e Royal Society, come molti altri ricercatori indipendenti, si sono occupate dei pericoli della coltivazione degli Ogm in aperta campagna (5). È ormai chiaro che gli scambi di polline tra Ogm e piante coltivate o selvatiche sono costanti. A seconda della coltivazione e del tipo d'impollinazione, l'inquinamento si espande ben oltre i limiti ufficiali fissati per «proteggere» i campi vicini, per di più contamina altre specie e non solo quelle che le sono geneticamente più vicine.
Sappiamo che se le sperimentazioni di Ogm in aperta campagna si diffondessero, in brevissimo tempo la contaminazione renderebbe impossibile la coltura biologica. Vuol dire chiudersi una strada vitale ed economicamente promettente per il futuro, e nello stesso tempo rifiutare ogni libertà di scelta all'agricoltore. Si sa inoltre che gli Ogm, concepiti per resistere a erbicidi e pesticidi, stimolano l'evoluzione di nuove erbe infestanti e di predatori più resistenti. Possono invadere il patrimonio genetico da cui dipende l'agricoltura e ridurne la varietà.
In breve, la coltivazione di Ogm, se non viene effettuata in spazi controllati, costituisce una grave e irreversibile irresponsabilità ecologica.
In Canada, ad esempio, dove la produzione commerciale della colza Ogm è cominciata solo sei anni fa, il Centro di ricerca del ministero per l'agricoltura, a Saskatoon, può affermare che «polline e semi si sono estesi in modo tale che ormai è difficile coltivare varietà tradizionali o organiche di colza senza che siano contaminate». Si è giunti a una situazione in cui, per tentare di bloccare le critiche, la Monsanto ha dovuto proporre agli agricoltori canadesi di inviare sue équipe a estirpare manualmente la colza Ogm che invade campi dove non era mai stata seminata. Selezionata per resistere agli erbicidi, è diventata «assolutamente impossibile da controllare», secondo un ricercatore dell'università del Manitoba (6). In conclusione, le aziende delle «scienze della vita» si muovono come se Darwin non fosse mai esistito; come se la resistenza degli organismi viventi a pesticidi ed erbicidi non aumentasse di generazione in generazione; come se la disastrosa esperienza del Ddt non fosse mai stata fatta.
Siamo di fronte ad un nucleare biologico che produrrà fatalmente le sue Chernobyl.
Si può in compenso affermare che la coltivazione di Ogm è giustificata dai guadagni economici, anche solo a breve termine? Neppure questo.
Malgrado sovvenzioni di diversi miliardi di dollari, gli agricoltori americani che si sono lanciati in questa avventura non solo hanno perso molto denaro, ma hanno dovuto far fronte a infestazioni di piante estremamente resistenti (7). I soli e unici beneficiari delle coltivazioni Ogm sono le grandi imprese della biotecnologia e i loro sostenitori politici negli Stati uniti e in Europa.
Chi ha fame ha diritto di fare il difficile? Alcuni media si sono scandalizzati per il comportamento dello Zambia che ha rifiutato mais contenente Ogm, fornito dal programma di aiuto alimentare americano.
Non hanno però spiegato che i contadini del paese avrebbero sicuramente conservato parte degli aiuti - forniti sotto forma di semi - per la loro semente (se il mais fosse stato macinato, o avesse potuto esserlo a spese del governo, il problema non si sarebbe posto). Molto semplicemente lo Zambia voleva evitare che un inquinamento irreversibile delle proprie coltivazioni gli impedisse di continuare ad esportare nell'Unione europea. Gli aiuti alimentari americani vengono raramente forniti senza secondi fini commerciali.
Anche se nessuno, neppure un piccolo paese africano, deve essere trascurato, l'Europa rimane il mercato privilegiato per i prodotti Ogm, in particolare per mais e soia. Nel 1999, l'Unione europea ha deciso una moratoria contro le importazioni diOgm (8) e, da allora, gli Stati uniti minacciano di citarla di fronte all'Organo che regola le controversie (Ord) dell'Organizzazione mondiale del commercio (Wto), il che costituirebbe anche un avvertimento per paesi come Brasile e Messico che hanno adottato lo stesso comportamento. Il dibattito, messo in sordina durante le elezioni francesi e tedesche del 2002, per non fornire armi ai partiti Verdi dei due paesi, è giunto ormai nello studio ovale della Casa bianca (9).
L'agricoltura biologica pagherà Robert Zoellick, rappresentante del presidente degli Stati uniti per il commercio internazionale, nel gennaio scorso, dopo aver definito «immorali» le misure europee e minacciato di adire alle vie legali presso l'Ord, ha dovuto fare retromarcia, perché il dipartimento di stato e l'entourage di Bush non volevano aprire un ulteriore contenzioso con gli europei in piena crisi diplomatica irachena. Prudenza che è stata accolta molto male dal Congresso dove, all'inizio di marzo, il presidente della commissione finanze del Senato, Charles Grassley, eletto nello stato agricolo dello Iowa, ricordando i 300 milioni di dollari di vendite perse in Europa, sosteneva «che l'immobilismo nel settore è assolutamente inaccettabile» e che «il governo deve fare qualche cosa e farlo subito (10)».
Le divergenze all'interno dell'esecutivo americano riguardano unicamente il metodo e non certo l'obiettivo: niente moratorie, nessuna normativa su tracciabilità e etichettatura. Se la via diplomatica resta ancora aperta, è anche perché Washington intravede segni incoraggianti all'interno della Commissione europea. Si sa che Pascal Lamy, commissario per il commercio, è da molto tempo un accanito sostenitore della rimozione della moratoria. Ritiene che dal punto di vista europeo la si possa sostituire con regole su tracciabilità ed etichettatura che, a suo avviso, possono essere accettate dal Wto. Una volta stabilite queste regole, la Commissione potrebbe denunciare alla Corte di giustizia del Lussemburgo gli stati membri che ancora rifiutassero di annullare la moratoria.
È esattamente ciò che lascia intendere il commissario per l'agricoltura, Franz Fischler, rivolgendosi ai suoi partner americani: «Posso realmente garantirvi che noi, in Commissione, faremo di tutto per dimostrare che parliamo seriamente quando diciamo che siamo favorevoli alle biotecnologie (11)».
E Fischler è effettivamente capace di fare di «tutto» per gli Ogm.
Lo dimostrano le sconcertanti riflessioni sulla «coesistenza» tra colture geneticamente modificate e agricoltura convenzionale e biologica, da lui presentate il 6 marzo ai suoi colleghi della Commissione e che devono servire come base di discussione per una tavola rotonda, prevista per il 24 aprile, cui parteciperanno tutte le parti interessate.
A dispetto di tutti i dati presentati da fonti indipendenti dagli industriali, in particolare i lavori citati in precedenza, il commissario considera la «coesistenza» un problema non ambientale, ma giuridico ed economico. In sostanza, ritiene che sia compito degli agricoltori non Ogm farsi carico delle misure di protezione contro i rischi di contaminazione da coltivazioni Ogm: in pratica, il problema non sarebbe dell'inquinatore, ma dell'inquinato... Invocando il principio di sussidiarietà, Fischler scarta ogni ipotesi di legislazione comunitaria vincolante. Si resta perplessi di fronte ad una tale ostinazione nel difendere le multinazionali americane, da parte di una Commissione che si definisce «europea». E ci si trova a pensare che la lotta contro questo complesso politico-genetico-industriale è ormai soprattutto un problema di sanità pubblica.
note:
* Vice presidente di Attac; autrice di Fermiamo il Wto, Feltrinelli, 2002.
(1) Deborah B. Whitman, «Genetically Modified Foods: Harmful or Helpful?» Cambridge Science Abstracts, aprile 2000.
(2) David Quist e Ignacio Chapela, «Transgenic Dna introgressed into traditional maize landraces in Oaxaca, Mexico», Nature, Londra, vol.
4141, Londra, 29 novembre 2001.
(3) Si legga l'inchiesta di George Monbiot, «The Fake Persuaders», The Guardian, Londra, 29 maggio 2002.
(4) Si legga Bernard Cassen, « Ogm, gli accademici al servizio dell'industria», Le Monde diplomatique/il manifesto, febbraio 2003.
(5) The Royal Society, Genetically Modified Plants for Food Use, Londra, settembre 1998; The British Medical Association, Board of Science, The Impact of Genetic Modification on Agriculture, Food and Health: an Interim Statement, Londra, 1999; Bma, The Health Impact of Gm Crop Trials, Londra, novembre 2002.
(6) Canadian Broadcasting Company, sito Cbc News, «Genetically modified canola becoming a weed», 22 giugno 2002.
(7) È ciò che risulta da un rapporto della Soil Association del 16 settembre 2002, citato nel documento collettivo Ogm: Opinion Grossièrement Manipulée, Inf'Ogm, Fondation Charles Léopold Meyer pour le progrès de l'homme, Parigi, ottobre 2002.
(8) Diciannove autorizzazioni per l'importazione di Ogm erano state concesse prima di questa data.
(9) Per una descrizione dettagliata delle prime fasi di questa campagna, si legga «Gli Stati uniti alla guerra degli Ogm», Le Monde diplomatique/il manifesto, maggio 2002.
(10) Financial Times, Londra, 6 marzo 2003.
(11) «U.S. postpones biotech case against Eu, enlists allies in Wto», Inside U.s. Trade, Arlington, 7 febbraio 2003.
(Traduzione di G. P.)
Le Monde Diplomatique Aprile 2003
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